Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Marco Faccioli - 04/08/2019

Te lo do io il ciclo!

Stanno spiando le vostre ovaie.” Questo il titolo preoccupante di un articolo nella rubrica rosa del Washington Post che, nei giorni scorsi, ha pubblicato un'inchiesta sul nuovo porto franco della raccolta dei dati personali: ovvero quel pacchetto di applicazioni per smart tutte al femminile utilizzate per monitorare fertilità, ovulazione e gravidanza. Ma partiamo come sempre dall'inizio: l'autorevole quotidiano americano ha definito il fenomeno una specie di “sorveglianza mestruale”, e a finire sotto accusa sono state le applicazioni della statunitense Ovia Health, responsabile di condividere i dati inseriti dalle donne utilizzatrici delle app niente popò di meno che con datori di lavoro e le assicurazioni sanitarie delle stesse. Tra tutte le vagonate di informazioni personali che regaliamo ogni giorno alle aziende (che ne fanno famelica incetta), ci sarebbero quindi anche quelle sulla fertilità, l'ovulazione, il ciclo mestruale, lo stato della gravidanza e le stime dei tempi di congedo di maternità delle lavoratrici. Un bottino di informazioni che, per farla breve, permetterebbe ad un ipotetico datore di lavoro di scoprire (per poi sfruttare per il proprio tornaconto aziendale) se quella tal dipendente è in grado di reggere a un maggiore stress lavorativo, se sta pensando di rimanere incinta (e quindi allontanarsi mesi dal posto di lavoro), quando e come una neo mamma pianifica di tornare al lavoro o se ha figli cagionevoli di salute (con la possibilità che la lavoratrice possa prendersi un maggior numero di ferie o di malattia). L'inchiesta segue attentamente lo sviluppo del fenomeno del cosiddetto “femtech”, ovvero l'insieme di app, prodotti e tecnologie che monitorano la salute delle donne. Un boom che la stessa Ovia ha celebrato lo scorso dicembre 2018 festeggiando “le 11 milioni di donne e famiglie che hanno preso importanti decisioni sulla vita e sulla salute grazie alle nostre app”. Secondo le testimonianze raccolte dal Washington Post alcune aziende spingerebbero le proprie lavoratrici all'utilizzo dei prodotti Ovia fornendo alle stesse buoni per un dollaro al giorno ed altri incentivi, così da poter raccogliere, ed utilizzare, tutti i dati di cui sopra. “La preoccupazione degli esperti - si legge nell'articolo - è che le imprese possano servirsi dei dati per aumentare i costi o per ridurre i benefici della copertura sanitaria”. Non è comunque la prima volta che i rischi di questo genere di app vengono denunciati, già nel 2017 infatti l'organizzazione non profit Electronic Frontier Foundation ha pubblicato il dossier “The pregnancy panopticon”, denunciando la stessa problematica di cui ci stiamo occupando oggi. Ecco perché il consiglio è quello di controllare sempre le impostazioni di privacy delle app che usiamo; oppure, perché no, tornare a segnare a penna sul calendario o sul proprio diario il giorno dell'inizio del ciclo ...abitudine oramai superata ai giorni nostri? Forse si, ma di certo al riparo da occhi indiscreti.