Risarcire sino in fondo le vittime,
proteggere le persone fragili, far respirare i nuovi diritti

Internet, nuove tecnologie / generalità, varie
25/05/15

"LA SOCIETA' DIGITALIZZATA: CONQUISTA O FALLIMENTO?" - S. TONUTTI

"Insicurezza, impotenza ed inadeguatezza": sono queste le tre parole con cui il sociologo Zygmunt Baumann esordisce quando parla dei giovani d'oggi. Vittime di una società liquida, le nuove generazioni affrontano la vita senza stimoli, privi di spinte e/o slanci verso il futuro.

Oggi sono precarie non solo le condizioni di lavoro ma le stesse relazioni umane.

"Le nuove generazioni vengono definite con delle lettere, x o y, ignoti matematici che stanno a indicare proprio l'ignoto di un futuro che se nel passato uno poteva costruirselo sin da quando aveva scelto cosa fare nella vita, oggi difficilmente corrisponderà a delle scelte precise. Da qui il senso di insicurezza ed incertezza, che a sua volta genera impotenza, da cui deriva poi un senso di dolorosa disistima"

Al centro del lavoro del sociologo tedesco vi è sempre la dimensione etica e la dignità della persona umana.

In particolar modo, egli concentra la sua riflessione sul tema della globalizzazione: viviamo in un mondo diventato oramai liquido, dove sono spariti i confini e le certezze, dove i rapporti umani sono sempre più labili, superficiali, quasi futili. Egli sostiene che non esiste più lo spazio, bensì il luogo, che è lo spazio capace di dare significato all'esperienza.

Si fa sempre più largo l'individualismo, l'egoismo, l'egocentrismo, la paura della solitudine.

Già...la solitudine...sembra assurdo pensare che si possa parlare di solitudine in un'epoca 2.0 come la nostra: grazie ad internet le distanze si sono accorciate, praticamente annullate, possiamo essere in ogni luogo in qualunque momento e conversare con chiunque in tempo reale; vivendo nella "connettività a 360gradi" la vita quotidiana di ciascuno di noi vede la presenza sempre più pervasiva di informazioni, contenuti e servizi distribuiti attraverso la rete e fruibili in ogni momento della nostra giornata: a casa, in ufficio ed in mobilità.

I social media (Facebook, Linkedin e tanti altri) ci consentono di estendere le nostre relazioni e le nostre conoscenze ovunque, senza la presenza fisica; si parla addirittura di "Network society", per indicare questa nuova forma dominante di organizzazione socio- economica, caratterizzata da network, social media e virtualità.

Grazie agli smartphones possiamo scaricare qualsiasi cosa (files musicali, files di testo, libri, fotografie, video, filmati, etc.): questo "bagaglio digitale" ci accompagna in ogni dove e ci consente di rimanere perennemente connessi al mondo.

E allora perché il senso di solitudine è così preminente ed affliggente?

Nella società attuale le innovazioni tecnologiche hanno creato una rottura con il mondo naturale, rottura che mette in discussione l'identità del soggetto, creando nuove identità se non, addirittura, delle disindentità.

Il concetto di identità sociale non è più unitario, ma si moltiplica, a seconda delle modalità con cui l'individuo vuole mostrarsi: è la dimensione sociale a modificare la struttura del corpo e della mente umana, ed una realtà come la nostra è connotata da una trasformazione continua e dominata da macchine e servizi sempre più intelligenti, un mondo virtuale insomma.

Si è ciò che non si è, si è ciò che si vorrebbe essere: perfetti e privi di difetti, perfettamente compatibili con l'immaginario sociale.

Le amicizie, gli amori, i rapporti moderni non nascono perché ci si sceglie, perché ci si incontra, ci si scontra o confronta, bensì perché è conveniente, perché si è belli agli occhi degli altri, perché ci si conforma a schemi e modelli tipicamente "social".

Sempre, passeggiando per le strade o viaggiando su terni e bus, mi capita di volgere lo sguardo verso le persone intorno a me: quasi nessuno con un libro in mano, tutti con il cellulare, dai grandi ai piccini, chini su quello schermo, intenti a chattare o a curiosare nei profili social altrui.

Oramai non ci si telefona quasi più, ma si comunica attraverso geroglifici: grazie ad una semplice faccina io posso comunicare un mio stato d'animo (vero o finto che sia), tanto dall'altro capo del filo (filo che non esiste più) non mi possono vedere.

Sono stati coniati addirittura dei termini nuovi: linkare, taggare, postare,.....

Pensiamo ai bambini: i lego, le bambole, i vari giocattoli sono stati sostituiti da videogames, tablet, cellulari e tanta televisione, con il risultato che ora come ora sono pochi i fanciulli che si divertono a scorrazzare liberi per un prato, arrampicarsi sugli alberi o giocare a nascondino...li chiamano i "nativi digitali"....ma i nativi umani esistono ancora? Grazie ad internet sono in grado di conoscere ogni cosa, ma in un versione molto lontana dalla realtà: sanno com'è fatta una gallina senza averla mai vista o toccata, conoscono a memoria i testi delle canzoni senza averle mai cantate, digitano su un motore di ricerca il nome di un personaggio famoso o di un termine loro sconosciuto e nel giro di pochi secondi hanno il mondo ai loro piedi, senza aver mai sfogliato un'enciclopedia, senza aver mai annusato la carta consumata, senza aver mai "toccato" la storia scritta e vissuta dai nostri antenati.

Ora: è diventato così imbarazzante vedere una persona, dal vivo, arrossire, sorridere, arrabbiarsi o addirittura piangere?

È diventato così strano comunicare verbalmente, facie ad faciem?

È diventato così inusuale sillabare "ti amo", "ti odio" "ti voglio bene" utilizzando il proprio labiale e non simboletti vari, cuoricini e faccine?

Perché devo rendere partecipe la collettività dei miei momenti più intimi di gioia o tristezza, perché devo condividere le mie emozioni e quelle delle persone che mi stanno intorno?

Dove è andata a finire quell'attesa, quella sorpresa che si prova nel rivedere una persona con cui non ci si incontra da tempo, nell'abbracciarla fisicamente o nello stringerle una mano?

I ragazzini chattano, non si parlano, non comunicano, i primi amori sono spesso virtuali, le amicizie pure.

Se non hai il cellulare di ultima generazione sei discriminato, se non sei su facebook sei uno sfigato, se non ti uniformi alla massa sei diverso.

Ma cos'è oggi il diverso? Forse quello che una volta chiamavamo "conformista"? Forse colui che preferisce fare una bella passeggiata in un bosco piuttosto che bere un aperitivo in centro e percorrere la passerella delle maschere pirandelliane?

La solitudine non è altro che un sentimento di estraneità, di non appartenenza verso gli altri. Nell'esperienza umana c'è una solitudine ricercata come valore, come spazio di introspezione, una solitudine necessaria nella riflessione di qualsiasi essere umano per definire le tappe evolutive dei processi di crescita. Il punto è proprio questo: oggi non ci si ferma più per riflettere, non ci si ferma più ad ascoltare il silenzio, non ci si ferma più a pensare e magari a mettersi in discussione..."chi si ferma a pensare è perduto"..dicono...

Un altro famoso sociologo, di nome Parsons, afferma che il sistema sociale è definito in termini di interazione, ma è un'interazione che avviene non tra singole personalità bensì di relazioni reciproche tra soggetti agenti in termini di status (posizioni sociali del soggetto agente) e di ruoli (attività del soggetto agente collegata alla sua posizione sociale). Lo status definisce la posizione che un soggetto occupa nell'ambito di un sistema di relazioni considerato come struttura, indipendentemente dalla personalità dell'individuo stesso. Appare chiaro dunque che ogni individuo, proprio per l'importanza dello status, agirà non secondo le sue vere pulsioni ma secondo quanto le aspettative della società.

Queste riflessioni non sono una drastica condanna al progresso, in quanto è grazie ad internet ed alla digitalizzazione che nascono nuovi mestieri, che tutto diviene possibile, che la conoscenza e la cultura si diffondono e che le scoperte scientifiche prolificano per aiutare l'umanità. Sono dei semplici timori manifestati da una giovane che sta vivendo a metà fra il vecchio ed il nuovo, fra il materiale ed il digitale, che si è trovata catapultata, nel giro di pochi anni, nel mondo di internet e delle nuove tecnologie ma che ha avuto la fortuna di vivere, per tutta la sua infanzia ed adolescenza, i rapporti umani per quelli che sono, senza internet e cellulari; che ha avuto la fortuna di disegnare a mano la linea del tempo durante le lezioni di storia e di fare tante ricerche con l'uso di una "semplice" e "banale" enciclopedia, senza computer o tablet, senza motori di ricerca.

Si può parlare ancora di convivialità?

Si può parlare ancora di rapporti umani veri e reali?

Si può parlare ancora di sentimenti?

Si sente sempre più la necessità di una cultura digitale, di una cultura al progresso, che parta dagli asili, dalle scuole elementari e che educhi i fanciulli ad un uso consapevole e responsabile delle nuove tecnologie, dando loro anche la possibilità di scegliere se godersi ancora l'età dell'innocenza o catapultarsi nel mondo del virtuale, dove l'immaginario può divenire realtà.

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