Diritto, procedura, esecuzione penale  -  Redazione P&D  -  21/09/2021

Il carcere e Sofri. Il lupo che perde il pelo non perde il vizio - Mario Iannucci

Mercoledì 1° agosto, alle ore 22, un detenuto tunisino di 41 anni è morto presso la sezione Transito del carcere di Sollicciano. La stampa ha scritto che il detenuto è morto perché, avendo infilato la testa nello spazio del cancello della cella destinato al passaggio dei piatti con le vivande, sembra che non sia quindi riuscito ad estrarla da quella stretta apertura e, con il collo incastrato ed essendosi forse fatto prendere dal panico, è rimasto soffocato/impiccato dalle sbarre del cancello.

Adriano Sofri, su Il Foglio del 4 settembre, ha commentato l’episodio con un articolo che aveva questo titolo: “Mani che prudono alla notizia dell’ultimo morto in carcere”. La notizia che Sofri commenta è la seguente: «Testa incastrata nello spioncino della cella: detenuto muore». La reazione di Sofri, condannato a 22 anni per l’omicidio del Commissario Calabresi, è stata la seguente: «Fottuti bastardi, la conosco questa lingua straniera».

Chi siano secondo Sofri i «fottuti bastardi» lo si capisce subito leggendo il seguito dell’articolo. Un articolo nel quale, con argomentazioni pseudo-tecniche che gli derivano dalla sua esperienza penitenziaria, egli cerca di dimostrare che: la testa di un uomo non può passare da quello che impropriamente, nell’articolo che egli sta commentando, viene definito «spioncino»; che la morte attraverso quel meccanismo non può avvenire; che i soccorsi della Polizia Penitenziaria e dei sanitari non sono stati tempestivi.

Poiché ho lavorato per circa quarant’anni nelle carceri italiane, in particolare a Sollicciano fino dal 1983, sento di dover fare alcune piccole precisazioni tecniche. Tutte le celle del carcere, non solo quelle della sezione Transito di Sollicciano dove il detenuto è morto, hanno due porte di chiusura: la prima, verso l’interno della cella, è il “cancello”, fatto di sbarre. Questo cancello presenta, all’incirca all’altezza della parte superiore del torace di un uomo, una sorta di fessura orizzontale attraverso la quale vengono passati i piatti delle vivande e altri oggetti. Capita tutti i giorni, a coloro che stanno in carcere, di vedere delle teste dei detenuti sporgere fuori dal “cancello” attraverso quella fessura. E’ un comportamento pericoloso, poiché non tutte le teste passano per quella fessura e poiché anche le teste che ci passano possono rimanere incastrate nella grata. Poi c’è una seconda porta della cella, posizionata all’esterno. Si chiama porta blindata e, in gergo, viene chiamata “blindo”. In corrispondenza della fessura orizzontale del cancello, anche il “blindo” presenta una finestrella, che si apre ribaltandola verso il basso. Sul “blindo” c’è talora uno “spioncino” o occhio magico. Mi è capitato più di una volta di vedere, come ha raccontato Sofri, il braccio di un detenuto sporgere dal cancello nel tentativo di azionare, con una scopa impugnata, l’interruttore della luce della cella posto all’esterno sulla parete a lato del “blindo”. Molti detenuti mi hanno anche narrato della loro abilità nel lanciare, facendo sporgere il braccio dal cancello, piccoli oggetti ai compagni di una cella vicina alla loro: l’oggetto viene legato a una cordicella rudimentale e gettato verso il “cancello” del vicino di cella, che recupera l’oggetto con una scopa. Se il lancio è impreciso, l’oggetto può essere recuperato con la cordicella. Ma questo non c’entra niente con la recente morte del detenuto tunisino, così come non c’entra niente l’abilità di Sofri nello spengere l’interruttore con la scopa. Ovviamente i “fottuti bastardi” della Polizia Penitenziaria lasciavano che Sofri spengesse l’interruttore, chiudevano un occhio sul passaggio degli oggetti (un pacchetto di caffè o di zucchero, un sacchetto col pane…) e non potevano e non possono impedire che un improvvido detenuto infili la testa nella fessura orizzontale del cancello.

Come medico del Servizio Sanitario Regionale sono andato in pensione anticipatamente quando mi sono accorto della mia assoluta incompatibilità con la gestione della salute pubblica. Non starò quindi a difendere i sanitari del carcere o del 118. Ma adombrare una responsabilità di tali sanitari unicamente perché un organo di stampa ha scritto che l’intervento del 118 non è riuscito a salvare il detenuto, mi pare davvero pretestuoso. Ho personalmente assistito, in carcere, al tempestivo salvataggio di detenuti che avevano tentato il suicidio. Un salvataggio attuato con solerzia da quei “fottuti bastardi” della Polizia Penitenziaria e della Salute in Carcere. 

Io non so se il detenuto tunisino di Sollicciano sia morto dopo avere infilato la testa nel cancello e per averla infilata lì (post et propter hoc). Sarà la Magistratura a stabilire le cause della morte e se i soccorsi siano stati tempestivi e adeguati. So per certo, comunque, che mi guarderei bene dall’escludere a priori quella causa di morte, attribuendola invece a taluni “fottuti bastardi” che non avrebbero compiuto convenientemente il loro dovere e che cercherebbero di mascherare le loro inadempienze. So che questo avviene sempre più frequentemente, in carcere e fuori (Cucchi docet). So perfettamente -e lo denuncio da anni- che tutte le carceri (non solo Sollicciano) sono delle vere e proprie “discariche umane”. La sofferenza psichica è altissima dentro il carcere al di là delle sbarre. Ma è di certo alta anche fra coloro che, in quasi totale solitudine, sono chiamati a fronteggiare ogni giorno l’angosciante disagio che dilaga nelle prigioni: il tasso di suicidi fra gli operatori penitenziari dovrebbe far riflettere. Indicare come “fottuti bastardi” questi operatori è una cosa che non farei mai. Nemmeno se si fossero resi responsabili di un reato, nemmeno se fossero stati condannati per la morte di una persona.

Adriano Sofri, il 13 agosto 2021, di fronte al fortissimo caldo presente anche in molte prigioni italiane, ha scritto, sempre su Il Foglio, un altro articolo, intitolato Le sbarre roventi delle celle. In questo articolo analizzava le reazioni che, di fronte a tale difficile situazione dei prigionieri, avrebbero avuto le persone, quelle prive di “immaginazione” da un lato, quelle dotate di “immaginazione” dall’altro. Questa è l’ultima domanda che, analizzando la questione, si porrebbero le persone dotate di “immaginazione”, almeno secondo Sofri che, con ogni evidenza, fra i “dotati” si colloca: “Come mai non scoppiano rivolte nelle prigioni?”

Ci sono persone che trarrebbero un gran piacere se scoppiassero delle rivolte nelle prigioni, poiché le ritengono malgestite. Io, che evidentemente non sono dotato di una grande “immaginazione”, auspico che questo non accada, poiché i primi a subirne gli effetti nefasti sarebbero proprio (Modena docet) i soggetti più deboli e indifesi. Offendere e incitare alla rivolta, secondo l’esperienza di un uomo di scarsa “immaginazione” come io sono, non risolve certo i problemi, e anzi li aggrava.  





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