Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Gemma Brandi - 19/05/2019

UN GIRO DI BOA DELLA PROSPETTIVA SUL DIRITTO NELL’ULTIMO LIBRO DI PAOLO CENDON “I diritti dei più fragili”

Circa venti anni or sono, a Firenze, all’interno della manifestazione Leggere per non dimenticare, presentai un testo dello stesso autore dal titolo Colpa vostra se mi uccido. Dalle posizioni di allora ritengo che Paolo Cendon abbia preso le distanze. Era, all’epoca, molto attento al tema della responsabilità, al disegno accorto del suo profilo. Poteva apparire persino intransigente, di quella intransigenza che però, a me almeno, sembrava necessaria quando è in gioco la vita di un uomo, quando la superficialità rischia di fare perdere l’appuntamento persino con la sua sopravvivenza, quando si è pagati per trovare strategie di sostegno estreme. Su quel solco sono rimasta e vi ho coltivato idee, ipotesi e infine teorie piuttosto singolari in un universo che pretende di sfumare la responsabilità, trovando demodé il richiamo a questa. Purtroppo accade che persone, danneggiate dal declino della responsabilità, quando ad essere ferito è il loro sentimento soggettivo, si rivoltino contro tale stato di cose prendendo a ceffoni e talora a fucilate chi ritengono colpevole del ben tolto. Cosa che dovrebbe indurre a tornare in quel solco dimenticato, direi perdente, eppure forse più fertile di quanto non siano proclami e promesse privi di consistenza.Questo libro è un’altra cosa, distante dalla posizione di allora.
E’ un elenco di storie più o meno convincenti, più o meno suggestive, storie di fragilità commentate dalle pennellate cendoniane in un modo che viene voglia di esserlo, fragili intendo, giusto per ricevere una attenzione così fascinosamente descrittiva e promozionale: è forse questa l’attenzione che i maestri riservano ai loro allievi migliori, caldeggiandone i talenti in erba? Temo di no, almeno nella maggior parte dei casi e almeno a livello istituzionale, visto che il talento preoccupa soprattutto chi dovrebbe promuoverlo: un trend  cui pensare, ma non qui e ora. Solo per questo il libro meriterebbe di essere letto, per spostare cioè il punto di vista convenzionale sulla fragilità, per cogliere il potenziale che i problemi nascondono, per non perdere la speranza. E inoltre, per sentirsi parte di una rete che promette di non abbandonare il debole. Tra tutte le considerazioni, la bella metafora saintexuperiana di un pozzo nascosto nel deserto a rendere quest’ultimo bello, evoca l’oasi pronta a dischiudersi nel deserto della disabilità.
E come non cogliere il convincente appello ai giudici di famiglia ad essere scrupolosi e ai servizi socio-sanitari a non trincerarsi dietro una rassegnata cecità di fronte al problema dei bambini contesi? Paolo Cendon, inoltre, sdogana coraggiosamente il concetto di “coazione benigna” che coniai oltre un decennio fa e che nel suo libro denomina “coazione benevola” -di cui temo che non si parlerà più a chiare lettere, perché troppo impopolare e criticato almeno dalla Salute Mentale che va per la maggiore, dalle posizioni vittoriose sul campo. L’autore, infine, ricorre a espressioni efficaci parlando di “trafficanti ufficiali dell’aiuto”, di “ostentazioni ideologiche”, di “apriorismi di bandiera”, della difesa di certi “spalti” e di qualche “dogma convenzionale”, ma anche di “progressismi di maniera”, di “allineamenti alle mode, specie se d’oltre confine”. Termini forti e anticonformisti, utilissimi alla causa dei deboli, da inscrivere anzi nel nuovo statuto delle cosiddette fragilità, perché nemici della loro causa.
Si legge nel libro un no al diritto alla pena per il malato di mente, mentre il beneficiario della Ads, e non i suoi eredi potenziali, è posto al centro della scena, con la presunzione/necessità di rispettare il suo “best interest”.
Nel testo è rintracciabile un richiamo alle responsabilità, ma è un richiamo pudico, diplomatico, fondamentalmente giurisdizionale, quanto convinta, ampia e vigorosa era stata nell’altro volume la volontà di snidare azioni ed omissioni portatrici di sofferenza.
La toccante originalità di questa opera è però raccolta, secondo quello che almeno sono stata in grado di cogliere, nelle ultime pagine, dove è presa in esame la umanità del diritto e con questa un suo esitare corroborante. Abbandonata la presunzione di certezza -della colpa, della responsabilità, della ammenda- fuoriesce un nuovo genio dalla lampada della giustizia, sfregata con sapiente e ricercato gesto da un Cendon-Aladino. Il genietto che prende forma dal lieve fumo di questa favola moderna suggerisce di imparare a “non avvilirsi”, di accontentarsi di “soluzioni di ripiego” e in fondo anche di “riuscire a combinare poco o nulla”, subendo con leggerezza “gli smacchi dell’ordinamento”, purché residui “un valore, un bene aggiuntivo all’orizzonte, non troppo disomogeneo rispetto a quello di partenza”, che tenga insieme le cose. E’ tratteggiata la silhouette di un diritto impreciso, nel quale si impone la necessità di armonizzare l’ortodossia con i traguardi sui quali investire le risorse, quel versante che potrebbe giustificare la rinuncia a un “accanimento puristico, di bandiera”. Questo diritto umano, cui cessa di essere estranea la carne che soffre, ammette alla sua tavola la “caducità terrena” e “le improvvisazioni dell’uomo”, cessando di essere una astrazione fredda e distante, concreta al punto da perdere di vista l’oggetto/soggetto del processo che resta, per dirla con Piero Calamandrei, “fondamentalmente studio dell’uomo”.
In definitiva si tratta di ammettere alla stessa tavola il motto dei Conti Fossombroni, “Il mondo va da sé”, e dei Marchesi Malspina, “Sum bona spina malis, sum mala spina bonis”, senza cadere nel fatalismo del primo e senza essere catturati dalla inflessibilità del secondo. Paolo Cendon, sbriciolando le barriere tra letteratura e vita, ci riesce e la sua storia funziona anche questa volta.