Interessi protetti  -  Redazione P&D  -  02/05/2022

L'origine umana all’origine delle discriminazioni - Giovanni Di Salvo

Riflessioni in occasione della Giornata Internazionale della Cooperazione delle Nazioni Unite.

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In un momento storico e sociale nel quale tutto, o quasi, diviene immagine, da diffondere, da divulgare, da consumare sempre più rapidamente, sento l'esigenza di riproporre il solito binomio. Un accostamento di argomenti conosciuti e già approfonditi, ma che nell'attualità pandemica eppoi bellica (nella quale in tanti proponiamo o seguiamo trend più o meno evolutivi) la dicono tutta sullo stato di salute delle nostre società. Ed in particolare sulle questioni delle discriminazioni e del razzismo.

Traggo perciò ispirazione da un articolo di Stefano Dalla Casa (del 7 febbraio 2014) per poi arrivare ad una serie di conclusioni.

“"La marcia del progresso”.

Cercate evoluzione su Google immagini e osservate i risultati. L’immagine, o meglio, l’icona che domina è una serie di ominidi in fila indiana messi di profilo. Da sinistra verso destra, più ci avviciniamo alla nostra specie, più la postura diventa eretta e i tratti meno primitivi. Questa immagine, nota come La marcia del progresso, è talmente famosa da essere diventata un’icona pop, che come la Marilyn di Warhol è stata declinata in centinaia di opere. La vediamo in ogni sorta di siti, persino di istituzioni scientifiche, ed è approdata anche sul francobollo delle poste italiane dedicato al bicentenario darwiniano del 2009.

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Eppure l’evoluzione non potrebbe essere più diversa di così. Lasciando da parte lo spinoso problema di quale sia il modo migliore di rappresentare una versione generalizzata del processo evolutivo (un albero? Ma che cresce in quale direzione? E perché?), la marcia del progresso suggerisce un processo continuo di antenato in antenato fino ad arrivare a Homo sapiens, completamente eretto e pronto a prendere possesso del mondo. Si presenta quindi l’evoluzione come finalistica e lineare, quando invece la storia della famiglia umana non potrebbe essere più intricata ed è solo un effetto della contingenza che ai giorni nostri sia presente solo una specie del genere Homo, la nostra. La marcia del progresso è apparsa per la prima volta in un libro di testo del 1965, scritto dall’antropologo Francis Clark Howell e illustrato dal disegnatore Rudolph Zallinger. L’immagine non era stata pensata con quel significato, e il testo allegato era chiaro: alcuni degli ominidi nella serie già allora non erano considerati antenati dell’uomo, ma i memi molto spesso non seguono il destino programmato dai creatori e questa immagine, col suo bagaglio diseducativo e fuorviante, è diventata virale.

“L’uomo che discende dalla scimmia.”

L’uomo non discende dalle scimmie attuali, né viceversa. Scimmie e uomo hanno invece un antenato in comune. Nel caso degli scimpanzè (Pan troglodytes) e bonobo (Pan paniscus), con i quali condividiamo buona parte delle sequenze genomiche, l’antenato più recente in comune con noi è vissuto, secondo le attuali stime, tra i 4 e gli 8 milioni di anni fa. Questo era senz’altro diverso sia dagli scimpanzè sia dall’uomo, e lo potremmo pure chiamare “scimmia” se non fosse che nel linguaggio comune con questa parola ci si riferisce implicitamente a una specie attuale. A qualcuno non piacerà, ma la realtà è che l’uomo non deriva dalla scimmia perché, più correttamente, l’uomo è una scimmia.

“Meno evoluto a chi?”

Dopo Darwin, l’uomo è tornato ad avere un posto all’interno della natura, invece di essere qualcosa di altro. Eppure il narcisismo umano è tale che i viventi vengono ancora istintivamente classificati secondo una Scala Naturae o Grande catena dell’essere, ove naturalmente l’uomo occupa le posizioni più elevate. Siccome oggi però siamo tutti “evoluzionisti” vogliamo mascherare questo antropocentrismo proprio con la teoria che lo demolisce, e ci ritroviamo a dire ad esempio che “i mammiferi sono più evoluti dei rettili”: espressioni come questa non hanno alcun senso scientifico. L’uomo non è “più evoluto” di un insetto o di una patata, o persino di un batterio: tutti gli organismi oggi viventi sono la manifestazione di un processo evolutivo cominciato circa 4 miliardi di anni fa, e siamo tutti profondamente imparentati. Pensate davvero di poter stabilire chi sia “più evoluto”, ad esempio, tra vostro fratello e vostra zia?

“Anelli mancanti.”

La favola degli anelli mancanti di cui gli scienziati sarebbero alla continua ricerca è da sempre una manna per gli spin doctor creazionisti, che possono così esibirsi pretendendo a gran voce il loro ritrovamento. Dire “anello mancante” avrebbe senso solo se esistesse una catena nell’evoluzione, ma questa concezione come detto è una eredità che precede la formulazione della teoria. La teoria dell’evoluzione implica che il frammentario record fossile ci possa offrire (e lo ha fatto ripetutamente) forme di transizione, cioè organismi con caratteristiche intermedie tra un gruppo più antico (per esempio i pesci) e uno più recente (per esempio gli anfibi), ma non è affatto detto che gli esemplari trovati appartengano sempre alle specie progenitrici che sappiamo essere esistite (anche se possiamo immaginare si somigliassero molto). I fossili di transizione aiutano i paleontologi a comprendere sempre meglio l’evoluzione di un certo gruppo, perché permettono di conoscere l’aspetto e il comportamento di alcuni progenitori cruciali, ma nessuno si preoccupa di doverne provare l’esistenza stessa. Purtroppo l’anello mancante è talmente adorato dai media che anche gli scienziati, a volte, si piegano al marketing, come è accaduto nel caso di Ida (Darwinus massillae) fossile di un piccolo primate vissuto 47 milioni di anni fa e presentato in pompa magna come l’anello mancante (con tanto di sito) nell’evoluzione dei primati.

“L’evoluzione è la sopravvivenza del più forte.”

Non è vero che nell’evoluzione sopravvive il più forte, e nemmeno il più adatto. L’espressione survival of the fittest, coniata da Herbert Spencer e fatta propria anche da Darwin, voleva essere una frase ad effetto per riassumere il processo di adattamento per selezione naturale, ma oggi purtroppo è usata per definire l’evoluzione nella sua totalità, che invece comprende diverse altre forze in gioco. Inoltre, anche limitandosi alla selezione naturale, bisogna specificare che la mera sopravvivenza da sola non basta: ciò che conta è la quantità e la qualità della discendenza. Quando i biologi parlano di fitness si riferiscono infatti alla probabilità, calcolata matematicamente, che ha un certo genotipo di sopravvivere e riprodursi in una popolazione".

Ebbene, nel corso di questi secoli sono state elaborate molteplici teorie, soprattutto manipolatrici. E  dette altrettante sciocchezze. Molte tratte dalle più antiche origini religiose ed altre dalle filosofie. Talvolta prodotte pur di primeggiare in un sistema di primitivi. Ebbene pare che anche in questi tempi si avverta l'esigenza di primeggiare per differenziarsi dalle specie (rectius: dalle persone e dagli altri esseri più o meno umani) perché ritenuti difformi e scarsamente evoluti od arretrati.

La spiritualità o l'esercizio della medesima sono state soppiantate da nuove pratiche salvifiche. La tecnologia. La cinematografia, fatta in casa. La teledidattica, etc. È come se in tanti fossero stati presi dalla smania di differenziarsi per escludersi. A vicenda. Ciascuno di noi rinchiuso nella propria tana, o nella propria gabbia (come in un moderno zoo), attendiamo che qualche scienziato ci venga a dire se fossimo o meno in grado di evolverci. Di superare l'altro, il disumano, l'arretrato. Il deficiente. Il deforme. E così via.

Ed allora il mio pensiero non può che ripartire dalle premesse della nuova Europa, rifondata forzatamente nel primo secolo del Novecento, che dovrebbero (o che avrebbero dovuto) "guidarci" per un millennio, pur di non farci “inoltrare nella selva oscura", di dantesca memoria.

Premesse per le quali furono invocati e realizzati i ghetti, i campi di concentramento. I forni crematori. Le guerre regionali e mondiali. La filmografia educativa. L’antropocentrismo, programmato e forzato. La scienza disumanizzata. La storiografia asservita. E la filosofia del primate, più evoluto e superiore.

Ingerenze pseudo scientifiche e politiche tali per le quali furono eretti in Europa (soprattutto nel cuore della vecchia Europa) degli zoo, che ancora oggi sono considerati evoluti e moderni, poiché consentirebbero agli animali ed alle specie meno evolute e dalle quali discenderemmo (ovviamente alcuni tra noi piuttosto che gli altri) di sopravvivere in un habitat modificato ed umanizzato (a discrezione dell'uno o dell'altro osservatore di turno).

Zoo, perciò, sempre più simili ad habitat artefatti, ricostruiti, distribuibili, omologabili, certificabili. All'interno dei quali sono state riprodotte delle gabbie (splendide) che tanto somigliano (concettualmente) alle nuove o contemporanee sovrastrutture che stiamo costruendo.

È in atto un tentativo di zoonizzazione? Di emulazione delle novecentesche politiche di smaltimento dei rifiuti umani e di supremazia della razza? Ovvero il virus SARS - Covid 2 - 19 avrebbe in qualche modo sostituito i forni crematori, pur di eludere i controlli, per eliminare vite e differenziarne altre? Ed i conflitti ribadiscono le precarietà delle nostre esistenze dinanzi al dramma della mortalità?

Ecco che queste domande apparentemente banali, che ci accompagnano da qualche secolo, ripropongono temi sempre attuali: il settarismo ed il contrasto di esso e delle sue patologie; la massoneria definitiva e deformante, che rende le nostre esistenze insignificanti. La differenziazione potestativa ed autoritativa tra la Lex regia de imperio e le Leggi contemporanee, che attestano le evoluzioni del pensiero giuridico e gli orrori dei conflitti ad essi sottesi. La discriminazione, razziale, sociale, culturale, alimentare, sessuale ed esistenziale.

L'esaltazione di un sacerdote e dei suoi proseliti rispetto agli altri. La supremazia di un colore rispetto agli altri. L'insorgenza di una scienza rispetto all'indigenza, atavica, della umanità.

Per questo ho ritenuto opportuno svegliarmi presto. Scegliere un argomento. Selezionare il brano di un noto giornalista - commentatore. Individuare le immagini di un "geo-zoo", tanto moderno quanto sospettato.

Ed assemblare delle parole. Così, libere, adogmatiche, scevre. Per argomentare, brevemente, le prime riflessioni sugli andamenti attuali. E sui pericoli delle derive, dei comportamenti e delle opzioni umane.
Poiché le nostre memorie (come sostenuto da un noto scienziato psicoanalista) apprendono continuamente dalle esperienze e dalle elaborazioni. Cambiano, perciò, con le esperienze e le relazioni. Eppure esse permangono immutabili nelle premesse di alcune determinazioni. Al pari delle nostre coscienze e dei nostri cervelli, individuali e personali, con i quali viviamo tali esperienze e relazioni.

Per cui, per riqualificare le nostre memorie, sarebbe opportuno deliberare affinché i nostri cervelli vivano le esperienze e le relazioni secondo criteri dezoonizzati, cooperativi e più attuali.

Il 4 luglio 2020.

Il 30 aprile 2022.


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