Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 18/01/2019

Shakespeare, il diritto e il Mercante di Venezia, una relazione difficile - Fabrizio Cosentino

Chi aveva ragione, Antonio o Shylock? Siamo abituati a ritenere l’ebreo Shylock un feroce usuraio, uno spietato aguzzino, ma siamo proprio sicuri che il prestatore di denaro ad interesse, l’attore in giudizio che reclama l’esecuzione della penale prevista in contratto, approvata in piena capacità di intendere e di volere da Antonio, non abbia alcuna ragione da difendere? Ci informa il Corriere della Sera (“Insegnare Shakespeare a Gaza”, di Davide Frattini, nell'edizione di venerdì 18 maggio 2018), che all’università islamica, il professore di letteratura inglese Rifaat Al Areer, prova a convincere gli studenti musulmani come l’ebreo Shylock non sia il male assoluto: al personaggio – che dovrebbe rappresentare il tipico ebreo avaro e diffidente - la storia portata in scena da Shakespeare toglie ogni ragione di rivalsa, viene diffamato, umiliato, preso in giro, eppure continua a resistere. L’intenzione di Al Areer è di abbattere le divisioni, insegnare al diverso, al separato, a comprendere le ragioni dell’altro. In un ambiente culturale caratterizzato da una totale contrapposizione tra palestinesi e israeliani, il docente insegna ad “umanizzare chi vedono solo come un nemico che spara”.

Ma una lettura così moderna del capolavoro di Shakespeare non deve assolutamente sorprendere un giurista attento ai rapporti tra diritto e letteratura. Come osserva Guido Rossi [Il gioco delle regole, Adelphi], citando doverosamente Rudolf Jhering della Lotta per il diritto, il processo a Shylock – così astruso, risolto con una malizia meschina e vergognosa da parte del giudice (in realtà, solo un esperto di diritto, un <dottore>, come in uso all’epoca) – è  fortemente inficiato da pregiudizi sociali e politici: i veneziani volevano proteggere il loro commercio, all’epoca fiorentissimo, contro ogni intrusione, e l’antisemitismo era dilagante. Il prezzo da pagare è pero’ la frantumazione, la disgregazione delle regole: nei fatti, la loro disapplicazione.

Si tende oggi a rivalutare la figura di Shylock, che nel famoso monologo del terzo atto rivela il lato umano del suo personaggio, rivendicando il diritto all’eguaglianza senza distinzioni di razza o religione, così apertamente violato nei confronti degli ebrei, superando il cliché dell’uomo avido e cattivo, apparentemente tratteggiato da Shakespeare: esaustiva a riguardo la sintesi di Angelo De Sio del 12 maggio 2017 in www.artspecialday.com. Nello stesso anno, al Festival Milano Off Mauro Parrinello ha portato in scena un lavoro di Gareth Armstrong, in cui si immagina di dare  la parola a Tubal, l’unico amico di Shylock, per riabilitarne la figura [da rileggere anche l’arringa difensiva di John Gross, su questo ebreo così “difficile da sopportare”, nella sintesi di Arnold Wesker, Shylock carne e sangue, la Repubblica.it/archivio].

Certo, non si puo’ avere in simpatia il personaggio di Shylock, e della figura – da sempre vituperata - dell’usuraio [in un film di Paolo Sorrentino, L’amico di famiglia, 2005, riemerge il ritratto negativo, questa volta sotto forma di ricatto sessuale], ma come si fa ad approvare il <gioco sporco> con cui i veneziani <buoni> liquidano la pretesa di colui che aveva prestato denaro ad interesse, sia pure sulla base di una clausola penale perfettamente valida, secondo le leggi dell’epoca [sul punto, ancora valido l’antico contributo di Th. NIemeyer, The Judgement against Shylock in the Merchant of Venice, pubblicato nel 1915 in Mich. L. Rev., disponibile in rete su JSTOR Early Journal Contest], ancorché chiaramente destinata a trasferire il piano dell’obbligazione dai rapporti economici a quello della pura e violenta vendetta personale?

Per Anna Luisa Zazo [Da Venezia a Belmont: le tappe di un viaggio immaginato, Mondadori Editore], Shylock impersona il cattivo, il villain, per così dire <ufficiale> della commedia e come tale non puo’ non venire sconfitto e si è anche notato che la soluzione di Shakespeare era in qualche modo obbligata da esigenze sceniche, ma la figura dell’usuraio merita maggiore attenzione.

Jeremy Bentham aveva già avuto modo di osservare nel suo carteggio con Adam Smith [In difesa dell’usura, Liberilibri] come, nel caso di prestito di denaro ad interesse, la necessità di porre un freno alla prodigalità fosse solo un pregiudizio da abbandonare, in contrasto con la libertà di fissare le proprie condizioni nelle transazioni monetarie:

l’usura è una cosa negativa e perciò dovrebbe essere impedita, gli usurai sono cattive persone, molto cattive, e percio’ dovrebbero essere puniti e repressi. Questi sono alcuni dei numerosi giudizi che gli uomiini ereditano dai loro antenati e a cui la maggior parte è disposta ad aderire senza esame.

Ancora oggi, il ragionamento di Bentham sembra accantonato, e il diritto vieta il prestito con interessi oltre una certa soglia, predeterminata per legge, nell’obiettivo di scoraggiare investimenti azzardati e prevenire tracolli economici [anche se, in tema di usura sopravvenuta, è da verificare la diversa prospettiva tracciata da Cassazione, SU civili, 19 ottobre 2017, n. 24675], ma In effetti – si chiedeva già Bentham – quale tasso di interesse per sua natura puo’ essere più giusto di un altro ?

Gli storici insegnano che agli ebrei, nel tardo medio evo, era stato impedito di esercitare il commercio: ai <giudei> - come venivano chiamati allora - veniva consentito di praticare solo la medicina (campo in cui erano maestri), o prestare soldi ad interesse: a partire dal dodicesimo secolo, “l’usuraio è di norma un ebreo e la parola <ebreo> acquista il significato di <usuraio>” e gli ebrei – costretti a vivere nelle città in quartieri separati, c.d. <giudecche> o jewries - non avevano molto da scegliere in campo professionale, se non diventare medici o usurai [Giuseppe e Marco Ragazzini, Breve storia dell’usura, Clueb). E cio’, verosimilmente in base a quanto dettato da Deut. 23, 20: “allo straniero potrai prestare a interesse, ma non al tuo fratello”.

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Dunque, Shylock parte da una situazione di svantaggio, di forte discriminazione razziale, oltre che di pregiudizio, legato al fatto di discendere dagli uccisori di Cristo [da cui deriva, nella communis opinio, tutta una serie di infamie attribuite ai giudei, magistralmente riepilogate da Philiph Roth, nel suo – guarda caso – Operation Shylock. A Confession, trad. it. per Einaudi].

Come afferma il personaggio della commedia, l’usuraio viene deriso, insultato, chiamato <miscredente>, <cane assassino>, è costretto da una società ostile a fare uno dei mestieri più brutti del mondo, ma rivendica  la propria dignità di essere umano, continuamente messa in discussione dai  <buoni> cristiani: è naturale che diventi inflessibile,  facendo leva sulla sola posizione di forza che gli è consentita, la disponibilità di denaro contante, ma il trattamento ricevuto è umiliante, oltre il consentito (sI dice che alla rappresentazione dell’opera in un teatro inglese nell’800, una dama inglese versasse <calde lacrime> alla fine della scena del processo, gridando più volte che si stava facendo un grave torto  al povero ebreo - ne parla ancora il libro di Ragazzini, Breve storia, cit.).

Eppure, il contratto di Shylock con Antonio non poteva essere più seriamente negoziato. Bassanio ha necessità di denaro e l’amico Antonio gli fa da garante, anzi <si obbliga per lui>, avendo fama di essere uomo (commercialmente) solido: “tremila ducati per tre mesi”, è il preciso oggetto dell’accordo, sancito da un atto notarile. Sennonché Shylock – che verso Antonio nutre rancore, perché di fede cristiana e ancor più perché “nel suo umile candore presta denaro gratis, e qui a Venezia fa scendere il tasso di interesse” [il movente basato sulla concorrenza sleale viene ribadito in più passaggi dell’opera], lo attira in un trabocchetto. Anche l’ebreo sa essere generoso – dice – e non obbligherà ad alcun tasso di interesse, il denaro sarà prestato a titolo gratuito, con l’aggiunta di una semplice penale, fissata “in una libbra della vostra bella carne, da prendersi e tagliarsi in quella parte del vostro corpo che più mi aggrada”!

Nessuna delle navi scampa al “terribile urto delle rocce, rovina dei mercanti” e lo sprovveduto mercante di Venezia, “lo stupido che prestava soldi gratis” - come lo definisce, senza tanti giri di parole, Shylock - viene arrestato; l’usuraio richiede l’esecuzione della penale prevista dal contratto, ma i veneziani organizzano una messa in scena. Il Doge dice di aver fatto chiamare a dirimere la controversia  Bellario, un valente <dottore> da Padova, per delega del quale si presenta invece  la bella Porzia, travestita da avvocato. E’ qui che  Shylock subisce una vera e propria truffa processuale: egli è solo a rappresentare le proprie ragioni, non ha un difensore di fiducia, né uno di ufficio, non gli è consentito portare prove in dibattimento, viene condannato ad una sanzione assolutamente  sproporzionata, comprensiva della forzata conversione al cristianesimo (inevitabile sarebbe stato oggi il ricorso, sul punto, alla Corte europea dei diritti dell’uomo) e della perdita  di tutti i propri beni, solo in fine graziato per la metà. Non siamo sul piano della pura arbitrarietà? E siamo sicuri che il banchiere ebreo abbia imparato la lezione, sia stato <rieducato> dalla pena ricevuta, e che lo stesso, passata la piena, non si rialzi per riprendere la propria <disgustosa> attività?

D’altro canto, come avviene in molti  altri campi (penso alla prostituzione, al consumo di droghe, alla consultazione di <maghi> e cartomanti) non è la domanda a (de)generare l’offerta? E quanti Shylock legalizzati esistono oggi nei sempre più vari contesti commerciali?

Bassano e Antonio non sono <contraenti deboli>, né ci troviamo di fronte ad una fattispecie di  contratto B2B, eppure Shakespeare considera nulle le pretese di chi chiede remunerare il proprio mestiere. Il fatto è, però, che Shylock rimane schiavo del mito, non riesce a uscire dal personaggio: pur combattendo contro il pregiudizio, la sua umanità è alla fine cancellata dalla terriibile e sproporzionata sete di vendetta che nutre nei confronti di Antonio, reo di avergli rovinato la piazza. L’ebreo viene ingannato, e trattato impropriamente sul piano giuridico, ma il problema dell’opera, che tanto filo da torcere ha dato ai lettori, agli spettatori e ai critici, sta nel fatto che riesce difficile distinguere tra lo stereotipo dell’ebreo (che avrebbe potuto giustificare una cultural defence), ingiustamente offeso e maltrattato, e quello di un uomo abile nel commercio e desideroso di vendetta, per avidità di guadagno. D’altro canto, entrambi i protagonisti della lite giudiziaria assumono - sia pure sotto diversi aspetti – una condotta disdicevole: il giudice Posner (Lizzie Widdicombe, Retrial, the New Yorker, 22 dicembre 2008) sottolinea come, con il non aver assicurato il carico delle navi, Antonio si sia comportato in modo assolutamente irresponsabile.  

Rivalutare la figura dell’ebreo usuraio, oggi, non significa certo difendere le ragioni di chi approfitta dell’altrui <stato di bisogno> - tipico paternalismo del legislatore, ancora evocato dall’art. 644 c.p. - ma riportare sul piano della riflessione i motivi per cui molti contratti nascano o diventano iniqui, e quali siano gli strumenti sociali o giuridici più adatti per uscire dall’impasse.