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Internet, nuove tecnologie / generalità, varie
20/06/15

"COS'È' IL DEEP WEB? ANALISI E RIFLESSIONI SULLA META' OSCURA DEL WEB" - Marco FACCIOLI

Deep web, o “rete profonda”, o “invisibile”, se si preferisce pronunciarlo nella nostra lingua, è quella zona di internet i cui contenuti non vengono indicizzati dai normali motori di ricerca, e per accedere alla quale si rende necessario utilizzare una particolare tecnica. Non bisogna essere degli hacker per fruire di detta tecnologia di accesso che, oltretutto, è facilissima da reperire all'interno del web medesimo. Sono migliaia, infatti, i siti e i video tutorial che spiegano come accedere in questa “free zone” in totale anonimato.

Negli ultimi anni si è spesso e volentieri parlato di deep web nell'accezione negativa ed allarmistica del termine, concentrandosi prevalentemente su quelli che sono i suoi utilizzi devianti. 

“(...) La dark net è l’ultima, inquietante frontiera della rete. Questa parte del deep web è in breve tempo divenuto l’underground criminale, il ghetto dell’internet convenzionale, un enorme coacervo di strade virtuali su cui transitano siti che vendono ogni tipo di sostanza stupefacente (sono state censite ben 1854 proposte di vendita di droghe illegali), bazar che vendono armi, codici rubati di carte di credito e malware informatici per compiere attacchi, siti di gruppi terroristici, portali pedofili che propongono video e immagini di bambini ed adolescenti violentati, manuali per realizzare artigianalmente esplosivi. Nell’addentrarsi nei meandri del deep web si ha la sensazione di trovarsi in un assurdo e surreale bazar affollato e maleodorante fatto di bancarelle sulle quali è possibile trovare di tutto. Un market place dell’incredibile, dove nulla è proibito, progettato per essere libero (da regole) e pirata, dove intenditori provenienti da ogni parte del pianeta, privi di scrupoli e senza regole, sono pronti a contrattare su tutto (…). Intimoriti dal pericolo di essere tracciati ed identificati in caso di azioni illegali, i net-user hanno quindi trovato nel deep web un ambiente sicuro ed in grado di garantire l’anonimia alle loro attività on line. Il tam tam dei forum ha poi fatto il resto, consegnando chiavi e libretto d’istruzioni di un mezzo pericoloso come il deep web anche ad utenti poco esperti o capaci di governare una simile situazione. Oggi, difatti, l’internet nascosto non è più un ambiente underground riservato e frequentato da pochi hacker, ma una sconfinata rete parallela e anonima, dotata di una quantità di dati disponibili 500 volte superiore rispetto a quella presente sull’internet convenzionale, una land popolata da utenti in fuga dalla rete tracciabile o più semplicemente in cerca di emozioni alternative ai classici find del web pubblico.”

(Piccinini, Il Deep web, la mecca dei traffici illegali – Tactical Magazine, dicembre 2012)

 

Ma dove “si trova” il deep web e, soprattutto, come si fa ad accedervi?

Per entrare nella parte invisibile del web, un utente deve utilizzare specifici programmi. Il programma Tor (The Onion Router) è quello più comunemente utilizzato, ma ci sono molte alternative tra cui I2P e Freenet. Nel 2008, al fine di facilitare l'accesso degli utenti e l'indicizzazione da parte dei motori di ricerca al web invisibile, è stato progettato Tor2web, un proxy software capace di fornire accesso ai Tor Hidden Services attraverso l'uso di comuni browser. Con tali premesse possiamo quindi affermare che la metà oscura di internet è tranquillamente alla portata di un medio internauta (è pura leggenda infatti quella che quest'ultima sia appannaggio solo di cybercriminali esperti ed attrezzati), e nel word wide web, come si sa, chi cerca prima o poi sempre trova, è solo una questione di tempo e di impegno.

Una premessa è comunque d'obbligo: a discapito del nome (invisibile, profondo, oscuro, etc) che inevitabilmente rimanda a qualcosa di torbido e maligno, il deep web è prima di tutto uno spazio di libertà. Uno spazio internet utilizzato da

 

“(...) un’ampia e variegata comunità di soggetti, molti dei quali lavorano per garantire la libertà di espressione e di comunicazione in ambienti e Paesi a rischio. Per capirci: se sei un dissidente cinese o iraniano, usi Tor; o anche se sei un attivista del Bahrein; o un turco che vuole aggirare la censura di Erdogan; o ancora un giornalista americano che vuole comunicare con una fonte top secret (vedasi il caso Edward Snowden)”

(Carola Frediani: vi racconto il Deep Web - Social ME(dia) – VanityFair.it, 2014)

 

Però, come spesso accade, la criminalità, organizzata o meno, non ha esitato a sfruttare questo spazio virtuale non regolamentato per organizzare prima e, gestire poi, svariati traffici, alcuni decisamente illeciti. Dobbiamo quindi immaginare il deep web come una sorta di selvaggio west della rete, una terra di frontiera caratterizzata da un forte dinamismo, da una mancanza di regole pressochè totale e dalla possibilità per chiunque di inserirsi per scopi che possono essere nobili o meno.

Come si sa il “bene” difficilmente fa notizia per cui, quando si legge del deep web sui mass media, come già ricordato all'inizio di questo capitolo, quasi sempre lo si dipinge in tinte quanto mai fosche. Si legga ad esempio l'incipit di un articolo di Amalia De Simone dal titolo quantomai altisonante: “Droga, armi, minori e killer, viaggio nel deep web. Dove tutto è possibile”.

Scrive la giornalista:

“(...) Esiste un posto della rete dove tutto è possibile. Nel bene e nel male. Una zona franca dove spariscono morale e regole. E che negli ultimi anni sta diventando il paradiso delle organizzazioni criminali di tutto il mondo. Lo chiamano deep web. Ed è una parte di web che si trova in internet ma non viene indicizzata dai motori di ricerca. Una parte nascosta del web.”

(Corriere della Sera il 18 aprile 2012)

 

Pur cambiando giornale, passando dal Corriere della Sera a La Stampa, le notizie sulla parte nascosta della rete continuano comunque ad essere fornite con un tono decisamente allarmistico, ecco che cosa si prospetta infatti all'internauta una volta ottenuto l'accesso al deep web a mezzo degli appositi programmi:

 

“(...) E una volta entrati? C’è l’imbarazzo della scelta. I “servizi” offerti dal web invisibile sono svariati e innumerevoli, proprio per soddisfare ogni tipo di richiesta: dal mercato nero delle armi ai venditori di droga, dai killer su commissione fino ai siti pedopornografici.”

(Nardi, Deep Web, il lato in ombra della rete, La Stampa 15/10/2014).

 

Alla carta stampata fanno eco trasmissioni televisive e reportage di ogni tipo, laddove il deep web viene presentato non solo come la zona franca dove ogni genere di traffico illecito si rende possibile, ma anche il luogo dove i minori, tornando quindi all'argomento del nostro beve trattato, possono liberamente entrarvi, con il rischio di entrare in contatto (al di fuori di qualsivoglia sorveglianza) con soggetti poco o nulla raccomandabili e di calarsi, più o meno volontariamente, in situazioni potenzialmente pericolose.

A leggere sociologi ed educatori dell'infanzia appare evidente come i minori (stiamo sempre parlando di una casistica contestualizzata nel mondo occidentale) siano oggi sempre più soli ed abbandonati a sé stessi rispetto anche solo ad un paio di generazioni precedenti. Potrà anche essere un luogo comune quello di dire che “una volta le persone non avevano nulla, e l'unica cosa che avevano in abbondanza era il tempo”, ma corrisponde comunque al vero che nell'ambito di una famiglia (come oggi costituzionalmente intesa: padre – madre – figli), il tempo che i genitori possono permettersi di dedicare alla propria prole è comunque, se non proprio calcolabile con il contagocce, comunque fortemente ridimensionato rispetto a quanto poteva avvenire nei primi due terzi del secolo scorso. Un lavoro che non sempre, anzi quasi mai, riesce ad essere contenuto in orari che permettano una appagante vita sociale e familiare, una filiazione snaturata che in media avviene intorno ai 35/40 anni (quindi “tardi” rispetto al periodo biologico riproduttivo), una mobilità del lavoro sempre più esasperata, la massiccia introduzione nell'ambito domestico di apparecchiature tecnologiche che “tengono a bada” il minore (sempre più propenso a svolgere attività virtuale piuttosto che sportiva, e a stringere relazioni su social network piuttosto che a scuola, nel quartiere o all'oratorio), sono solo alcuni degli ingredienti che vanno a generare il prodotto oggetto di questo breve trattato.

In rete nascono amicizie, sempre in rete le si coltiva, le si approfondisce, e se ne stringono sempre di nuove. Il non-vedersi ed il non-sentirsi direttamente (o meglio, epidermicamente) con il proprio interlocutore, fa scemare drasticamente timidezze e inibizioni, per cui spesso il livello di confidenza raggiunto in rete è molto più pregnante (per non dire esasperato) di quello che può avvenire in una conoscenza dal vivo. Detta libertà assoluta di movimento, azione, pensiero ardito e linguaggio crea situazioni idealizzate e seducenti per il giovane internauta, che gli permettono, li come da nessun'altra parte, di sperimentare se stesso, ricercare e, perchè no, inventarsi, una propria identità in modo più flessibile, meno impegnativo, a volte assolutamente non veritiero (c.d. sindrome da avatar). Il vuoto lasciato dalla sempre meno assidua presenza di genitori, insegnanti ed amici viene sempre più colmata da internet, vero pozzo di San Patrizio virtuale per chi voglia viaggiare, conoscere e sperimentare senza nemmeno muoversi da casa. Considerazioni sociologiche a parte, si parta da un dato di fatto imprescindibile: il minore (inteso dall'età in cui ha appreso a leggere e scrivere, e quindi in grado di interfacciarsi attivamente con la rete ed i servizi dalla medesima offerti, sino al compimento dei 18 anni), è oggi fortemente tecnologizzato e, molto spesso, oltre a possedere un computer, possiede anche una connessione a internet, o comunque è in grado di accedervi con estrema facilità (ad es. in un laboratorio scolastico) o con costi molto contenuti (internet shop, chiavette di connessione, etc). Date tali premesse è facile immaginare come un minore, lasciato solo con la propria connessione e le proprie capacità di navigazione (quasi sempre superiori a quelle dei genitori che dovrebbero, o vorrebbero, vigilare sull'attività del medesimo), possa facilmente imbattersi (quando non consapevolmente scovare) in determinati siti (censiti nell'ordine di decine di migliaia) di cui andremo ad occuparci nel prossimo articolo che posterò su P&D, non solo sui circuiti tradizionali (quelli ce, per intendersi, sono censiti da Google e quindi raggiungibili con l'apposizione di parole chiave nella barra del motore di ricerca), ma anche nel deep web come lo si è finora descritto.

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