Interessi protetti - Interessi protetti -  Redazione P&D - 14/03/2019

Successioni: caratteristiche dell’impugnazione della rinuncia all’eredità da parte dei creditori del chiamato - RM

La giurisprudenza ha, negli anni, individuato le principali caratteristiche dell’impugnazione della rinuncia all’eredità, argomentando nel modo che segue:

- l'azione ex art. 524 c.c., mediante la quale i creditori del rinunciante all'eredità chiedono di essere autorizzati all'accettazione in nome e luogo del rinunciante stesso, – cfr. il volume "Manuale pratico per la successione ereditaria", R. Mazzon, Rimini 2015 - non può essere esperita quando la rinuncia provenga dal legittimario pretermesso, non potendo quest'ultimo essere qualificato chiamato all'eredità, “prima dell'accoglimento dell'azione di riduzione che abbia rimosso l'efficacia preclusiva delle disposizioni testamentarie” (Cass., sez. II, 29 luglio 2008, n. 20562, GCM, 2008, 9, 1297);

- l'attore che abbia documentato come il proprio debitore abbia rinunciato all'eredità devolutagli e che il convenuto non ha beni idonei a soddisfare il debito - ad esempio attraverso la produzione di una ispezione presso la Conservatoria dei RR.II. negativa -, non avendo il convenuto fornito elementi in senso contrario, soddisfa le condizioni dell'art. 524 c.c., atteso che tale norma non richiede la frode del debitore, né è impedita dall'acquisto della quota del rinunciante da parte di altri chiamati, non comportando la facoltà concessa al creditore di accettare l'eredità in luogo del debitore la revoca della rinuncia, ma solo la possibilità di sottoporre ad espropriazione i beni ereditari nei limiti della quota spettante al debitore rinunciante (così Trib. Padova, 2 maggio 2007, n. 1043, Giur. Civ. Patav, 2009);

- l'accettazione dell'eredità da parte di altro chiamato non è di per sé ostativa all'esercizio dell'azione ex art. 524 c.c. da parte dei creditori del chiamato rinunziante, non incontrando l'autorizzazione all'impugnazione, ai sensi di tale ultima norma, alcun limite oltre quelli fissati nella norma stessa; infatti, la posizione degli altri chiamati, anche quando hanno accettato l'eredità, è comunque delimitata dal diritto attribuito ai creditori del chiamato rinunziante, nel senso che gli stessi succedono anche nei beni ereditari che non sono mai entrati nel patrimonio del rinunziante, ma soltanto per la parte che residua dopo il soddisfacimento del credito di coloro che hanno agito ex art. 524 c.c. (così Trib. Roma, 11 maggio 2005, GM, 2005, 11, 2346);

- l’'impugnazione della rinuncia da parte dei creditori del chiamato non fa acquistare ai creditori vittoriosi la qualità di eredi o di comproprietari dei beni ereditari; conseguentemente, ove si tratti di beni in comunione, l'azione consente ai creditori di promuovere l'espropriazione forzata nelle forme previste dagli art. 599-601 c.p.c., ma non li legittima a chiedere la divisione in via autonoma, “instaurando un ordinario giudizio di cognizione nei confronti dei coeredi del rinunciante” (Trib. S.Angelo Lombardi, 2 febbraio 2004, GM, 2004, 885; è inammissibile, per difetto di legittimazione attiva, la domanda di divisione ereditaria promossa dal creditore dell'erede rinunciante che abbia ottenuto, ex art. 524 c.c., l'autorizzazione ad accettare l'eredità in nome ed in luogo dell'erede medesimo: Trib. S.Angelo Lombardi, 28 gennaio 2004, DeG, 2004, 24, 106);

- il decesso del debitore rinunziante all'eredità, persona cui esclusivamente si riconosce la legittimazione passiva rispetto all'azione di impugnazione ex art. 524 c.c,, non può pregiudicare di per sé l'esercizio di tale azione, che può essere appunto promossa nei confronti del di lui erede; tale azione esaurisce i propri effetti con il soddisfacimento dei creditori, avendo una funzione strumentale e limitata al soddisfacimento di ragioni creditizie; (così Cass., sez. II, 24 novembre 2003, n. 17866, RN, 2004, 1263, che conferma anche come essa non implichi che il debitore rinunziante o i creditori impugnanti acquistino la qualità di eredi, mantenendosi - il primo - estraneo alla comunione ereditaria e potendo - i secondi - esclusivamente soddisfarsi sulla “pars bonorum” relitta e, comunque, solo fino alla concorrenza dei loro crediti);

- in caso di conflitto tra i creditori del rinunziante e gli aventi causa dell'erede che ha accettato l'eredità in luogo del rinunziante, per conseguire l'effetto previsto dal n. 1 dell'art. 2652 c.c. la domanda con la quale si esercita l'impugnazione ex art. 524 c.c. dev'essere trascritta nei confronti di colui al quale l'eredità è devoluta, che dev'essere necessariamente convenuto in giudizio insieme al rinunziante: in mancanza di trascrizione della domanda, nei confronti del successivo chiamato al quale l'eredità è devoluta per effetto della rinunzia, il conflitto tra i creditori del rinunziante e gli aventi causa dell'accettante si risolve a favore di questi ultimi, “indipendentemente dalla circostanza che il loro acquisto sia stato trascritto successivamente alla trascrizione della domanda ex art. 524 c.c. proposta nei confronti del rinunziante” (Cass., sez. III, 15 ottobre 2003, n. 15468, RN, 2004, 1268);

- l'impugnazione della rinunzia all'eredità di cui all'art. 524 c.c. è applicabile alla rinunzia all'azione di riduzione; la curatela del fallimento del legittimario rinunziante è legittimata alla suddetta impugnazione, ai sensi dell'art. 35 l. fall., senza che possa invocarsi l'art. 64 l. fall. (così Trib. Napoli, 15 ottobre 2003, GI, 2004, 1644; ma secondo Trib. Gorizia, 4 agosto 2003, Familia, 2004, 1187, il legittimario pretermesso acquista la qualità di legittimato all'eredità soltanto con la sentenza che accoglie la sua domanda di riduzione e ciò rileva avanti tutto per escludere l'applicabilità dell'art. 524 c.c. che, per contro, presuppone una rinuncia all'eredità cui il convenuto non era invece legittimato);

- l'impugnazione della rinuncia dell'eredità, prevista dall'art. 524 c.c., ha scopo e natura diversi rispetto all'azione revocatoria fallimentare; ne consegue che, nel caso di fallimento dell'erede rinunciante, la suddetta impugnazione va proposta contro quest'ultimo o, nel caso di morte anche del rinunciante, nei confronti dei di lui eredi, e non nei confronti del curatore fallimentare (così App. Potenza, 17 giugno 2003, GM, 2004, 287);

- nonostante l'art. 524 c.c. non richieda espressamente, per l'ammissibilità dell'azione, che il credito del soggetto impugnante sia sorto prima della rinunzia del chiamato all'eredità, tale requisito deve comunque ritenersi indispensabile: se, infatti, si consentisse di esperire l'azione anche ai creditori successivi alla rinunzia, si ammetterebbe, anzitutto, che quest'atto possa cagionare un pregiudizio a diritti di credito ancora inesistenti e si darebbe luogo, inoltre, ad un insanabile conflitto di disposizioni normative, posto che, in base all'articolo citato,

“la prescrizione quinquennale decorrerebbe dall'atto di rinunzia, mentre in base all'art. 2935 c.c., essa decorrerebbe dal momento in cui è sorto il credito del soggetto che propone l'azione” (Trib. Reggio Emilia, 3 maggio 2000, NGCC, 2001, I, 745);

- ai fini dell'impugnazione della rinunzia all'eredità è richiesto un unico presupposto di carattere oggettivo, ossia che la rinunzia da parte del debitore importi un danno per i suoi creditori (così, sinteticamente, Trib. Mantova, 28 aprile 1998, GI, 2000, 525).