Deboli, svantaggiati - Generalità, varie -  Redazione P&D - 25/06/2019

Vuoi che andiamo a sederci un po’ sul divano nel tuo bel soggiorno? E.C.

Una mia esperienza del TSO  

Sono di Trieste, ho utilizzo sin dai primi anni Novanta uno dei quattro Centri di Salute Mentale di Trieste, quello di Domio. Sono insegnante abilitata per la lingua e la civiltà tedesche, ho lavoro attualmente come peer support, supporto tra pari, nei quattro Centri di Salute Mentale di Trieste. Ho conseguito la laurea in lingue, circa due anni prima del primo esordio psicotico, avvenuto a Monaco di Baviera durante un soggiorno di studio e perfezionamento della lingua e cultura tedesche. Il Centro di Salute Mentale di mio riferimento era intervenuto nei miei confronti, alcune volte, con dei Trattamenti Sanitari Obbligatori. Ciò è accaduto, quando mi sono trovata in situazione di crisi psicotica. Non mi ricordo di essere mai stata aggressiva né verbalmente, né fisicamente nei confronti di nessuno. Anzi il contrario, ricordo di aver subito vessazioni e umiliazioni, nella mia quotidianità familiare, alle quali non mi sono mai ribellata, non avendone avuto né la forza, né la volontà, né il coraggio. Sin da adolescente e poi tutta la vita, è stata sempre molto viva in me la necessità di relazione, di comunicazione ed interazione verbale, la comunicazione e l’interazione anche attraverso i differenti linguaggi non-verbali, la gestualità, la mimica facciale, l’espressione intellettuale a livello di scrittura, l’espressione del corpo – il ballo, il teatro, il canto. E mi ritrovai sin dalla fine degli anni ottanta, a vivere e a convivere in una situazioni di disagio familiare che stimolavano e incoraggiavano in me continui sensi di colpa e avevano un’influenza negativa, sulla mia autostima, nella mia quotidianità.
Mi ricordo di un intervento di Trattamento Sanitario Obbligatorio, effettuato a casa mia, se non vado errata da due o tre operatrici – operatori, non ricordo esattamente quanti operatori erano, ma ricordo di aver vissuto questa esperienza molto male.
Ho vissuto questa esperienza di TSO, come esperienza di vita in cui mi sono sentita imprigionata dalle operatrici che erano venute a casa mia, in una situazione, di cui e per cui, in quel momento non ero consapevole, né ero consapevole di cosa mi stesse accadendo e temevo quella situazione, temevo l’ignoto che si presentava dinanzi a me; mi chiedevo inoltre, durante il TSO, nella mia situazione di crisi psicotica, che ne sarà di me. Mi si prospettava solo la morte.
Il mio relazionarsi agli altri, ai miei più vicini famigliari, credo mio marito, mi aveva costretto a trovarmi in quella sgradevole, terribile situazione in cui appunto mi trovavo: tre operatori, se non ricordo male, attorno a me, “semplicemente” intenzionati a portarmi via da casa mia, da quello che era il mio mondo totale e unico, era casa mia, seppur lo stesso ambiente, per la terribile relazione che io percepivo e sentivo con uno dei due conviventi, un tartassante ambiente di oppressione, autoritario, massacrante, denigratorio nei miei confronti. Quell’ambiente era casa mia, era il mio spazio di vita, unico, dove avevo tutti i miei amati libri, dove avevo tutte le mie amate cose, i miei amati oggetti, i miei bei vestiti, era insomma uno spazio in cui la mia persona aveva tutto ciò che le apparteneva, e in questo mio spazio erano entrate persone che, d’improvviso, mi costringevano ad abbandonarlo. Sgradevole, terribile, la sensazione di intrappolamento, che ho provato in quella situazione di Trattamento Sanitario Obbligatorio, a casa mia, nella mia camera da letto, sola, circondata da operatrici e operatori e, dietro a me, il letto, mio, di casa mia, dove non mi veniva più concesso di dormire. Nessuno degli operatori ha provato ad entrare in empatia con me, nella maniera che mi avrebbe consentito di essere ascoltata, di potermi esprimere a casa mia (in realtà quella era casa mia, ma era come se i proprietari fossero diventati i gli operatori che mi venivano a fare il TSO. Non avevo avuto nessuna possibilità di poter trovare supporto in loro, nella maniera che per me sarebbe stata quella giusta, quella che mi avrebbe calmato, rassicurato.
In quei momenti, avrei avuto bisogno che venissero soddisfatti i miei bisogni di espressione e di comunicazione, i miei bisogni umani di relazione, che venivano sempre consapevolmente o inconsapevolmente ignorati, da chi mi stava vicino, il mio diritto ad essere ascoltata semplicemente con premura e con attenzione, da tutti loro, e non solo per portarmi “semplicemente” via da casa mia. Per me sarebbe stato necessario avermi dato più tempo, ascolto attivo e partecipativo, rassicurazione, per quelli che erano la soddisfazione dei miei bisogni esistenziali, per me importanti come nessun altro. Non ho mai fatto del male a nessuno, neanche ne farei del male al mio peggior nemico. Eppure sono stata trattata malissimo. Tutti quei bisogni che venivano sistematicamente soffocati, da chi mi stava vicino fisicamente, giorno per giorno, sistematicamente, l’oppressione spegneva tutte le mie energie e soffocava tutti i miei bisogni principali, indispensabili per me, affinché io potessi condurre una vita sana, serena, attiva e creativa. I miei bisogni di vita creativa a livello intellettuale, affettivo venivano sistematicamente soffocati e repressi in una tal maniera che non me ne accorgevo nemmeno che stavo sprofondando nel vuoto e nella perdità della soggettività che ha implicato per me la mia malattia mentale. Era palese, quel giorno in cui mi venne fatto uno dei TSO, l’intenzione degli operatori di condurmi via dal mio spazio di vita, dalla mia casa. Nessun ascolto attivo, nessuna rassicurazione, se non quella di costringermi, subito, con molta determinazione, ad abbandonare casa mia. Era la mia casa! Invece ne venivo strappata via con la forza per venire immersa nel vuoto totale.
Nella situazione, talvolta indispensabile di TSO, esso deve venir fatto con la modalità operativa di soddisfare prima i bisogni che ha la persona in quel momento; è necessario che il personale abbia un approccio di accoglienza aperta anche durante lo svolgimento del TSO, ogni operatore dovrebbe attivare una ricerca metodologica che gli consenta di mettersi in una situazione di ascolto attivo e collaborativo con la persona in crisi. Nel gruppo di operatori che viene a fare il TSO a qualcuno, dovrebbe esserci qualcuno che abbia sviluppato, in precedenza, una certa relazione empatica con la persona in crisi. E’ necessario a livello di metodologia degli operatori la strategia, direi, dell’abbraccio metaforico che può consistere in varie modalità di approccio. In particolare il linguaggio relativo alla prossemica, la relazione che si ha nello spazio tra la persona in crisi e ogni singolo operatore è importantissimo. La postura nello spazio, in maniera tale da non creare nella persona in crisi, percezione di oppressione e intrappolamento, che è una sensazione terribile! Perché l’operatore non mi ha chiesto: “Elena, hai voglia di fare due passi?” “Elena, forse hai voglia di chiacchierare un po’ con me?” Oppure ancor meglio: “Vuoi che andiamo a sederci un po’ sul divano nel tuo bel soggiorno?” Oppure “Elena, vuoi che guardiamo un po’ assieme la tv?” avrebbe potuto invitarmi, con le modalità verbali e non-verbali giuste, ad esempio, a fare un’altra attività assieme, come ad esempio guardare un poco la tivù stando seduti assieme sul divano di casa. Mi sono sentita strappata brutalmente via dalla mia casa, dal mio spazio di vita, e nel mio delirio pensavo che mi si portasse in un luogo di orrore e di morte, dal quale non sarei più tornata indietro.