Interessi protetti - Beni, diritti reali -  Riccardo Mazzon - 27/05/2019

Usucapione: onere probatorio, animus e specificità del bene

Chi agisce in giudizio per essere dichiarato proprietario di un bene, affermando di averlo usucapito, deve dare la prova di tutti gli elementi costitutivi della dedotta fattispecie acquisitiva e, quindi, non solo del "corpus", ma anche dell'animus; quest'ultimo elemento, tuttavia, può essere desunto in via presuntiva dal primo o, anche, può essere dimostrato con scritti o con la prova di dichiarazioni univoche, ovvero di univoci comportamenti.(si veda, amplius, il volume "Usucapione di beni mobili ed immobili", Riccardo Mazzon, seconda edizione, Rimini 2017).

Si pensi, ad esempio, a situazioni nelle quali i possessori, interpellati dal tecnico comunale per il permesso all'interramento nel fondo dell'acquedotto comunale, invitino quest'ultimo a rivolgersi all'intestatario del bene oppure a fattispecie nelle quali, chi si pretenda possessore usucapiente, non abbia, in realtà, fatto fronte alle obbligazioni dipendenti dalla cosa che assume aver usucapito: nella pronuncia che segue, ad esempio, i giudici del merito avevano negato il possesso ad usucapionem del venditore di un appartamento in fabbricato condominiale, rilevando che il protrarsi della disponibilità del bene da parte del medesimo, dopo la vendita, presentava elementi di equivocità in ordine al suddetto animus, anche in relazione al fatto che le quote di spese condominiali risultavano richieste all'acquirente e dallo stesso pagate; l'animus rem sibi habendi, necessario a che il potere di fatto sulla cosa integri possesso idoneo all'acquisto per usucapione, non resta di per sé escluso dalla circostanza che detto potere venga esercitato dal venditore, dopo il trasferimento della proprietà del bene in favore dell'acquirente, non implicando tale trasferimento l'automatica trasformazione del possesso in nome proprio in detenzione in nome e per conto dell'acquirente: peraltro, in detta situazione, la ricorrenza dell'indicato requisito soggettivo postula un inequivoco comportamento del possessore, che evidenzi il suo intento di considerarsi e farsi considerare ancora come titolare del diritto dominicale.

Anche nel giudizio di rivendicazione, qualora il convenuto contesti la concreta esistenza del possesso in capo all'attore, l'onere della prova risulta essere maggiormente difficoltoso: infatti, nel giudizio di rivendicazione l'attore deve provare di essere diventato proprietario della cosa rivendicata, risalendo, anche attraverso i propri danti causa, fino ad un acquisto a titolo originario, o dimostrando il possesso proprio e dei suoi danti causa per il tempo necessario per l'usucapione; se poi anche il possesso è contestato dal convenuto, l'attore non può limitarsi a dimostrare che il titolo o i titoli (tra i quali, per la sua natura dichiarativa, non può annoverarsi la divisione, salvo che si provi il titolo d'acquisto della comunione: così, va censurata l’eventuale decisione che non abbia compiuto alcun effettivo accertamento circa l'esistenza di una situazione possessoria, in capo agli attori e ai loro danti causa, impropriamente valorizzando a tal fine un atto di divisione e una successiva attribuzione testamentaria) risalgono ad un ventennio, ma deve provare che egli o i suoi danti causa abbiano effettivamente e continuativamente posseduto l'immobile, salva la presunzione iuris tantum di possesso intermedio, senza che il rigore di siffatto onere probatorio sia attenuato dalla mera proposizione di una domanda riconvenzionale o di un'eccezione di usucapione da parte del convenuto, quando queste non siano formulate in modo da comportare il riconoscimento della pregressa titolarità del diritto da parte dell'attore o dei suoi "danti causa".

In particolare, infatti, ai fini dell'azione di accertamento della proprietà proposta da chi sia già in possesso del bene, è sufficiente la dimostrazione di aver acquistato il bene in base a valido titolo di acquisto e, qualora tale titolo sia costituito dall'usucapione, resta superflua l'indagine in ordine alle ragioni, portate eventualmente dal convenuto, a dimostrazione di un suo diritto di proprietà sul fondo stesso, basate su titoli di acquisto convenzionali, in ogni caso superati dall'acquisto per usucapione.

Secondo costante (e recentemente confermata) giurisprudenza di legittimità, l'onere probatorio, posto a carico dell'attore in rivendicazione, risulta senz'altro attenuato dalla proposizione da parte del convenuto di una domanda o di una eccezione riconvenzionale di usucapione: è stato, infatti, chiarito come, in tema di azione di rivendicazione, nel caso in cui il convenuto non contesti l'originaria appartenenza del bene conteso ad un comune dante causa, l'onere probatorio a carico dell'attore si riduce alla prova di un valido titolo di acquisto da parte sua e dell'appartenenza del bene medesimo al suo dante causa in epoca anteriore a quella in cui il convenuto assume di avere iniziato a possedere, ed alla prova che quell'appartenenza non è stata interrotta da un possesso idoneo ad usucapire da parte del convenuto; un tanto anche nel caso in cui la proposizione della domanda riconvenzionale di usucapione non abbia implicato, di per sé, contestazione della titolarità del bene in capo al dante causa dell'attore in rivendicazione, poiché l'acquisto a titolo originario che si assuma operato a favore dei convenuti agenti in riconvenzionale sia stato successivo all'acquisto, per analogo titolo, formatosi in capo all'attore che aveva intrapreso l'azione di rivendicazione.

Più dettagliatamente, in tema di azione di rivendicazione, l'onere probatorio posto a carico dell'attore non è, di regola attenuato, dalla proposizione da parte del convenuto di una domanda o di una eccezione riconvenzionale di usucapione, a meno che quest'ultimo non invochi un acquisto per usucapione il cui "dies a quo" sia successivo a quello del titolo del rivendicante, attenendo il "thema decidendum" alla appartenenza attuale del bene al convenuto, in forza della invocata usucapione e non già dell'acquisto da parte dell'attore.

In tal caso, pertanto, l'onere della prova del rivendicante può ritenersi assolto, in mancanza della avversa prova della prescrizione acquisitiva, con la dimostrazione della validità del titolo in base al quale il bene gli era stato trasmesso dal precedente titolare: d'altra parte, l'attenuazione del rigore dell'onere probatorio non può ritenersi esclusa in considerazione della posizione del convenuto in rivendica che, pur opponendo un proprio diritto, può comunque avvalersi del principio possideo quia possideo senza alcuna rinuncia di tale situazione vantaggiosa, atteso che, quando invoca l'acquisto per usucapione, il convenuto non si limita ad opporre la tutela garantita dalla legge a favore del possessore indipendentemente da un corrispondente diritto di proprietà, ma deduce di possedere nella qualità di proprietario, chiedendo - nell'ipotesi di domanda riconvenzionale - addirittura una pronuncia di accertamento di tale diritto di proprietà con efficacia di giudicato.

Per altro verso, nel caso l'usucapione venga dedotta solo come subordinata ragione di difesa, il magistrato non è autorizzato a tenerne conto nel senso sopra descritto, dovendo dar principale rilievo alla contestazione effettuata dal convenuto in principalità: così, si ribadisce, nell'azione di rivendicazione, l'eccezione di usucapione dedotta in vi subordinata non comporta alcuna attenuazione dell'onere della prova gravante sull'attore.

L'acquisto della proprietà per usucapione dei beni immobili ha per fondamento una situazione di fatto, caratterizzata dal mancato esercizio del diritto da parte del proprietario e dalla prolungata signoria di fatto sulla cosa, da parte di chi si sostituisce a lui nell'utilizzazione di essa.

La pienezza e l'esclusività di questo potere, che soddisfano il requisito dell'univocità del possesso e lo rendono idoneo a determinare il compiersi della prescrizione acquisitiva vanno dal giudice di merito apprezzate e valutate - non in astratto ma - con riferimento alla specifica natura del bene, alla sua destinazione economica e produttiva, alle utilità che esso secondo un criterio di normalità è capace di procurare al proprietario ed il cui conseguimento costituisce secondo un analogo criterio il precipuo contenuto delle sue facoltà di godimento.

Si pensi, ad esempio, per un'applicazione pratica del principio, al caso in cui sia andata, in tutto od in parte, distrutta la cosa oggetto d'usucapione, in guisa da essere la stessa profondamente modificata nella sua consistenza (e, dunque, da non poter essere più utilizzata per l'uso cui era prima destinata): in tal caso, è necessario venga accertato - in aggiunta al possesso già precedentemente esercitato - che, secondo l'incensurabile apprezzamento del giudice del merito, il possesso medesimo si sia manifestato, nei suoi elementi costitutivi, anche posteriormente al mutamento subito dalla cosa rispetto alla sua strutturazione ed al venir meno della sua destinazione originaria.