Cultura, società - Cultura, società -  Patrizio Sisto - 07/10/2017

Visioni curiose e perturbanti dal mondo attuale: androidi troppo umani e umani troppo androidi

Durante la recente promozione del videogioco ''Detroit: Become Human’' lanciato all’annuale Tokyo Game Show, una delle più rinomate fiere del settore, molti visitatori sono rimasti incuriositi e turbati da una schiera di presunti androidi presentati col nome di AP700.
Possiamo facilmente immaginare il pubblico impegnarsi a scrutare i volti, le espressioni, le movenze di figure dalle impressionanti sembianze umane alla ricerca di indizi e segnali indicatori di appartenenza al mondo cibernetico o al mondo umano, in una generale impressione di spaesamento e confusione che tutti i presenti devono aver provato.

Il videogioco mette in scena la vita di un automa, Kara, che, echeggiando il canovaccio del film “Blade Runner”, diventa via via sempre più simile a un essere umano.
Come non ricordare un altro celebre film classico della fantascienza, “L’invasione degli ultracorpi", che è un ulteriore esempio eclatante di evocazione del tema del doppio, con i suoi portati inquietanti e perturbanti, dove si presentifica, oggettivandola e rendendola inesorabilmente tangibile, quella distanza e potenziale estraneità a noi stessi di cui siamo portatori per molti aspetti nella nostra stessa psiche…

Poco importa, nel caso della presentazione al Tokyo Game Show, che alla fine i sospetti androidi si siano rivelati attori professionisti per conto dell’azienda Sony, appositamente addestrati a “incarnare” entità robotiche: ciò che doveva succedere in questo senso possiamo dire è già accaduto, cioè l’interiorizzazione sul piano dell’immaginario collettivo -perlomeno quello giapponese- del fenomeno della duplicazione dell’essere umano in un suo doppio tanto più inquietante quanto più simile e al tempo stesso alieno rispetto a se stesso.

Un fenomeno che finora era rimasto confinato nei territori della fantascienza, con risvolti ancora tutti da comprendere sulla nostra percezione di noi stessi, degli altri e del mondo stesso che abitiamo.
Si può osservare più nello specifico che si è trattato, nell’illusione di cui sono state vittime i giapponesi in tale situazione, di una sorta di azione retroattiva esercitata da un futuro immaginato, un futuro a venire che sta però già in molti modi più o meno espliciti prendendo forma, secondo una logica che la psicanalisi definirebbe come un effetto apres-coup al futuro anteriore: un evento, l’assimilazione e indistinguibilità fra umano e non umano, che se non ha ancora avuto luogo di fatto ha però, ed è ciò che più conta, preso dimora nel vissuto e più radicalmente ancora nella percezione di molti.

Quanto avvenuto nei giorni scorsi alla fiera di Tokyo costituisce allora, più che un aneddoto, l’emergere di uno scorcio di realtà prossima ventura, che da un certo punto di vista è già ora più reale, nella percezione interiorizzata degli astanti, di quella realtà che sta al momento attuale assumendo una configurazione in divenire.
Ed è anche un’occasione per prendere contatto, in una dimensione protetta, con una possibilità che andrebbe pensata e colta nelle sue ripercussioni sulla nostra psiche prima che assuma a tutti gli effetti un impatto a cui non saremmo preparati, come la confusione ingenerata negli ignari spettatori giapponesi fa intuire…

Va infatti tenuto presente, come nota a margine, che la psiche ha tempi più lunghi e modalità di elaborazione sfasate rispetto all’evoluzione tecnologica: è in altri termini sottoposta a un impegno supplementare rispetto all’attività di adattamento con cui è da sempre attrezzata confrontandosi con i compiti evolutivi che ci sono proposti sul piano ontogenetico e filogenetico dalla nostra natura biologica.
Ma d’altra parte, se mettiamo in luce l’aspetto meno apocalittico della questione, si può anche rilevare che la creazione di entità dall’identità che raddoppia quella umana è riconducibile alla prosecuzione, con i mezzi innovativi della tecnologia, di una tendenza intrinseca all’essere umano, quella a rappresentarsi all’esterno espropriandosi paradossalmente di sé (si pensi ai miti del Golem, così come alla figura di Frankenstein o agli automi del film “Metropolis" del 1927).

Insomma, è possibile in tal senso reperire un filo rosso che allude a una continuità pur nella novità spaesante, in cui ritroviamo i germi di un’attitudine connaturata al nostro essere nel mondo. Sicché anche la sconvolgente entrata in scena dell’automa che ci troviamo di fronte e col quale si incrociano i nostri sguardi ripropone l’enigma dell’umano, attraverso un fenomeno che proprio perché inquietante ci ricorda una familiare estraneità che in qualche modo, ancora insufficientemente inesplorato, ci appartiene.




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