Deboli, svantaggiati - Generalità, varie -  Mario Iannucci - 08/03/2020

Si vis salutem, para bellum. Perché, di fronte a un grave stato di emergenza, devono essere applicate regole marziali

Stamani mi stavo cambiando per andare a fare una passeggiata in campagna. Poiché, come Battiato, non amo le “tribune elettorali” e i talk shows, ho preso in mano il telecomando per spegnere la TV che era accesa. Proprio in quel momento su un programma che si chiama omissis, ha preso la parola omissis, docente di public speaking alla università omissis. Mentre parlava questo “docente”, ho capito perché, ormai da qualche anno, mi vergogno di essere italiano. Un caro amico, forse il più grande esperto di olio che abbiamo in Italia, mi ha mandato l’altro ieri un video nel quale si elencavano le indiscutibili eccellenze italiane. Proud to be Italian, verrebbe da dire dopo aver visto quel filmato. Ma io vedo quotidianamente l’Italia e, invece, non riesco ad essere granché orgoglioso. Dopo stamani e dopo omissis, mi sono sentito ancora meno orgoglioso. Ecco, letteralmente, le parole che ho udite da quel docente di discorsi in pubblico.
“Dobbiamo diventare diffusori di buone notizie. Noi ci stiamo convincendo –e questo è uno sbaglio clamoroso- che siamo tutti malati. Io vedo la gente girare per strada con le facce da malato. Tutti con le mascherine come fossimo di per sé malati. Io penso che i comunicatori pubblici […] hanno una grande responsabilità nel pesare esattamente le parole e nel dire esattamente le cose giuste. Non siamo tutti malati. Siamo tutti grossomodo sani o siamo malati di altre cose. Il 99% delle persone che contrarranno questa infezione staranno bene fra poche settimane. […] L’articolo di omissis su ‘La Verità’ di oggi ci dice che noi stiamo computando le vittime in modo sbagliato, [… perché] ci sono persone che hanno già quadri clinici compromessi da diabete, da tumori […]”.
    Analizziamo queste parole. Quello che colpisce, nel discorso di omissis, è la grossolana contraddizione fra l’invito iniziale (perentorio: dobbiamo diventare diffusori di buone notizie), che fa il pari con le notizie sulla malattia COVID-19 da lui “diffuse”, con la metodologia che egli invita ad adottare, da parte dei “comunicatori pubblici”, nell’affrontare un tema come la pandemia attuale da Coronavirus (SARS-Cov-2): “pesare esattamente le parole e dire esattamente le cose giuste”! Guardiamo dove risiede la contraddizione. omissis infatti, cosa che non ci aspetteremmo da un docente di comunicazione, non solo non sembra pesare le parole quando si esprime sull’attuale e terribile pandemia, ma, a mio parere, non dice davvero le cose “giuste” (vale a dire quelle “reali”: a meno che, per voler essere comunque “diffusori di buone notizie”, non si intenda alterare i dati reali).  In una circostanza che l’OMS, dal 30 gennaio 2020, ha dichiarato “emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale”, con “alto” rischio di contrarre l’infezione da parte della popolazione di alcune zone del mondo (fra queste l’Europa), chiunque continui a minimizzare in modo assolutamente ipocritico, si trasforma, ipso facto, in un potenziale untore, che rischia di vanificare gli sforzi, già tardivi e largamente insufficienti, compiuti da taluni per limitare la diffusione della pericolosa malattia, che si chiama SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome; severe!), la cui attuale letalità, in Italia, è da conteggiare attorno al 25 % (197 morti su 790 che, morendo o guarendo, sono usciti dalla malattia: i guariti sarebbero 523) e, in tutto il mondo (ma i dati sulle morti da COVID-19 forniti dai vari governi sono da considerarsi assolutamente sottostimati: è mai possibile che la grande Germania, che ha 670 casi di persone con infezione accertata -a fronte dei 4.636 casi italiani- non abbia finora dichiarato alcun decesso!) si aggira sul 5,7 % (viene stimata dall’OMS tra il 4 e il 14 %). Altro che ne guariscono novantanove su cento!
    Comunicatori pubblici che diffondono notizie poco documentate, e pericolosamente rassicuranti, dovrebbero a mio parere essere private della possibilità di parlare in pubblico su una “emergenza internazionale” tanto grave. Specie quando riportano dati falsi su argomenti sui quali non hanno alcuna competenza specifica.
    La precedente SARS del 2002-2003 (determinata a un Coronavirus molto simile all’attuale SARS-Cov-2) ebbe stime globali di letalità calcolate attorno al 10%. La letalità, per la SARS del 2002 aumentava all’aumentare dell’età, all’incirca dell’1% solo per i soggetti con meno di 24 anni, il 6% nella fascia 25-44 anni, il 15% dai 45-64 anni e più del 55% negli ultrasessantacinquenni.
    Quella che la popolazione del mondo sta attualmente vivendo è davvero una grave “emergenza sanitaria internazionale”. E’ come una guerra, e come tale va trattata se si vogliono davvero limitare le perdite. Se non si adottano drastiche misure protettive, gli effetti, specie per popolazioni molto anziane come quelle europee (l’Europa ha un’età media di 42 anni -l’Italia 44,5- contro i 35 del Nord America, i 31 dell’Asia e i 18 dell’Africa) saranno davvero molto pesanti.
    Per favore, dunque: uno Stato serio, che intende preservare i suoi cittadini, emani disposizioni precise anche su coloro che sono titolati a diffondere notizie su questa “guerra sanitaria” che l’umanità sta combattendo. La propalazione pubblica di notizie “rassicuranti”, che ha già determinato danni serissimi all’Italia nelle settimane fra l’inizio dell’anno e la metà di febbraio, è indispensabile che cessi. Le persone, altrimenti, non capiranno perché si adottino misure ‘belliche’ dove il contagio si sta diffondendo (e le ‘zone rosse’ si allargano), mentre ci sono irresponsabili che continuano a dire che la COVID-19 (SARS molto grave) e come una comune influenza!