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Internet, nuove tecnologie / generalità, varie
22/07/15

MEDIA & SOCIAL: MA SIAMO PROPRIO SICURI CHE FACEBOOK SIA GRATIS? (di MARCO FACCIOLI)

GRATIS, E LO SARÀ PER SEMPRE.”

Questa la scritta perentoria che accoglie il pellegrino mediatico in procinto di iscriversi a Facebook per la prima volta. Il messaggio ha indubbiamente il dono della cristallina chiarezza, ed è sicuramente così (a differenza della quasi maggioranza dei siti di socializzazione e di incontri, laddove è gratis l'iscrizione ma non l'utilizzo, Facebook consente tanto di iscriversi quanto di operare senza costo alcuno) ...ma c'è un però.

Come tutte le solenni dichiarazioni, anche quella di essere “gratis per sempre” nasconde una zona d'ombra, cerchiamo di scoprire quale.

I profitti di Facebook derivano dai proventi degli spazi pubblicitari venduti sul proprio portale. La colonna “di destra” del sito è quella destinata di default agli alert pubblicitari, ma sono numerosissime le aziende che pubblicizzano i propri servizi e prodotti all'interno della colonna delle news, inseriti tra post e fotografie dei normali utenti.

Facebook è diventato per giovani e giovanissimi, ma non solo, il centro commerciale virtuale dove, proprio come sono soliti fare in quelli veri (sempre più luoghi di aggregazione di giovani che non trovano altri spazi attrezzati a riceverli), si incontrano, si conoscono, scambiano esperienze e pareri, coltivano relazioni sentimentali, condividono immagini e filmati e, perchè no, comprano, acquistano, si indebitano, spendono soldi. Viene quindi più che mai legittimo domandarsi il perchè (o meglio, uno dei perchè) un simile apparato mediatico-comunicativo-interattivo-multimediale, il cui accesso per l'utente non richiede costo di iscrizione alcuno, sia stato allestito e incrementato fino a diventare uno dei siti più cliccati e utilizzati al mondo.

Proprio come in un casinò di Las Vegas, che con luci sfavillanti e spettacoli di ogni tipo attira milioni di visitatori, non sempre provveduti, per cercare di vendere loro sogni in cambio di contanti, Facebook irrora quotidianamente le proprie pagine ed i profili dei propri utenti con una quantità di pubblicità (diretta o subliminale) che ha dell'incredibile, con un solo ed unico scopo: vendere.

 

“Ma che cosa credete che siamo venuti a fare qui in mezzo al deserto? Abbiamo fatto tutto solo per prenderci i vostri soldi.”

(Sam Rodstein, in Casino, 1995 – regia Martin Scorsese)

 

Oggi gli acquisti sono semplici ed immediati, facilitati dalla possibilità di pagare subito con carta di credito e ricevere comodamente il prodotto direttamente a casa propria nel giro di pochi giorni.

Mi interessa il prodotto pubblicizzato da un alert che mi compare sul mio profilo? Lo acquisto con un click ed in pochi istanti diventa mio.

Forse non tutti sanno che, navigando in rete, si lasciano numerosissime informazioni sulla propria persona, sui propri gusti, sulle proprie tendenze, sulle proprie propensioni all'acquisto. In poche parole, il consumatore che è in ognuno di noi, dissemina in rete infinite informazioni utili e preziose su quelli che potrebbero essere le proprie previsioni di spesa e di acquisto. I minori soprattutto, che spesso addirittura ignorano come il diritto alla riservatezza protegga i loro dati e le informazioni che li riguardano, essendo assidui navigatori, forniscono mediamente più informazioni di un adulto.

Queste informazioni, inutile dirlo, valgono oro per le aziende.

“L'informazione è merce. La conoscenza è merce. Anzi, nel postfordismo o come diavolo vogliamo chiamarlo, è la merce delle merci. (…) La comunità che usa Facebook produce informazioni (sui gusti, sui modelli di consumo, sui trend di mercato) che il proprietario impacchetta in forma di statistiche e vende a soggetti terzi e/o usa per personalizzare pubblicità, offerte e transazioni di vario genere.”

(Arduini e Lipperini – Morti di fama, 2013)

 

Gli utenti di Facebook forniscono, gratuitamente, al social network informazioni sulla loro propensione ai consumi, e Facebook, una volta elaborati i dati e profilato il consumatore-utente, vende a caro prezzo dette informazioni alle aziende. Un rapido esempio semplificherà quanto appena detto.

Prendiamo un soggetto a caso: MARCO ROSSI, 16 anni, di Torino, studente, appassionato del Torino Calcio e dei fumetti Marvel, iscritto su Facebook mentendo sull'età e, come quasi tutti i suoi coetanei, grande internauta per studio, utilità e mero divertimento.

Seguendo le sue passioni, Marco, accede a internet quotidianamente (a mezzo smartphone piuttosto che pc) navigando su quei siti che maggiormente solleticano il suo interesse.

Immaginiamoci una sua navigata qualsiasi, seguendo il suo ipotizzabile percorso sull'iPhone durante una lezione a scuola particolarmente noiosa.

► Google

► parole inserite nel motore di ricerca ( “Quagliarella + “recupero infortunio”)

► carrellata di siti, dalla Gazzetta a Tuttosport, dal Corriere dello Sport alla pagina sportiva de La Stampa, più tutti i siti amatoriali e blog di calcio che parlano dell'infortunio

subito dall'attaccante del Torino Calcio1 e sulle sue possibilitˆ di recupero per la prossima

giornata di campionato.

(Google intanto registra un primo dato: l'utente MARCO ROSSI è appassionato di calcio e, nello specifco, del Torino Calcio).

 

► ritorno al menu di Google

► nuove parole inserite “CERCO VENDICATORI 14 – 15 – 16)

► carrellata di siti, da Ebay ad Amazon, da Subito a Secondamano, con annunci compro/vendo/scambio fumetti Marvel

 

(secondo dato: l'utente MARCO ROSSI è appassionato di fumetti Marvel)

 

E così all'infinito, per ogni ricerca fatta e per ogni sito visitato, Marco, per quanto inconsapevolmente, lascerà tracce di sé, tracce che verranno ogni volta raggruppate, analizzate e elaborate da un apposito algoritmo che lo profilerà come consumatore, quindi come potenziale cliente di determinati prodotti commerciali piuttosto che di altri. Il sistema funziona con lo stesso metodo della vecchia tessera punti del supermercato, soltanto molto più evoluto, raffinato e, quel che davvero conta, molto più efficace.

Il profilo del consumatore Marco Rossi (ovvero, detto semplificando al massimo, il pacchetto con la precisazione di quelli che molto probabilmente saranno i suoi acquisiti a breve) viene venduto da Google (così come da tutti gli altri siti, motori di ricerca e social network che raccolgono detti dati) alle aziende interessate ad avere simili informazioni, così da poter calibrare al meglio le proprie campagne pubblicitarie.

Così Marco, sempre e totalmente a sua insaputa, inizierà a ricevere mail spam da Amazon e Ebay con promozioni di vendita su fumetti Marvel e su gadget del Toro e biglietti per le partite del Torino Calcio, inizierà a visionare sul suo profilo Facebook sempre più alert pubblicitari relativi a questi prodotti di suo gradimento. Il suo interesse di collezionista di fumetti e di tifoso di calcio (conosciuto dalle aziende che commercializzano detti prodotti) sarà quindi solleticato, invogliato, rinvigorito da campagne pubblicitarie più o meno invasive e più o meno aggressive, con il solo ed unico scopo di vendere, quindi fargli acquistare quanti più prodotti e servizi possibile.

La profilazione dell'internauta consumatore è a tal punto calibrata su ogni singolo soggetto che la stessa ed identica ricerca su Google (ovvero digitando le stesse parole sulla barra del motore di ricerca), porterà a risultati assolutamente differenti se effettuata su terminali diversi: la ricerca effettuata sulle parole VACANZE + CINQUETERRE + AGOSTO sul pc di Marco Rossi, ad esempio, darà una serie di risultati, del tutto differenti saranno invece quelli sullo smart phone di Valeria Bianchi, e differenti ancora sul pc di Carlo Verdi

Non è esagerato dire che, a mezzo dell'algoritmo di profilazione, le aziende conoscono i nostri gusti (e quindi la nostra propensione di acquisto) molto meglio di noi stessi.

 

“(...) le abitudini di acquisto cambiano con una maggiore probabilità quando si verifica un avvenimento importante nella vita dei consumatori. Quando ad esempio ci si sposa è probabile che si cambi marca di caffè. Quando si trasloca è più facile che si cambino i cereali. Quando si divorzia, ci sono elevate probabilità che si beva una birra diversa. I consumatori che attraversano una fase importante della loro vita spesso non si accorgono che le loro abitudini di spesa sono modificate. Le aziende che si occupano di vendita al dettaglio, invece, lo notano, e lo ritengono molto importante.

(Duhigg – 2013)

 

Diventa facile immaginare quanto l'avvento dei social network abbia agevolato e favorito la raccolta di questi dati in seno ai consumatori. Se prima la profilazione del potenziale cliente avveniva a mezzo di sondaggi, tessere raccolte punti, questionari sui prodotti, interviste fuori dai centri commerciali, etc, oggi è il cliente stesso che fornisce (a costo zero) una perfetta profilazione dei propri gusti e tendenze. Un trend che coinvolge soprattutto i minori, statisticamente più propensi a postare sistematicamente in rete, o sulla vetrina dei social network, ogni singolo aspetto della loro vita, e quindi anche della loro propensione al consumo. Le aziende, detto metaforicamente, oggigiorno non hanno che da allungare le mani e raccogliere i frutti direttamente dal web.


(...CONTINUA)

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