Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione -  Riccardo Mazzon - 21/12/2018

Stato di necessità: costrizione e proporzionalità quali elementi costitutivi del c.d. fatto necessitato - prima parte -

Il fatto necessitato deve presentare i tre requisiti della costrizione, della necessità e della proporzione tra fatto e pericolo: sul punto, la giurisprudenza e la dottrina sono granitiche: l’esimente di cui all’art. 54 c.p. postula un pericolo imminente di danno grave alla persona, e, quindi, individuato e circoscritto nel tempo e nello spazio, di intensità tale che non possa essere evitato se non ricorrendo all’illecito penale; la costrizione a violare la legge penale viene, pertanto, a mancare tutte le volte che con altri mezzi si possa ottenere quanto è indispensabile per evitare il danno - dettagli, anche relativamente alle pronunce infra richiamate, in "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 -.

Quanto alla c.d. costrizione, è noto come tale concetto abbia suscitato accesi dibattiti in dottrina: preliminarmente, nonostante la giurisprudenza utilizzi il termine “costretto” per indicare l’inevitabilità di scampare il pericolo se non attraverso la commissione del reato, i due concetti (costrizione e inevitabilità) sono da tenersi distinti; così non si discuterà di “costrizione”, quale ulteriore elemento necessario ai fini della configurazione dello stato di necessità, nel caso si disserti meramente in relazione all’agente “costretto a violare la legge”; nell’occasione si deve avere a mente esclusivamente il presupposto dell’inevitabilità.

In giurisprudenza il problema è spesso superato dai fatti: se pensi, ad esempio, a quando s’afferma che la causa di giustificazione dello stato di necessità, di cui all'articolo 54 del Cp., presuppone l'imminenza di una situazione di grave pericolo alla persona, indilazionabile e cogente, tale da non lasciare all'agente altra alternativa se non quella di commettere un reato e, inoltre, ai fini dell'applicabilità dell'esimente, occorre che la situazione di pericolo sia attuale, non volontariamente causata e non altrimenti evitabile; ciò posto, nella fattispecie, non è stata scriminata la condotta dell'imputata, sottoposta ad arresti domiciliari, che si era allontanata dal luogo di esecuzione della misura restrittiva per la pretesa necessità di recarsi in ospedale, perché colpita da forti dolori addominali dovuti al suo stato di gravidanza: infatti, da un lato, la stessa era stata trovata dagli agenti su una strada non coincidente con quella da percorrere per recarsi in ospedale, dall'altro, la stessa erroneamente supponeva di trovarsi in uno stato di necessità tale da abilitarla ad allontanarsi dalla sua abitazione, trasgredendo così la misura impostale; difatti, l'erronea supposizione di uno stato di necessità non può basarsi su di un mero criterio soggettivo riferito al solo stato d'animo dell'agente, ma deve essere sostenuta da dati di fatto concreti, tali da giustificare l'erroneo convincimento di trovarsi in tale situazione.

Ancora, è stato deciso che dev’essere esclusa la sussistenza della causa di giustificazione dello stato di necessità quando il soggetto possa sottrarsi alla costrizione a violare la legge facendo ricorso all'autorità, cui va chiesta tutela: nell'affermare il principio di cui in massima la Suprema Corte ha annullato la sentenza del giudice di merito che aveva riconosciuto lo stato di necessità nel comportamento di un soggetto che aveva continuativamente prestato la propria opera per la riscossione del "pizzo" nell'interesse di una associazione di stampo mafioso, ritenendo che lo stesso vi fosse stato costretto per le minacce ricevute e lo aveva perciò prosciolto dal reato di partecipazione all'associazione.

Ulteriormente, è stato precisato che, ai fini dell'esimente di cui all'art. 54 c.p., pur dovendo ritenersi che il danno grave alla persona non è solo quello alla vita ed all'integrità fisica, ma altresì quello minacciato ai beni attinenti alla personalità, quali, ad esempio, quello alla libertà, al pudore, all'onore, al decoro, è peraltro da considerarsi che, alla stregua della detta disposizione, il pericolo, cioè la costrizione a violare la legge, viene a mancare tutte le volte in cui con altri mezzi si possa ottenere quanto è indispensabile per evitare il danno: nella fattispecie, relativa a violazione di sigilli apposti ad un manufatto abusivo, la Suprema Corte ha escluso l'invocato stato di necessità, osservando che il pur grave disagio in cui si risolve la mancanza dell'alloggio può essere evitato dimorando temporaneamente presso parenti od amici e ricercando nel contempo un'abitazione.

La c.d. “costrizione” è dunque concetto diverso e ulteriore rispetto all’inevitabilità: in senso soggettivistico, la costrizione sussiste qualora l’obiettiva situazione necessitante determini nel soggetto un impulso, una coercizione a commettere il fatto tipico; in questi termini la scriminante opera qualora vi sia piena coscienza del pericolo da parte dell’agente: ma tale interpretazione ha suscitato forti perplessità, poiché finisce per orientare lo stato ed il soccorso di necessità sul piano della colpevolezza, facendo dipendere l’applicabilità della scriminante dall’atteggiamento interiore del soggetto.

Si è obiettato che la costrizione può essere letta in chiave oggettiva, a prescindere da qualsiasi rappresentazione della realtà da parte del soggetto agente: la costrizione finisce così per coincidere con la stessa situazione in cui l’aggredito si trova per la sussistenza del pericolo e la conseguente necessità di difendere se stesso od altri; in un ottica prettamente oggettivistica, dunque, può dirsi costretto anche il soggetto che agisce ignorando del tutto il pericolo; le critiche mosse a tale interpretazione poggiano sul senso comune, per il quale può dirsi costretto solamente colui che agisce per un condizionamento della volontà provocato dal pericolo, e sulla considerazione che costrizione e necessità sono due concetti non perfettamente sovrapponibili.

Sembra allora più equilibrata un’interpretazione bivalente, per la quale il requisito della costrizione rileverebbe come oggettiva sussistenza di una situazione di limitazione della capacità di determinazione dell’agente necessitato, ma anche come percezione del pericolo e della sua incombenza, tale da motivare l’agente al contegno necessitato.

Se nello stato di necessità la costrizione è in re ipsa al sussistere di tutti i requisiti richiesti dalla norma, nel soccorso di necessità, rivolto alla salvezza di un terzo, la costrizione assume una rilevanza limitativa, nel senso che il terzo, per dirsi costretto, deve trovarsi con il soggetto agente in un rapporto che renda significativo un intervento nei suoi interessi: così, la scriminante del soccorso di necessità opererà a favore del soggetto che leda un estraneo per soccorrere un figlio o un amico (in questa situazione, infatti, i legami fra il soccorritore ed il soccorso sono tali da generare nel soggetto agente una situazione influente sulla sua “signoria”); altrettanto non potrà dirsi, invece, per il marinaio che getti in mare un passeggero già salito a bordo per lasciare il posto ad un soggetto ricco e disposto a compensarlo lautamente.

Ad esempio, è stato deciso che, in tema di reato di trattenimento abusivo nel territorio dello stato, di cui all'art. 14 t.u. immigrazione, è correttamente applicabile l'esimente di cui all'art. 54 c.p. ad una donna "costretta" a violare la legge non ottemperando all'ordine di espulsione, nella necessità di salvare il figlio minore dal danno grave della separazione, quale conseguenza inevitabile in ragione della non iscrizione del figlio sul passaporto della madre e del fatto che il termine di cinque giorni previsto dall'ordine di espulsione non è idoneo a consentire a una straniera, priva di legami con il Paese che la ospita, di avviare e di portare a compimento una congrua pratica amministrativa che la consenta di tornare in Patria con il figlio minore.

Altra questione da valutare è la sussistenza della proporzione tra fatto e pericolo: infatti, la non punibilità dell'agente, ai sensi dell'art. 54 c.p. (esimente dello stato di necessità) è collegata alla sussistenza di un pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti inevitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo.