Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 07/07/2018

Una sera di domenica, con la musica - M.B.

(Varignana, 9 luglio 2017)
Siamo in città, oppressi dal caldo. Marco Lux, nostro figlio minore, che lavora in Lussemburgo, ha fatto sapere che ci verrà a trovare a fine mese…….. giusto nell’unica settimana che abbiamo programmato di vacanza, fuori di casa!
In verità, Mara e io, le vacanze ce le prendiamo a spizzico; mezza giornata alla volta, due ore alla volta, anche mezz’ora alla volta : un bicchier di vino (buono) in Piazza S.Stefano, con la vista delle “sette chiese”, incomparabile verso il tramonto, due tarallini con patate fritte e via andare.
A dirla tutta, da ultimo, ci sono capitati anche due magnifici concerti musicali; uno in Duomo, durante la settimana, e l’altro, a Varignana sui colli già verso la Romagna, domenica sera.
Il primo era tenuto dal coro e dall’orchestra studentesca di Amsterdam (SKA e CREA), due significativi complessi di circa quaranta giovani (e qualcuno meno giovane) ciascuno, tipicamente olandesi.
Le ragazze, tante, bionde, in abito scuro, lungo; i ragazzi, anche loro con chiome castane e bionde, pelle chiara e un certo garbo nordico, in un ideale abito da sera, cui però avevano tolto la giacca, restando con residua eleganza in maniche di camicia (lunghe e bianche) e papillon.
In effetti anche nella splendida, vasta chiesa civica, faceva piuttosto caldo, per quanto non come fuori; e l’esecuzione, poi svoltasi con competenza e grande passione - quasi all’unisono, nell’ampia orchestrazione dal coro vocale ai solisti, dagli archi ai flauti, alle trombe, ai tromboni e ai corni – contribuiva a scaldare suonatori e pubblico.
Musiche di Zemlinsky – un suggestivo compositore formatosi ancora nell’impero austriaco e poi morto a New York nel 1942, considerato allievo di Mahler - di Verdi, e dello stesso Mahler.
Magnifico! Da un lato l’ambientazione tardo-gotica, purissima, di S. Petronio, con una speciale acustica e una eco prolungata dei suoni tra archi, colonne e volte; dall’altro la suggestione del Lied – il pezzo di Mahler, composto da lui stesso anche nelle struggenti parole: das klagende Lied, il canto del lamento, del fratello ucciso dal fratello - cantato in tedesco.
Insomma, un piacere dello spirito e anche degli occhi per tutto l’insieme; un prodotto genuino e di alta qualità, uno spicchio di Olanda – ma anche di musica tedesca (e italiana) - trapiantato a Bologna!
Uno spettacolo nello spettacolo i due direttori d’orchestra, succedutisi sul podio; uno, più giovane, di media statura, in abito scuro e cravatta lunga, sciolto e gioviale, per i primi due pezzi musicali; l’altro, un po’ più in età, alto, magro, assolutamente tradizionale nel suo ineccepibile frac nero con fascia viola, ma ugualmente sciolto e gioviale, con le sue corsette sul podio e i suoi folti capelli grigi, compatti e ricciuti, per l’ultimo pezzo.
Quando compaiono dal fondo della chiesa e, in un ideale corridoio centrale, si avvicinano all’orchestra e al coro, piazzati proprio davanti all’altar maggiore, con il suo maestoso ciborio – un magnifico esempio di autel-baldaquin – tutti i coristi e tutti gli orchestrali, uomini e donne, si alzano in piedi in segno di rispetto con una decisa naturalezza, tutta nordica; onore al capo, all’ Orchesterleiter .
Né loro, né i musicisti – né tanto meno le musiche e le parole – deluderanno; ma daranno ampia e meritata soddisfazione al pubblico, certo ristretto nell’ampiezza della chiesa, un po’ olandese, un po’ bolognese, molto democraticamente assortito.
 
Ma giunti a sabato, che si fa? Ci sono, proprio in queste settimane, i concerti del Festival di Varignana, un borgo a 24 chilometri da Bologna, sui colli a est, dove, tra l’altro, non siamo mai stati.
Il Festival è ambientato nell’omonimo Palazzo, una villa settecentesca perfettamente restaurata – come poi vedremo – circondata da un vasto, curatissimo parco.
Vi residuano costruzioni tradizionali, pure restaurate; mentre altre, nuovissime, sono state realizzate, con vetrate e punti panoramici, secondo la migliore architettura moderna.
Del Festival di Varignana si parla da qualche anno, con sempre maggiore intensità.
Stavolta vogliamo andarci anche noi, almeno per una sera.
Mara, vera maestra in queste cose – dipendesse da me finirei per consungermi in una sorta di inedia culturale-, riesce a prenotare, sull’unghia. Sabato pomeriggio per domenica sera. Non è proprio a buon mercato, ma poi, sul posto e a cose fatte, si scoprirà che c’è anche una cena; e che cena e in che cornice; da sogno!
Questa volta, con la musica, si passa dall’Olanda alla Russia.
Lì, nella magia del Palazzo  – vi hanno riportato anche uno stupendo mosaico floreale romano, di età augustea,  proveniente dal pavimento di una villa di Claterna, uno dei centri romani della vicina Via Emilia; ma Claterna, a differenza di Bologna o Imola, fra cui si trovava, non è sopravvissuta all’antichità ed è completamente scomparsa; lasciando il solo toponimo del torrente Quaderna – ebbene lì, nella magia del Palazzo, tutto suona russo.
Si esibisce il trio Gutman, costituito dalla famosa violoncellista Natalia Gutman, allieva di Rostropovich, e da due più giovani musicisti; il pianista Vinnik e il violinista Moroz. Il trio suona musiche di Rachmaninov e Sciostakovich, oltre che del norvegese (nato e morto a Bergen) Grieg.
La Gutman è il personaggio illustre; ma Vinnik e Moroz sostengono la scena, in un raccolto ambiente del Palazzo, dove abbiamo la fortuna di poterci sedere nella prima fila.
Suonano e suonano, con uno slancio tipicamente russo. Vinnik, con cravatta lunga, senza la giacca, quasi percuote il pianoforte, un grande, maestoso  Steinway a coda, con un ritmo e una partecipazione vibranti; Moroz, direttamente in abito tradizionale russo, col suo violino, a cui fa subito saltare un paio di corde, non è da meno e diffonde tutto intorno il fascino della musica – e dei musicisti – slavi.
Bellissimi tutti e tre i pezzi. Drammatico, da ultimo, quello di Sciostakovich, scritto nel 1944, che si prolunga, quasi col solo ritmo, in una specie di danza macabra, terribilmente suggestiva.
Bene, è finita, applausi a scena aperta ed anche un bis, molto bello, con musica di Schubert.
Quasi sottobraccio ai musicisti – riesco a scambiare qualche parola soprattutto con Vinnik, che vive a Monaco e stabilisce con me, come lingua franca, il tedesco, anziché il solito inglese – ci avviamo a cena, all’aperto, nel magnifico, fresco e ventilato parco.
Neanche la cena ci deluderà. Tavole rotonde – le più simpatiche -, con vista sulla pianura, buon servizio, ottimi cibi, più attenti alla qualità che alla quantità.
Compagnia occasionale, ma davvero selezionata (dalla passione per la musica) : due coniugi di Modena-Finale Emilia, piuttosto simpatici, e poi tre coppie di giovani, di Bologna e di Padova. Tra loro una giovane pianista – che, come ci ha ricordato lei stessa,  durante il concerto aveva il compito, non poi così scontato, di voltare le pagine dello spartito del pianista “maggiore” – e una violoncellista – che ci ha introdotto ad alcune considerazioni sull’illustre collega Gutman-.
Conversazione piacevole. In breve viene mezzanotte. Ci alziamo e salutiamo.
Recupero l’auto al parcheggio e ritorno con la mia fatina della notte, con Mara – spero di essere stato un buon cavaliere! - per la solita via di casa, la Via Emilia; dritta come un fuso e sgombra e liscia come un nastro.
Con un colpo di intuitiva fortuna, infatti, nemmeno penso di raggiungere l’autostrada; dove, a ben riflettere, avrei trovato tutti quelli di ritorno dal mare. E, allora, addio al “sogno di una notte di mezza estate”!