Cultura, società - Cultura, società -  Maria Beatrice Maranò - 25/02/2019

Una domenica per Masserie in agro di Crispiano terra della provincia tarantina

Una simpatica domenica trascorsa in agro di Crispiano, ( provincia di Taranto), a girovagare per Masserie, mi ha fornito l’occasione per scoprire e conoscere la seconda vita di un caro collega che sapevo fino a quel momento esperto solo di diritto. L’avvocato Renato Perrini appassionato e studioso di storia appartiene a quel gruppo di redattori della rivista dell’Umanesimo della Pietra insignita in persona del presidente  p.t. di tale associazione, dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, del diploma di II classe con medaglia d’argento dei benemeriti della cultura e dell’arte. A dare origine al borgo di Crispiano racconta Renato Perrini fu Calvia Crispinilla, nobile e sopraffina “magistra libidinum”, dell’imperatore Nerone: un escort dell’epoca, imprenditrice “ante litteram”,  tanto da acquistare con il denaro guadagnato alla Corte molti possedimenti in Puglia nel tarantino; A metà del I secolo d.c. fu anche proprietaria di numerose fornaci, che producevano anfore idonee a contenere olio e vino provenienti dai suoi stessi possedimenti. A testimonianza del suo passaggio in terra veneta ci sono bolli di fabbrica di anfore olearie trovati nell’”Atheste romana”.  Ritornando in terra tarantina, Domiziano impose che le fertili proprietà della” magistra” passassero al “patrimonium principis”. Di Crispiano parlano anche Plinio, Orazio e Tacito, già dal XIII secolo. Dopo un periodo di interruzione la storia ricominciò a palpitare con Leone Isaurico e Costantino Copronico tra il 717 ed il 741 d.c.. Quando poi Taranto fu occupata e distrutta ai tempi delle invasioni arabe 926 d.c. i superstiti trovarono rifugio nei paesi montuosi di Martina Franca e quindi anche a Crispiano. In questa occasione nascono i primi agglomerati urbani. Risorgono Cigliano, San Simone, Triglie, Gravina di Broja ( oggi contrada Lame di Rosa ) Blasi o Vallenza e il Vallone. Si parte quindi dall’età romana in cui vi erano due fondi il” fondus dei Pettii” ed il “saltus di Crispinilla” due immense proprietà in cui trovavano lavoro tanti uomini e si arriva così al frazionamento attuale in cui i monaci che partono da Crispiano diffondono il culto della Vergine di Odegitria. Incominciando la nostra dissertazione da Cigliano e San Simone:  in età medievale, Cigliano si ritrova menzionato nei registri angioini delle tasse, i cd.:  “Cedulari Terrae Idranti”. Cigliano la ritroviamo poi nel Codice Architano del 1607, nel Codice Acclaviano, e nell’Archivio di Stato di Lecce. E’ anche menzionata in una sentenza del "die 8 mensis novembri 1591”, in cui Giandonato Carducci proprietario di tutte le terre di Cigliano era stato condannato a rimuovere le difese erette intorno agli stessi luoghi perché impedivano ai martinesi di pascolare il loro bestiame nonché in contrasto con i vari “ banni”, emanati dall’Università di Taranto. Cigliano è poi menzionata in una lettera del  1642 del priore dei Carmelitani di Martina Franca al sindaco di Taranto. Altre notizie documentali su Cigliano si ricavano dai registri della Finanza Publica di Terra d’Otranto del 1806. San Simone ha invece origine antichissime. Ne troviamo traccia nel 1795 nella “ Memoria per li possessi de li territori del Seminario di Taranto contro il Seminario stesso”. Ciò che oggi rimane di San Simone come casale è una teoria di grotte lungo il vallone della strada provinciale Crispiano-Martina. Originariamente doveva sorgere una Chiesa Rupestre del 1649 d.c. mai trovata. “ Santi Simini”, entrò a far parte delle rendite di Santa Maria del Galeso dei padri cistercensi Del collegamento tra San Simone e Cigliano si hanno notizie  dal 1309 allorché Roberto D’Angiò concedeva al monastero del Galeso di far migrare a San Simone alcune famiglie di coloni a causa della persistente malaria di Cigliano. Ciò accadeva cinque anni dopo che Carlo II D’Angiò aveva concesso ai frati cistercensi di radunare alcuni coloni dispersi in Cigliano concedendovi importanti esenzioni fiscali. Il casale di Cigliano del quale resta ben poco, appartenne dapprima all’abbazia di San Vito Del Pizzo, e poi all’abbazia di Santa Maria del Galeso e successivamente al demanio, ma alla popolazione martinese fu sempre garantito il diritto di pascervi, acquarvi e lignarvi. Triglie è collocata tra la  Gravina di Leucaspide, con un’ insieme di grotte di notevole interesse, e l’insediamento indigeno de La Mastuola con testimonianze archeologiche a partire dall’VIII secolo a.c. L’acquedotto del Triglio aveva origine a tre chilometri da Crispiano e testimonia l’importanza di questo casale. Si sviluppava per una lunghezza di 18 km affiorando con archi a tutto sesto solo nei pressi del rione Tamburi di Taranto. Questa opera ha condotto per molti secoli l’acqua nella città di Taranto alimentando la fontana della Gran Piazza. L’acquedotto fu costruito per “uso privato”al servizio delle ville suburbane nell’anno 123 a.c. al tempo dei Gracchi quando giunse a Taranto la colonia Neptunia o Maritima. L’acqua divenne di uso pubblico dopo la caduta dell’impero romano e fu introdotta a Taranto durante il regno di Totila re dei Goti nel 545 d.c. (secondo altre fonti fu portata a Taranto da Niceforo Foca Imperatore d’Oriente nel 950 d.c.). Gli archi attuali sono però un rifacimento di quelli originali: l’ultima costruzione si deve ad un progetto dell’ingegnere tarantino Marco Orlando alla fine dell’800.

Il Codice Architano, fornisce una testimonianza del fatto che Carlo  V fece erigere in Piazza Fontana una fonte alimentata proprio dall’acquedotto del Triglio. Urgenti necessità di danaro indussero gli eredi Bitetto ad alienare la loro proprietà in Triglie. Indubbiamente Triglie tra tutti i casali del territorio di Crispiano, doveva essere il più ricco. La cappella di Triglie è riportata in un atto notarile del notaio Francesco Nicola Mannarini rogato nel settembre 1764, ed in questo stesso atto è riportato anche il "Cubiculum Sancti Juliani”: punto di raccolta per la comunità di Triglie. Il brigantaggio post-unitario trovò facile terreno in questo casale sia  per il malcontento serpeggiante tra i giornalieri, sia per la renitenza della leva piemontese, sia per le grame condizioni di vita. All’interno una Vergine con il Bambino che denota notevoli punti in comune con la Vergine della cripta dei Santi Crispo e Crispiniano. San Giovanni il precursore è uno dei pochi indizi che resta della sacra immagine affrescata nella cripta. Vi è anche raffigurato San Nicola come nel “Cubiculum” e altre figure di Santi dei quali è difficile distinguere i tratti fondamentali. La Gravina di Lama delle Rose è detta broja dall’omonima masseria. Su entrambi i costoni di un vallone si snodano una teoria di grotte: sul lato sinistro si snodano le grotte più grandi, al centro del costone si apre la cripta della Madonna delle Rose. Anche a Broja si riscontrano in modo sensibile i segni della vita monastica. In posizione più staccata da Madonna delle Rose verso nord-ovest sorge la cripta basilicale della Panarella nelle immediate vicinanze della gravina della Masseria Carucci. La cripta basilicale della Panarella è la cripta più grande del tarentino eccezion fatta per quella di Lizzano di origine carsica. Ad appena 700 mt dalla cripta della Panarella è posta la cripta Pozzo di Carucci che è unica nel suo genere per la disposizione ambientale, per il colonnato, per la fattura degli affreschi. La Crispiano moderna è interamente attraversata da una gravina: Il Vallone. Nel Vallone dovevano esservi tre cripte ma abbiamo conoscenza diretta solo di quella di Santi Crispo e Crispiniano, mentre quella di San Paolo è andata distrutta e della cripta di San Paolo l’eremita non si è mai trovata traccia. In quella domenica rallegrati da un sole e da una piacevola compagnia, abbiamo visitato la Masseria Russoli, risalente al 1742. Di proprietà della regione Puglia, ospita il Centro per la Conservazione genetica dell’asino di Martina Franca. La Masseria Pilano del XVII secolo. Il versante montuoso della Masseria costituisce il confine storico dei comuni di Martina e di Taranto stabilito il 15 aprile 1359 da Roberto D’Angiò principe di Taranto quando concesse a Martina Franca un ampio territorio demaniale in aggiunta a quello del distretto delle due miglia assegnato nel 1317 dal padre Fillippo I. Con l’introduzione del Catasto onciario nella metà del settecento la masseria fu ripartita tra Martina Franca e Taranto come risulta dal catasto provvisorio del 1812-1822. Dal 1919 invece con l’istituzione del comune di Crispiano, Taranto cedette tutta l’antica zona di confine con Martina Franca alla nuova entità territoriale. L’attività prevalente della Masseria Pilano è l’allevamento di bovini da latte Frisona Italiana, vacche Podoliche Pugliesi, e gli splendidi cavalli Murgesi. L’azienda è tra i soci fondatori del consorzio “ Le Cento Masserie” ed è anche parte integrante dell’Azienda Faunistica Venatoria “San Paolo”. Su un fianco del Monte di Pilano si apre un interessante caverna detta Grotta di Pilano. Nel complesso grottale fu rinvenuto un abbondante e notevole deposito preistorico: frammenti di ossa, di alcuni animali estinti, nell’area murgiana, frammenti di industria ossea del Paleolitico, come selci, punteruoli, scalpelli, lisciatoi, punte di zagaglia, coltelli, frammenti ceramici d’impasto nerastro. Ed infine la Masseria Amastuola. Il primo documento nel quale compare è un “Inventariumdei   beni di Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto, redatti nella prima metà del 1400, in cui è segnata tra i beni dell’abbazia italo-greca, di San Vito del Pizzo di Taranto. Si succedettero dal 1500 al 1652, i proprietari Giovan Vincenzo Ferrandino, e Andrea d’Afflitto. La Masseria conobbe la massima espansione territoriale e la massima floridezza nel XVIII a.c., quando includeva parte dela località “ Lo Sperduto” e di “ Arecupo”, che i D’Afflitto avevano ottenuto in concessione nel 1699 dall’Università di Massafra in  persona del Sindaco Domenico Antonio Broja, per un censo annuo di soli 6 carlini. Dopo essere passata dalla proprietà di Diego D’Afflitto che dilapidò ingenti somme di denaro nel gioco, e da quella di Andrea D’Afflitto junior che invece apporto migliorie alle strutture, ai fabbricati e alle colture, nel 1773 Andrea donò tutto il suo patrimonio a Saverio D’Ajala, in cambio di un vitalizio annuo di 1200 ducati, per ricambiare la generosità con cui questi aveva sostenuto la famiglia nei periodi di crisi. Invano tentò di riappropriarsi della proprietà tramite azioni giudiziarie e così la Masseria rimase ai D’Ajala fino alla metà del 1900. Dal 2003 la Masseria è di proprietà della famiglia di Giuseppe Montanaro di Massafra. Si è conclusa così una domenica bucolica per Masserie in luoghi apprezzati da Paolo Cendon quando è stato nostro gradito ospite; una domenica riscaldata dal caldo fuoco dell’amicizia(…) “Nobile sapienza! Sembrano privare il mondo del sole quelli che privano la vita dell’amicizia(…)..si  addice, dunque, a un animo ben costruito rallegrarsi per le buone cose e affliggersi per le cattive” (Laelius De amicitia di Cicerone)