Cultura, società - Intersezioni -  Redazione P&D - 18/10/2018

Sono malato, da anni. Ma oggi sento il desiderio di condividerlo - Elia Dal Maso

Sono malato. Da anni. Ma oggi sento il desiderio di condividerlo: è un’esigenza senza nome che voglio rispettare, rispettando con essa me stesso e le persone che amo.
La mia malattia si chiama “depressione”.
L’ho incontrata per la prima volta oltre vent’anni fa, da spettatore. Uno shock che ricordo benissimo: vivido come l’immagine che riflette lo specchio ogni mattina. È stata mia madre la protagonista di questa prima tragedia: articolata negli anni e paradossalmente a lieto fine. Il primo tempo, almeno. Tre anni di profondi smarrimenti: il suo, il mio e quello di tante amicizie, testimoni incredule di quanto stava accadendo. Una donna straordinaria – dalla forza non comune e che per anni aveva affermato con grinta e sacrificio un’irreprimibile voglia di vivere – aveva scelto di farla finita. Tante le cicatrici della sua esistenza, ma di quelle non parlerò, per rispetto di una memoria e di una persona che non può offrire la sua versione dei fatti e che forse non desidererebbe neppure farlo.
Io invece sì che desidero parlare di me. Forse perché penso che l’unico modo che mi rimane per salvarmi sia condividere il vuoto e la disperazione che mi abitano. Emozioni dolorose senza semplici perché da mettere in tavola. Un mostro-buio che sento nitido e non so esprimere quanto vorrei.
Il dolore di mia madre era per me assolutamente inspiegabile. Incomprensibile. Non vi era un luogo della mente o della mia esperienza umana in cui poterlo collocare. Era semplicemente privo di senso. Un incubo ininterrotto ad occhi aperti e chiusi. Il primo tempo, però, terminava proprio bene. Dopo anni di profonda sofferenza, la donna che aveva lottato per offrirmi un futuro sereno si era ripresa riconquistando una profonda gioia di vivere e una nuova coscienza di sé. Doloroso il primo tempo, ma splendido l’intervallo di alcuni anni pieno di amore, comprensione e conquista di una complicità matura. La pellicola, però, non si è fermata. L’inizio del secondo tempo ha richiamato il buio in sala. Un buio pesto. Tre mesi rapidi. Fulminei. Terminati con una scelta di morte. Questa volta, l’ennesima, andata a buon fine. Il suolo asfaltato ha interrotto un volo di qualche metro, un salto verso una libertà fuori dal mondo e verso la speranza di porre fine a tanta profonda e inspiegabile sofferenza.
Di quella morte, a dieci anni di distanza, mi sento ancora profondamente responsabile. E non cerco assoluzione di alcun tipo, tuttalpiù la capacità di convivere con il ricordo vivido della mia inadeguatezza.
A qualche anno di distanza, la depressione strisciante ha morso anche me. Come un serpente si è presa il tempo di osservarmi con calma, girarmi attorno, osservare con cura i miei punti più deboli: la casa, il lavoro, la sussistenza. Ha stretto lentamente fino a togliermi il respiro. Fino a farmi desiderare di toglierlo a me stesso. Non ho scelto di saltare. Ho scelto un’altra morte. Fatta di tagli profondi che potessero ad un tempo porre fine all’angoscia e punirmi per il male fatto a mia madre. Sono sopravvissuto per caso. Per qualche errore nel lucido programma di morte. Ci è voluto un po’ a rimettermi in piedi. Affetti, cure, farmaci, aiuti e sinceri tentativi di comprensione. Piccole e grandi cose. Piccoli e grandi incontri che hanno ricucito il filo di una speranza, che hanno ridato un senso possibile all’esserci ancora.
Come mia madre allora, affronto ad un tempo la tempesta di un ritorno e il ritorno di una tempesta. Il buio-mostro ha bussato alla porta. Per un po’ mi sono illuso di aver sentito male, di aver confuso i segni di un quotidiano frenetico e incerto. Non è bastato. Ho finto allora di non sentire, sperando con questo che il mostro-tutto-mio scegliesse altre strade o svanisse nel nulla. Non è servito. Ha smesso di bussare ed è semplicemente entrato: gigante, subdolo, spietato.
Ho una coscienza di me disarmante. Conosco i miei limiti, le mie fragilità, le mie paure. Immaturo e cosciente. Terrorizzato e vergognoso. Intelligente e sprovveduto.
Mi aspetta un percorso difficile la cui meta è incerta. Non so come andrà questa volta. Non so se starò in piedi, se crollerò per un po’ o per l’ennesima e ultima volta. Non ha importanza. Il mio sentire è altrove, in un luogo misterioso e profondo. Un luogo, quello sì, che non conosco abbastanza.
Mi rendo conto che questo mio scritto ha tutto il sapore di una richiesta d’aiuto. Non credo sia così, ma non ho neppure la presunzione di negarlo. Queste righe sono il frutto di un pensiero diverso. Mi fa soffrire constatare ogni giorno che molti dei nostri talenti, saperi e passioni sono abusati o repressi, rendendoci spesso complici di un sistema sociale che predica valori eccelsi ma pratica egoismi e sopraffazioni. Vivo dilaniato tra due terrori almeno: quello di far parte di una società crudele e quello di escludermene per l’incapacità di cambiarlo. Schiacciato dalla mia pochezza, dai miei egoismi, dalla mia immaturità, non so dare forma all’enorme fortuna che ho avuto: di amicizie, di esperienze, di studi. Abitato da troppi “me” consapevoli gli uni degli altri, soffro all’idea che tra i tanti sia il più codardo e pauroso a condurli. Non ho ancora trovato chi lo scalzi dal trono e assuma il comando sfidando paure e vergogne.
Tra i tanti “me”, quello che vi scrive, è quello che desidera condividere una storia. Semplice testimonianza di un percorso tra i molti possibili. Un modo per sentirmi meno solo e forse per aiutare qualcun altro a sentirsi meno solo a sua volta.
Mi vergogno di molte cose. Non della mia fragilità. Ed è questa che ho voluto condividere perché nel gioco di specchi e frammenti è di me la parte più onesta e più vera.