Deboli, svantaggiati - Dipendenze, alcool, droga -  Fedeli Giuseppe - 03/11/2014

SUMMA INIURIA - G. FEDELI

«Ci sono due elementi da registrare: il fatto che sia morto un giovane e il fatto che lo Stato dovrebbe prestare attenzione alla salute dei cittadini. Dalla giustizia, dagli uomini ci si aspetterebbe attenzione, invece abbiamo avuto la morte» (Padre Vittorio Trani, cappellano di Regina Coeli).

 

 

Le 15.53 del 31.11.2014: la Corte d'Appello capitolina torna in aula, il presidente legge solenne e senza tentennamenti il dispositivo: tutti assolti per insufficienza di prove. Stefano Cucchi è stato ucciso e vilipeso di nuovo. Il fallimento della Giustizia è paradossalmente il trionfo dello Stato: ma di quale "Stato"? Giovanni Cucchi, padre di Stefano, ha giustamente detto: "È una sentenza che rappresenta il fallimento dello Stato". Osserva Luigi Manconi (sociologo italiano, a capo dell"associazione "A buon diritto"): "A ben vedere, in quelle parole c"è la sintesi più efficace di una matura teoria dello stato di diritto e di una moderna scienza della politica. E, infatti, il primo fondamento sul quale poggia la legittimazione giuridica e morale dello Stato democratico è la sua capacità di tutelare la vita dei cittadini. In altre parole lo Stato può pretendere ubbidienza e rispetto delle leggi solo se si mostra in grado di garantire l"incolumità dei suoi membri. E, in primo luogo, l"integrità fisica e l"inviolabilità del corpo. Ancor più quando quel corpo si trova in stato di reclusione e privato della libertà. È allora che, il corpo di quel cittadino – indipendentemente dalla condizione sociale e dal curriculum penale – deve diventare per lo stato il bene più prezioso. Quello meritevole della protezione la più rigorosa e la più intransigente. Così non è accaduto a Stefano Cucchi e a tanti altri prima e dopo di lui". Due pesi e due misure: ma si vuol far passare la "verità" che non è successo niente, e se è successo qualcosa non è colpa di nessuno. Se qualcosa è successo tra l"arresto e la morte di Stefano Cucchi non ci sono prove a testimoniarlo. E per questa insufficienza di prove nessuno pagherà con un solo giorno di galera. Se tra le mura della cella di piazzale Clodio, se nei corridoi delle caserme dei carabinieri dove il corpo esile dello "sporco pusher di Torpignattara" è transitato di milite in milite in maniera non proprio ortodossa, se sul letto del Pertini dove Stefano era detenuto in stato di inanizione i medici non lo hanno degnato di uno sguardo finché non è crepato, non lo sapremo mai, perché il giudice della Corte d"Appello di Roma ha così stabilito. Dura lex, sed lex: in gergo, "verità processuale", che di certo non procede da quella con la "V" maiuscola. Quel dito medio del secondino imputato che si rizzava nell"aula del processo di primo grado, l"aula bunker di Rebibbia, ha stravinto e oggi ha avuto l'imprimatur di una Corte che non ha evidentemente ritenuto di valutare come attendibili le tante prove e i tanti indizi che, "gravi, precisi e , inclinavano a una verità diversa, raccapricciante. Quel dito medio, simbolo/icona del malcostume, rappresenta oggi la disfatta dello Stato. È stato giustamente osservato a caldo che ora sì, siamo tutti giustificati a pensare che c"è qualcosa di oscuro e indefinito che disorienta i processi per malapolizia verso l"insoluto, come in un gioco a scacchi il cui regista è il Grande Architetto: altro che mania giustizialista e gogna mediatica. Qualcosa puntualmente torna ed esercita una forza maggiore "cui resisti non potest", barbaramente coercitiva, che travolge la dignità di quelle famiglie che ostinate e cieche cercano la verità. Nel corso di una lunghissima settimana, Cucchi ebbe a conoscere e attraversare dodici diversi luoghi, corrispondenti ad altrettanti istituti e strutture statuali (due caserme dei carabinieri, celle di sicurezza e aula di un tribunale, infermerie e stanze di pronto soccorso, prigione e reparto detentivo). Dodici stazioni di una lancinante Via Crucis che lo hanno visto cadere e rialzarsi, poi umiliato spezzato annientato, e abbandonato in un angolo. E sono altri ancora gli elementi che possono arrivare a comporre come in una lauda dramatica uno "Stabat mater" senza tempo. C"è, dopo l"agonia, quella Deposizione del corpo piagato e illividito sul tavolo dell"obitorio e la sua pubblica ostensione. E ci sono quelle figure femminili, forti e dolenti, allegoriche e concrete – che si pongono tra Antigone e le pie donne che assistono soccorrevoli, la Mater dolorosa e la Veronica – intorno a una fredda tomba dove il dolore silenzioso assordante di un giovane uomo diventa il dolore del mondo, e la parola summa iniuria.

 

L"onorabilità della divisa, come urlava il pm Abate nell"interrogatorio ad Alberto Biggiogero nel processo Uva, è un concetto ormai diradato. Di onorabile è rimasto ben poco. Resta la nudità della violenza, la vera anima della repressione di strada e di piazza. Restano divise sporche di sangue e, ancora una volta, le inutili lacrime. Resta l'immagine lontana di Stefano Cucchi e la sua smorfia di morte.