Diritto, procedura, esecuzione penale - Reato -  Laura Tavelli - 05/11/2019

Violenza economica

Violenza, violenza di genere. Non è necessario che la stessa si estrinsechi in pugni, sberle, vessazioni, ingiuria, c’è anche quella molto più sommessa, nascosta, sottile e più difficile da perseguire legalmente, anche rispetto alla violenza psicologica- strano a dirsi, eppure è così -, si tratta della VIOLENZA ECONOMICA. Violenza che si traduce nell’impedimento di avere una carta di credito o un bancomat, di conoscere il reddito familiare, di usare il proprio denaro, di avere un costante controllo esterno su quanto e come si spende. Insomma, è quella violenza che rende la donna economicamente dipendente dal coniuge/ex coniuge o dal partner/ex partner, e che racchiude in sé ogni forma di privazione e controllo che limiti la sua indipendenza economica. Le viene , così, impedito l’accesso alle risorse economiche, sfruttandone la capacità di guadagno, “limitandone l’accesso ai mezzi necessari per l’indipendenza, resistenza e fuga” UNWomen, 2015. Si potrebbe, anche, tradurre nell’impossibilità della donna di lavorare fuori casa per la gelosia del partner o all’estremo atto dello sfruttamento dei guadagni della donna da parte di un marito/compagno volontariamente disoccupato.
E’ più diffusa di quanto si possa pensare e, dagli ultimi studi svolti da Global Thinking Foundation, fondazione che sostiene, patrocina e organizza iniziative e progetti che abbiano come obiettivo l’alfabetizzazione finanziaria rivolta essenzialmente a soggetti indigenti e fasce deboli, sembrerebbe che, nel 90% dei casi, sia prodromica o contestuale alla violenza fisica. Raramente, vuoi purtroppo per cultura, viene dalla donna riconosciuta, dichiarata e denunciata e, comunque, solitamente considerata solo un’aggravante (Sic!). Intanto la donna perde autostima e indipendenza, viene isolata, messa in un angolo e non può permettersi autonomamente economicamente nulla. La sua esistenza viene legata alla casa, viene derubata della sua libertà e resa dipendente, mentre contestualmente l’uomo mantiene saldo il suo potere di controllo, ancorandola ad una relazione molto spesso violenta.
Ovviamente, come precisato in più occasioni dalla Corte di Cassazione penale, deve trattarsi di un comportamento vessatorio ed idoneo a provare una situazione di prostrazione psico-fisica nella vittima, che sottopone la moglie/compagna a subire atti di vessazione reiterata, tali da cagionarle sofferenza, prevaricazione ed umiliazioni, nonché uno stato di disagio continuo ed incompatibile con delle normali condizioni di esistenza (Cass. Sez. 6, n. 55 del 08/11/2002, dep. 08/01/2003, Rv. 223192; n. 19674/2014). Al riguardo, di certo, non può assumere alcun peso, in senso scriminante, le “eventuali pretese o rivendicazioni legate all’esercizio di particolari forme di potestà in ordine alla gestione del proprio nucleo familiare, ovvero specifiche usanze, abitudini e connotazioni di dinamiche interne a gruppi familiari che costituiscano il portato di concezioni, in assoluto contrasto con i principi e le norme che stanno alla base dell’ordinamento giuridico italiano e della concreta regolamentazione dei rapporti interpersonali.” Infatti, corre l’obbligo di precisare e sottolineare che la garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo, inteso sia come singolo, sia, nelle formazioni sociali, cui è certamente da ascrivere la famiglia (artt. 2, 29 e 31 Cost.), nonché l’elevato principio di eguaglianza e di pari dignità sociale (art. 3, commi 1 e 2, Cost.), costituiscono uno sbarramento invalicabile contro l’introduzione di consuetudini, prassi o costumi che siano con esso assolutamente incompatibili (arg. ex Sez. 6, n. 3398 del 20/10/1999, dep. 24/11/1999, Rv. 215158; Sez. 6, n. 46300 del 26/11/2008, dep. 16/12/2008, Rv. 242229).
Anche i paesi membri sono intervenuti sul punto nel 2011, con la sottoscrizione della Convenzione di Istanbul, convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica - favorire la protezione delle vittime ed impedire l'impunità dei colpevoli-, che definisce la VIOLENZA DOMESTICA come “tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all'interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l'autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”.
Eppure quello che oggi integra un reato penale, non molti anni fa, forse 40, era considerata la normalità: chi deteneva il potere economico decisionale nella famiglia era l’uomo, considerato padre e padrone, e la moglie non aveva altro ruolo che il dovere di procreare, crescere i figli e prendersi cura della casa. Figuriamoci se poteva ambire o soltanto pensare all’economia familiare! Solo verso gli anni ’70, si iniziò a intravedere un’attenuazione di questo potere. Infatti, nonostante il diritto al voto concesso alla donna nel '48, per molto tempo rimase quella “differenza” tra i sessi per la quale la famiglia era gestita da un "pater familias" e la donna… bè la donna doveva solo occuparsi della casa e dei figli!