Deboli, svantaggiati - Persone con disabilità -  Redazione P&D - 08/02/2019

Tutela giudiziaria dei diritti delle persone con disabilità – Antonella Tamborrino

Tutti i diritti riconosciuti a favore delle persone con disabilità sinora considerati ricevono dall’ordinamento nazionale ed internazionale la possibilità di essere difesi dal soggetto interessato che lamenti una  loro repressione o disconoscimento. Nella struttura normativa del nostro ordinamento posta a tutela dei soggetti disabili si innesta una pluralità di leggi speciali emanate dal legislatore per meglio garantire e dare attuazione a quei principi costituzionalmente sanciti e sistematizzati dalla legge-quadro n. 104 del 1992.
Tra queste essenziali norme possiamo annoverare la legge 1 marzo 2006 n. 67 recante “misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni”, che si prefigge di promuovere  la piena attuazione del principio di parità di trattamento e delle pari opportunità nei confronti delle persone con disabilità, di cui all'articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, al fine di garantire  alle  stesse  il  pieno godimento dei loro diritti civili, politici, economici e sociali. La legge n. 67 del 2006 rappresenta un intervento del legislatore italiano in attuazione del principio comunitario enunciato nell’art. 13 del Trattato di Amsterdam, concernente la lotta contro le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali, dell’art. 3 della Costituzione italiana che sancisce il principio di uguaglianza formale e sostanziale tra gli individui e dell’art. 5 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, che attribuisce agli Stati Parti il dovere di proibire ogni forma di discriminazione fondata sulla disabilità, adottando tutti i provvedimenti appropriati per garantire ai disabili una protezione legale effettiva.
Pertanto, la suddetta legge speciale mette a disposizione nell’ambito della tutela della disabilità quegli strumenti ed opzioni già adottati per la lotta contro altre forme di discriminazione mirando a perseguire la parità di trattamento tra soggetti disabili e non. Tale legge contiene un limite alla sua portata, stabilendone l’ambito di applicazione soggettivo e oggettivo. Infatti, l’art. 1 individua quali destinatari le persone con disabilità così come definite dall’art. 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104. In seguito, il comma 2 dello stesso articolo delinea un’applicabilità residuale delle sue prescrizioni normative,  escludendo che possa applicarsi a situazioni relative la disparità di trattamento nel campo del diritto di lavoro.
Tuttavia, è doveroso considerare che la disciplina contenuta nella legge n. 67/2006 non si sostituisce alle  norme che prevedono altre forme di tutela già previste dall’ordinamento, ma si affianca ad esse. Infatti a tal proposito, l’art. 1, comma 2 della legge in questione non esclude l’applicabilità delle norme relative la tutela contro ogni forma di discriminazione sul posto di lavoro contenute nel d.lgs. 9 luglio 2003 n. 216 attuativo della Direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro. La legge speciale in esame riconosce e garantisce la tutela giurisdizionale dei disabili attraverso un’azione civile generale. Si tratta di una azione a carattere generale, in quanto l’intento del legislatore è quello di offrire una tutela giudiziaria indeterminata, non circoscritta a limitate condotte riferite ad un determinato campo. L’azione civile, contro le discriminazioni, così come risultante dalle modifiche apportate dal d.lgs. n. 150/2011,  può essere fatta valere tanto nei confronti dei privati quanto nei confronti della Pubblica Amministrazione, nell’ipotesi in cui un loro comportamento, condotta o atto abbia prodotto una discriminazione, al fine di domandarne la cessazione e la rimozione degli effetti della discriminazione ed il risarcimento del danno patrimoniale e non.
Il giudice, pertanto mediante il suo provvedimento disporrà un facere , anche nei confronti della Pubblica Amministrazione. L’organo giudiziario giudicherà liberamente l’an della discriminazione, ma nella determinazione del quomodo per l’eliminazione della discriminazione in maniera efficace dovrà essere coinvolto il soggetto leso. Da ciò ne deriva che la rimozione della discriminazione accertata non costituisce una sanzione nei confronti del soggetto discriminante, altrimenti non sarebbe possibile un coinvolgimento del diretto interessato nel suo contenuto. Il ricorso verrà esperito, anche personalmente, dal soggetto interessato dinanzi al giudice ordinario del luogo in cui il ricorrente ha  il domicilio. Si fa riferimento, come criterio generale, alla tutela processuale prevista per gli immigrati contro situazioni soggettive di discriminazione contenuta nell’art. 44 del d.lgs. n. 286 del 1998, che disciplina  l’azione civile contro le discriminazioni. Tale articolo, nella sua formulazione originale prevedeva che il disabile che riteneva di essere stato destinatario di  un atto discriminatorio ad opera di privati o della Pubblica Amministrazione poteva ricorrere, anche personalmente, al Tribunale civile per chiederne la cessazione e il risarcimento del danno. Il giudice, in composizione monocratica, di conseguenza, poteva disporne mediante provvedimento la cessazione dell’atto discriminatorio, ove sussistente, ed adottare ogni altro provvedimento idoneo a rimuovere gli effetti della discriminazione.
La Novella del 2011 ha introdotto una nuova regolamentazione dei procedimenti contro la discriminazione in danno delle persone con disabilità, disponendo che al riguardo debba essere esplicato un rito sommario di cognizione, come previsto e disciplinato nel Capo III bis, Titolo I del Libro IV del c.p.c. Il decreto stesso precisa che tali nuove disposizioni si applicano ai processi iniziati dopo l’entrata in vigore del provvedimento, mentre resteranno sottoposti alle regole antecedenti i procedimenti pendenti alla data dell’entrata in vigore delle stesse. Tale principio di tutela processuale a favore dei diritti delle persone con disabilità può essere desunto anche dalla giurisprudenza più autorevole. Infatti, a tal proposito, considerando la pronuncia della Corte Costituzionale del 6 luglio 2004 n. 204, in cui essa valutando una questione relativa la ripartizione della competenza di decidere controversie concernente diritti soggettivi tra T.A.R., ed in secondo grado, Consiglio di Stato e giudici ordinari, riconosce la possibilità di ricorrere agli organi giurisdizionali ordinari per la tutela di un diritto soggettivo leso anche da un atto amministrativo relativo la fruizione di un servizio pubblico. In tal modo, viene riconosciuto anche il diritto dei soggetti diversamente abili, fruitori dei servizi pubblici in ambito sociale e di assistenza, di ricevere una tutela processuale dinnanzi ai giudizi ordinari rispetto a cui è possibile espletare maggiori mezzi di difesa. Da tale disciplina complessiva si evidenzia come il legislatore abbia voluto far emergere la persona del disabile, riponendola in una posizione di parità, nelle ipotesi in cui venga discriminata a causa della sua condizione, rispetto alle persone che non lo sono, riconoscendo l’esigibilità del diritto a non essere discriminato.

In allegato il testo dell'articolo con note.