Amministrazione di sostegno  -  Redazione P&D  -  19/11/2022

Sommesso ma fondamentale quesito

Chiarissimo, Illustrissimo e Gentilissimo Professore buongiorno.
Senza concessione di sorta alla retorica, e scusandomi per il disturbo,  Le rivolgo il seguente quesito nella Sua consumata veste di massimo studioso italiano in materia: come difende- ad oggi 19 novembre 2022- lo Stato Italiano, rectius: la legislazione italiana  un disabile, una persona debole, svantaggiata, soprattutto dai pericoli che le provengono “ab interno”, cioè dai suoi stessi parenti e, per amor di precisione, soprattutto da quegli affini, cognati dello svantaggiato per intenderci e consorti dei di lui fratelli e sorelle, che sugli stessi esercitano una malefica influenza per motivazioni di agevole intuibilità?
Prevedo la sin troppo facile risposta: con l’amministrazione di sostegno (ove non ricorrano i più gravi presupposti delle residuali figure della tutela e curatela), la cui paternità, aggiungo io, riconducibile alla Sua preclara, altissima figura, è di per se stessa una sorta di certificazione per tutti, deboli inclusi...
Eppure chi scrive, suo malgrado incluso in questa sciagurata categoria esistenziale, pur ribadendoLe- “ad abundantiam”- stima e riconoscenza quali mai, forse, sin d’ora tributate ad altro studioso di qualsivoglia altra disciplina, Le dice: non basta , Chiarissimo Professore. Sono ovviamente più che commendevoli gli sforzi profusi e i risultati conseguiti con la Sua straordinaria e prolifica attività scientifica e professionale ma io oso dirLe, Illustrissimo, che si “può dare di più”. Non è questa la sede per esplicitare le ragioni di una legittima diffidenza- o, se preferisce, di una non convintissima adesione- ad un istituto giuridico comunque per tanti versi apprezzabile. Basti questa sommessa considerazione: sembra attagliarsi più al professionista che al “vicario-beneficiario”, tant’è che non prevede una adeguata tutela a favore del beneficiario avverso gli abusi perpetrati in suo danno dall’amministratore di sostegno, come alcuni casi di cronaca, anche recentissimi, si sono incaricati di dimostrare in tutta la loro folgorante evidenza.
Chi critica (col rischio di farlo “ultra crepidam” oltretutto), però, deve anche proporre qualcosa.
Non ho ovviamente né l‘intelligenza né la competenza e neppure l’autorevolezza universalmente riconosciutele, esimio Professore. Oso avanzare una timida proposta: si valutino, ad opera soprattutto degli studiosi di diritto penale, la possibilità di estendere agli stessi stretti parenti del disabile, specie se economicamente agiati e la cui soggezione psicologica nei riguardi del perfido consorte (affine al “debole”) sia stata in qualche modo cerziorata da esperti psicologi/psichiatri- quella “posizione di garanzia” nei confronti del disabile, oggi rivestita in altri contesti da altre figure umane e professionali.
Utopia? Anticostituzionalità? Risibilità della proposta? Più che probabile. Gradirei comunque un riscontro purchessia.
Ringrazio per la paziente attenzione e saluto cordialmente e deferentemente.
Giacomo Mason




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