Cultura, società - Cultura, società -  Patrizio Sisto - 31/10/2017

Visioni curiose e perturbanti dal mondo attuale Variazioni sul tema del matrimonio

 

Recenti cronache di costume italiane riportano due fenomeni riguardanti l’istituto del matrimonio, piuttosto spiazzanti per il loro carattere del tutto inedito.

Al di là della stranezza che li caratterizza, nella loro apparente eterogeneità i fatti in questione inducono a domandarsi cosa si possa intendere oggi usando la parola “matrimonio” e fino a quale punto tale parola conservi una sua legittimità semantica: si tratta del “matrimonio a prima vista”, dal titolo di un format che circola su alcune reti televisive, e del “matrimonio con se stessi”, secondo la definizione adottata in alcuni articoli giornalistici.

Con “matrimonio a prima vista” ci si riferisce a un format televisivo importato dagli Stati Uniti, nel quale un team di esperti -un sociologo, uno psicologo e una sessuologa- si impegna a combinare un matrimonio fra due persone tra loro del tutto sconosciute, selezionando i soggetti fra le centinaia di partecipanti al casting televisivo, sulla base di un’analisi “rigorosamente scientifica” (sic) dei caratteri, degli stili di vita, dei gusti e delle preferenze degli interessati. Dopodiché, passato il momento del rito civile celebrato secondo tutti i crismi tradizionali, si segue l’andamento della vita di coppia, in una sorta di follow-up sperimentale, verificando a distanza di un mese prima e di sei mesi poi, la tenuta della relazione così costruita.

 Su un altro versante fa capolino invece il “matrimonio con se stessi”, a indicare i primi due casi (ne seguiranno altri?) nel nostro Paese di persone -per la cronaca, in un caso un uomo e nell’altro una donna- che hanno deciso a un certo punto della loro vita, fra i 30 e i 40 anni, di celebrare un matrimonio da soli, rimanendo fieramente single, in una sorta di outing dichiarato pubblicamente, di esaltazione di fronte al mondo dell’amore per la propria persona. E, si noti, uno dei due matrimoni da single è stato dettagliatamente seguito dalle cronache, l’altro è entrato a far parte della trasmissione televisiva “Il boss delle cerimonie”: dall’evento alla risonanza mediatica il passo è strato immediato.

Non si tratta certo qui di porre in discussione la buona fede dei protagonisti di queste vicende: gli sposi di se stessi sostengono con convinzione che il loro gesto non nasce da una rinuncia e non ha in sé alcuna implicazione di rivalsa, ma si basa semplicemente sulla raggiunta comprensione di “stare bene con se stessi” e che questa è la dimensione raggiunta della propria “realizzazione e felicità”, in un patto fra sé e sé declamato al mondo.

Occorre subito dire che accanto a un’immediata sensazione di disagio mista a curiosità (su cui il mezzo televisivo certamente ha buone ragioni per far leva), si può intravedere, a una riflessione successiva, un comune denominatore che collega queste due anomale forme di matrimonio.  Al di là della presenza o meno di un partner, ciò che viene prepotentemente messo in scena in entrambi i casi mi pare infatti l’abdicazione all’apertura all’altro da sé, o in altri termini a un incontro, che come tutti gli incontri comporta una partecipazione attiva, un mettersi in gioco in termini di assunzione di responsabilità soggettiva e dei rischi connessi all’effettuazione di scelte, in cui è implicato un processo che si dispiega nel tempo, fatto di pazienza e disponibilità alla conoscenza, di impegno nella tessitura di trame di relazioni e nel loro mantenimento. Tutti aspetti che richiedono necessariamente il trascorrere di giorni e mesi, una buona dose di impegno e dedizione, una scoperta progressiva e -last but not least- l’ammissione dei limiti esistenziali con cui tutti abbiamo a che fare nel confrontarci con l’imponderabile e con ciò che sfugge al nostro controllo individuale. 

 Diversi sono i parametri di lettura possibili di questi due fenomeni, dalla condizione di isolamento effettivo in cui siamo portati a vivere nonostante l’iperconnessione virtuale in cui siamo immersi (la cosiddetta “solitudine del cittadino globale”), alla condizione liquida, per dirla con Bauman, di incertezza, precarietà  e sfiducia che caratterizza le nostre vite attuali, fino alla tendenza a consegnare a un apparato tecnico impersonale -gli “esperti”- la prerogativa di realizzare la conquista delle felicità individuali.   

E’ altrettanto interessante però che tale abdicazione avvenga sotto l’egida dell’istituto formale del matrimonio, che continua ad apparire come significante primario, anche a costo di sfociare di fatto in un ossimoro o in una delega delle proprie scelte più intime a una figura imperscrutabile detentrice di un supposto sapere tecnico. E’ indicativo altresì che in entrambi i casi, quello del matrimonio da single e quello del matrimonio a prima vista, il tutto avvenga sotto l’egida indiscutibile della rappresentazione scenica spettacolarizzata (forse non sarebbe così sorpreso  Guy Debord, che decenni fa, negli anni ‘60, preconizzava in una lucida lungimiranza l’avvento di una società dello spettacolo totalizzante e diffusa).

 La scommessa sul caso e la delega delle proprie scelte alla figura dell’esperto, ma anche il ripiegamento su di sé dei propri investimenti affettivi e progettuali chiamano in causa da questo punto di vista un mondo fantasticato, verrebbe da dire “sognato”, dove la quota di rischio e imprevedibilità è proiettata illusoriamente su un livello zero, nel quale è possibile intravedere un bisogno di rassicurazione che non trova altri approdi. E c’è da chiedersi allora quali siano i benefici effettivi e i costi di questa operazione da parte della persona che la mette in atto…

Ricordando, per contrappunto, il suggestivo passo del “Piccolo principe” di Saint-Exupéry in cui, in un alone di sentimenti sussurrati, pudichi e discreti che riescono a toccare la sensibilità soggettiva e l’esperienza di tutti, la volpe così si rivolge al protagonista: “… tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica”.