Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione -  Redazione P&D - 27/07/2018

Stato di necessità e legittima difesa: equo indennizzo e funzione surrogatoria od integratrice - RM

 La giurisprudenza ritiene correttamente implicita, nella domanda di risarcimento, quella di corresponsione di un equo indennizzo, nel senso che in tema di illecito, qualora l'attore abbia chiesto il risarcimento dei danni e sia stato accertato che il convenuto aveva agito in stato di necessità, il giudice deve applicare d'ufficio l'art. 2045 c.c., essendo implicita nella domanda di risarcimento quella di corresponsione di un equo indennizzo, anche in assenza di un esplicito richiamo, da parte del danneggiato, alla ricordata norma ex art. 2045 c.c. - dettagli, anche relativamente alle pronunce infra richiamate, in "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 - 

In effetti, pur essendo, l'azione indennitaria - ex articolo 2045 del codice civile - e quella risarcitoria - ex articolo 2043 stesso codice -, non cumulabili (altrimenti il danneggiato, conseguendo due ragioni di credito, potrebbe ottenere, con evidente indebito profitto, sia il risarcimento che l'indennizzo), alternativamente proponibili nonché autonome - per sostanziale diversità dei presupposti delle due ragioni di credito (l'una diretta al conseguimento di un'equa riparazione in termini di tutela sociale del danno subito e l'altra volta alla totale reintegrazione del patrimonio leso) - tuttavia, la prima delle due azioni ha anche una funzione surrogatoria od integratrice, avendo lo scopo di assicurare, comunque, al danneggiato un'equa riparazione.

Nel determinare l'entità dell'indennità il giudice deve tener conto non solo della gravità del danno arrecato e di quello evitato, ma di ogni altra concreta circostanza, quale l'entità e l'imminenza del pericolo, il comportamento del danneggiante nella particolarità della situazione, la condizione economica delle parti.

Anche in caso di surroga, l'istituto dello stato di necessità, sussistendone i presupposti, può senz'altro trovare applicazione: in particolare, all'istituto assicuratore, che agisce in surroga dell'assicurato danneggiato, va attribuita l'indennità di cui all'art. 2045 c.c., (la cui misura è rimessa all'equo apprezzamento del giudice), da porre a carico del soggetto responsabile del danno, riconosciuto dal giudice penale non punibile per avere agito in stato di necessità; inoltre, l'indennità ex articolo 2045 del codice civile non è esclusa né limitata dalla spettanza delle speciali elargizioni previste a favore delle vittime del dovere o di azioni terroristiche, previste dalla l. 13 agosto 1980 n. 466 a favore di categorie di dipendenti pubblici e di cittadini, come confermato dalla Suprema Corte quando afferma, per l’appunto, che la spettanza delle speciali elargizioni previste dalla l. 13 agosto 1980 n. 466 a favore di categorie di dipendenti pubblici e di cittadini vittime del dovere o di azioni terroristiche non esclude, né comporta riduzione dell'indennità che eventualmente competa al beneficiario di dette elargizioni a norma dell'art. 2045 c.c. per il caso di danno cagionatogli in stato di necessità, ancorché dovuta dalla stessa amministrazione già obbligata a quelle elargizioni.

Interessante casistica coinvolge anche il vincolo totale o parziale delle riserve idriche, nel senso che il vincolo totale o parziale delle riserve idriche da utilizzare, ai sensi dell'art. 2, lettera b), l. 4 febbraio 1963 n. 129, per il piano degli acquedotti, pur avendo priorità su altre e diverse destinazioni, non opera automaticamente, sia perché di norma ha effetto soltanto dalla data di scadenza o cessazione delle utenze che abbiano precedentemente formato oggetto di riconoscimento o concessione (art. 2, comma 1, d.P.R. 11 marzo 1968 n. 1090), sia perché l'effettività della suddetta utilizzazione consegue essa stessa ad un provvedimento concessorio, sia pure accertativo del vincolo di destinazione, in difetto del quale la derivazione in pregiudizio della concessione preesistente si configura quale atto illecito (art. 6 dello stesso d.P.R. n. 1090 del 1968): conseguentemente la sottensione di mero fatto di una precedente concessione, sia pure in coerenza al vincolo sopra menzionato, comporta il diritto del concessionario all'integrale risarcimento del danno e non all'indennizzo spettante in caso di rituale risoluzione di concessione reputata non più compatibile con il medesimo vincolo (indennizzo la cui previsione normativa si evince dal richiamo disposto nell'art. 2, comma 1, del d.P.R. n. 1090 del 1968 all'art. 45, t.u. 11 febbraio 1933 n. 1775); né può ritenersi che le obiettive esigenze di adeguato approvvigionamento di acqua potabile di talune comunità locali valgano a poter giustificare il ricorso del competente consorzio acquedottistico ad una derivazione idrica di fatto in base allo stato di necessità, a norma dell'art. 2045 c.c., con conseguente diritto del soggetto danneggiato solo ad un equo indennizzo, poiché le legittime esigenze dei cittadini avrebbero potuto trovare soddisfazione nel rispetto della legge anche in via d'urgenza, a norma dell'art. 9 del d.P.R. n. 1090 del 1968.

Anche in sede di legittima difesa, anche putativa (ma si veda, amplius, il capitolo dedicato alla specifica causa di giustificazione) la Suprema Corte precisa come quest’ultima sia disciplinata dalla norma dell'art. 2045 c.c., che disciplina la responsabilità civile da fatto commesso in stato di necessità, con il conseguente riconoscimento della riparazione del danno nel modo attenuato dell'equo indennizzo.

Ulteriori, interessanti, esempi si ricavano in ipotesi di fortunale marittimo, dove è affermato come non vengano meno i presupposti per l'applicazione dell'art. 2045 c.c. ed in particolare l'indennizzo equitativo, qualora l'agente, imprudentemente, si sia esposto al pericolo, ove l'unica possibilità di sollecitare il soccorso sia rappresentata dal lancio di razzi, uno dei quali, ricadendo a terra ancora acceso, provochi incendio; nonché in ambito condominiale e di violazione delle distanze legali, laddove è stato deciso non esser invocabile l'esimente di cui all'art. 2045 c.c. nel caso in cui un condomino, per proteggersi dalla caduta di oggetti vari dai piani sovrastanti sul proprio terrazzino, abbia costruito una tettoia, a distanza minore di tre metri dalla soglia della veduta a questo sovrapposta: infatti, secondo la Suprema Corte, la realizzazione di una costruzione in violazione delle norme che regolano l'esercizio del diritto di proprietà, quale la copertura realizzata da un condominio su un proprio terrazzo che impedisca la veduta in appiombo delle finestre superiori, ancorché al dichiarato fine di difendersi da molestie immissioni, non integra gli estremi del "fatto dannoso", necessitato che ai sensi dell'art. 2045 c.c., determina l'obbligo di corrispondere un'equa indennità.

Lo stato di necessità è certamente applicabile anche in ambito di circolazione stradale - purché l'autore del fatto dimostri gli elementi costitutivi dell'esimente (l'apprezzamento relativo alla ricostruzione del sinistro costituisce giudizio di merito e, pertanto, è insindacabile in sede di legittimità, quando sia sorretto da adeguato e corretto ragionamento) -, dove coinvolge anche la posizione dell'assicuratore per la responsabilità civile obbligatoria, nel senso che anche l'indennità, eventualmente rimessa all'equo apprezzamento del giudice, è coperta dalla garanzia assicurativa: così, qualora all'accadimento di un incidente stradale abbia contribuito, sotto il profilo causale, il conducente di una delle autovetture coinvolte nel sinistro, con una manovra di fortuna posta in essere in stato di necessità, costui ed il suo assicuratore sono tenuti a corrispondere al danneggiato a norma dell'art. 2045 c.c. un'indennità rimessa all'equo apprezzamento del giudice, la quale è coperta dalla garanzia assicurativa obbligatoria di cui alla legge n. 990 del 1969.