Cultura, società - Intersezioni -  Maria Rosa Pantè - 27/10/2018

Sospendere il dolore

Ogni volta che sono stata nel giardino e nel piccolo orto, ho smesso di pensare alle cose brutte, quante cose brutte ci sono. Quanto dolore.

Ecco, ho smesso di pensare, perché c’è troppa vita in un giardino, in un orto. C’è troppa vita e insieme necessaria morte, che poi con entrambe dobbiamo fare i conti.

Dicono che esiste l’ortoterapia, certo non possiamo dirlo ai braccianti che ci muoiono negli orti e nemmeno a chi fa l’agricoltore di mestiere: la terra è bassa.

Ma forse non è nemmeno giusto, coltivare, pensare ai semi, alla nascita e alla morte farebbe bene a tutti, un lavoro bellissimo non fosse che la parola che ci governa è sfruttamento. E allora nessuno ha modo di ascoltare il sapere delle dita, la meraviglia del seme.

Io posso solo scrivere poesie per dire queste cose. So, e magari malamente, fare questo. Questo frutto posso dare. Senza sfruttare.

Nelle dita ho un sapere

Nelle dita ho un sapere,

un sapere ancestrale.

Tocco le foglie e i frutti,

dita ho di cura, accarezzo la terra,

scosto le foglie e cerco e colgo i frutti.

Dita ho di cura, so come cercare 

senza far male.  Lo so per sapienza

ancestrale, per la spirale, varia,

della vita, che uguale si dispiega 

in me, nel frutto e nel ragno beato

che cerco invano di non disturbare.

Seme

Io non conosco il mistero del seme

ma ne conosco il nome: 

è vita. Io non conosco 

il mistero del seme

ma so che c’è un mistero:

il piccolo che si fa grande, l’uno 

che si moltiplica nella catena

della vita. Congegno essenziale

senza futilità o sbavature.

Eppure utile a cosa, questo, ancora

nessuno, proprio nessuno lo sa.