Famiglia, relazioni affettive - Famiglia, relazioni affettive -  Valentina Finotti - 23/04/2019

Separazione consensuale: modifica degli accordi

È unico il procedimento per ottenere la modifica degli accordi raggiunti in sede di  separazione consensuale ?

Per rispondere al quesito è necessario distinguere il contenuto dell’accordo di separazione consensuale, che può essere di tue tipi:

-  (a) “tipico” e, quindi, modificabile  - dal punto di vista processuale - con il procedimento speciale dettato in materia di famiglia (artt. 710e 737 c.p.c.) e   - dal punto di vista sostanziale - in presenza dei presupposti previsti dalla normativa che disciplina le condizioni patrimoniali tra i coniugi nella fase patologica del rapporto e  l’affidamento dei figli;

-  (b)  “autonomo” – il quale, peraltro, è solo eventuale e può non essere presente nell’accordo di separazione – che, invece, è modificabile nelle forme ordinarie individuabili in base al tipo di domanda/modifica che deve essere avanzata.

Vediamo nel dettaglio.

 

Una delle caratteristiche peculiari delle decisioni che vengono adottate nell’ambito di una separazione o di un divorzio è che esse sono sempre modificabili e rivedibili.

Si parla in proposito di “giudicato rebus sic stantibus” (ossia assunto “allo stato delle cose”) che trova la sua ragione nell’intima natura delle decisioni in materia di separazione/divorzio/affidamento dei figli, essendo esse tutte volte a regolare aspetti della vita delle persone che sono in continua evoluzione.

Con questo contributo, in particolare, si analizzeranno le possibilità di modifica degli accordi che i coniugi hanno raggiunto in una separazione consensuale, omologata dal Tribunale competente.

Per capire quando la modifica di tali accordi richieda di agire attraverso il procedimento speciale dettato in materia di famiglia o, invece, nelle forme ordinarie, semplifichiamo la questione partendo da un caso concreto recente, trattato dalla Cassazione nel luglio del 2018 (Cassazione, 26.7.2018 n. 19847).

Tizio e Caia si separano consensualmente.

L’accordo di separazione contiene il consenso reciproco a vivere separati; disciplina le modalità di affidamento del figlio avuto in costanza di matrimonio e, infine, assegna la casa familiare alla moglie  che ci vivrà con il figlio.

Tuttavia all’interno del medesimo accordo vengono inserite altre pattuizioni al fine di regolare e definire i rapporti patrimoniali fra i coniugi.

In particolare,è contenuta una peculiare disciplina con riguardo alla destinazione di due immobili dei coniugi.

Si stabilisce (a) che uno degli immobili rimanga in comproprietà nonostante la separazione, con l’obbligo a carico del marito di costituire, con successivo atto notarile, il diritto di usufrutto in favore della moglie.

Rispetto all’altro immobile, i coniugi (b) si riconoscono comproprietari del medesimo per il 50%, prevedendo, specificatamente, che esso sia goduto esclusivamente dal figlio della coppia e dal marito, con esclusione del diritto di uso da parte della moglie.

Passati sedici anni Tizia agisce in giudizio per chiedere la costituzione del diritto di usufrutto sul primo immobile, visto che l’obbligo assunto con l’accordo di separazione consensuale era rimasto inadempiuto  chiedendo, inoltre, la divisione dell’altro immobile concesso in godimento al figlio e al marito, al fine di ottenere la propria quota del 50%.

Queste domande vengono svolte da Tizia attraverso un ordinario atto di citazione, con il quale la stessa chiede - da una parte - che la sentenza costituisca il diritto di usufrutto in suo favore (a norma dell’articolo 2932 c.c.) e che - dall’altra parte - venga disposta la divisione dell’immobile in comproprietà e concesso in uso al figlio e al marito.

Il marito eccepisce l’improcedibilità della domanda, sostenendo che la moglie, in sostanza, chiedeva una modifica degli accordi di separazione consensuale e che, pertanto, ella avrebbe dovuto “procedere” non attraverso un ordinario giudizio di cognizione, ma avvalendosi del procedimento speciale camerale dettato dall’art. 710 e 737 c.p.c., in materia di revisione dei provvedimenti riguardanti i coniugi e la prole conseguenti alla separazione.

La Cassazione respinge la censura di inammissibilità affermando che Tizia ben ha agito attraverso il procedimento ordinario di cognizione perché il procedimento speciale previsto per le modifiche dell’accordo di separazione consensuale riguarda esclusivamente le clausole che trovano la loro specifica causa in quest’ultima.

 

E, allora, quali sono le clausole che hanno causa nella separazione consensuale e quali, invece, esulano dal contenuto “tipico” di essa?

Il criterio principe delineato dalla giurisprudenza consiste nell’individuare quelle clausole che presentano “connessioni dirette” con il contenuto essenziale del negozio di separazione consensuale; contenuto essenziale che, ex artt. 156 e 158 c.c., consiste: (1) nella pattuizione con cui i coniugi esprimono il reciproco consenso a vivere separati; (2) negli eventuali assegni di mantenimento per i figli e per il coniuge, se dovuti; (3) nell’eventuale affidamento dei figli minori e assegnazione della casa familiare, qualora ve ne siano i presupposti.

Tutte le altre clausole eventualmente introdotte nell’accordo di separazione consensuale hanno invece carattere “autonomo”.

Dunque, ritornando al caso di specie, trattato dalla Cassazione nel 2018, i giudici hanno ritenuto che sia la domanda di Tizia di ottenere giudizialmente la costituzione del diritto di usufrutto – secondo gli accordi conclusi in separazione – che quella volta alla divisione dell’immobile, fossero da considerare “patti autonomi”, riguardanti il regime della proprietà (scioglimento della comunione rispetto all’immobile in comproprietà) e la costituzione di diritti reali minori (quali quello di usufrutto) che non “presentano dirette connessioni o interferenze sulle condizioni di separazione”.

Per l’esecuzione di questi accordi “occasionati” dalla separazione non è possibile, pertanto, agire con il procedimento camerale volto alla modifica dei provvedimenti relativi alla separazione, ma con il giudizio di cognizione ordinario.

Sebbene la pronuncia sia cristallina in tal senso, bisogna prestare sempre attenzione alla peculiarità del caso concreto.

Ad esempio è evidente che il Giudice della famiglia potrà intervenire per eventuali modifiche in ordine all’assegnazione della casa familiare,  ma, in linea generale, non può incidere sugli obblighi patrimoniali assunti in sede di separazione consensuale, come l’obbligo che un coniuge si è assunto di trasferire un suo immobile o di versare delle somme a tacitazione delle pretese dell’altro coniuge.

 Questi ultimi impegni, infatti, hanno senz’altro natura obbligatoria fra le parti ma quand’anche inseriti nell’accordo omologato dal Tribunale non sono oggetto della sentenza di separazione consensuale, essendo accordi solo “accessori”: da ciò ne consegue l’impossibilità per il Tribunale della famiglia di procedere, successivamente, alla modifica di essi.

Tuttavia è necessario considerare anche il contenuto complessivo del’’accordo di separazione e gli equilibri che con esso i coniugi hanno voluto stabilire.

Ci spieghiamo meglio.

Se, ad esempio, uno dei coniugi con l’accordo di separazione accetta, in vista del trasferimento di un immobile a cui si obbliga l’altro coniuge, una riduzione dell’assegno di mantenimento rispetto a quello che gli sarebbe spettato (considerando il tenore di vita matrimoniale e l’impossibilità di svolgere un’attività lavorativa adeguatamente remunerata), il mancato adempimento dell’obbligo di trasferimento da parte del coniuge onerato altera, con una “connessione diretta”, la clausola con la quale era stato determinato l’assegno post matrimoniale.

Dunque l’accordo sul trasferimento dell’immobile non ha, in questo caso, una propria autonomia causale, ma incide in modo sostanziale sul contenuto tipico dell’accordo di separazione che, appunto, ha come oggetto essenziale la pattuizione relativa al mantenimento del coniuge.

Da ciò discende che allora sì, in questa ipotesi, nel caso di mancato trasferimento dell’immobile, il coniuge potrà chiedere al Tribunale della famiglia ex art 710 c.p.c. la modifica dell’accordo di separazione consensuale. Non per ottenere il trasferimento immobiliare, sia ben chiaro, ma per ottenere una modifica, in aumento, dell’importo dell’assegno di mantenimento, non essendosi realizzata la condizione (il trasferimento immobiliare) che giustificava la previsione di un assegno di mantenimento “ridotto”.

Quindi, in pratica, bisogna verificare, nel caso concreto, se le pattuizioni contenute nell’accordo di separazione sono collegate “funzionalmente” (cioè dipendenti) al contenuto essenziale dell’accordo o se, invece, il collegamento è meramente formale e occasionale, sicché tali pattuizioni  pur rimanendo inadempiute non alterano l’equilibrio complessivo raggiunto in sede di separazione consensuale (si pensi, ad esempio, al trasferimento di un immobile che viene pattuito non per tacitare la pretesa di mantenimento del coniuge, ma per estinguere un debito maturato da un coniuge nei confronti di un altro nel corso del matrimonio).

Quindi è possibile sintetizzare quanto esposto attraverso il seguente schema:

SEPARAZIONE CONSENSUALE

1   CONTENUTO TIPICO (negozio di separazione in senso stretto)

-- CONSENSO A VIVERE SEPARATI;

-- CLAUSOLE NECESSARIE PER L’INSTAURAZIONE DEL NUOVO REGIME DI VITA E PER ASSOLVERE AI DOVERI DI SOLIDARIETA’ CONIUGALE PER IL TEMPO SUCCESSIVO ALLA SEPARAZIONE;

-- EVENTUALE ASSEGNO DI MANTENIMENTO PER IL CONIUGE;

-- EVENTUALE AFFIDAMENTO E MANTENIMENTO PER LA PROLE;

--  ASSEGNAZIONE CASA FAMILIARE;

-- TRASFERIMENTI PATRIMONIALI A TACITAZIONE DELLE PRETESE DEL CONIUGE.

                                        

LE MODIFICHE DEL CONTENUTO TIPICO ED ESSENZIALE DELLA SEPARAZIONE, VANNO PROPOSTE AL GIUDICE DELLA FAMIGLIA CON RICORSO EX ARTT. 710 E 737 C.P.C.: IL PROCEDIMENTO E’ CAMERALE.

 

2 CONTENUTO ATIPICO (negozio di separazione in senso lato)

TUTTI GLI ACCORDI NON DIRETTAMENTE COLLEGATI AI DIRITTI E OBBLIGHI CHE DERIVANO DAL MATRIMONIO (ES. RICONOSCIMENTI DI DEBITI MATURATI NELLA CONVIVENZA MATRIMONIALE, TRASFERIMENTI PATRIMONIALI PER ESTINGUERE DEBITI MATURATI NEL CORSO DEL MATRIMONIO DA UN CONIUGE VERSO L’ALTRO, DONAZIONI FATTE PER SPIRITO DI LIBERALITA’ CHE ESULANO I DOVERI DI MANTENIMENTO DEL CONIUGE O DELLA PROLE, TRANSAZIONI, MANDATO RILASCIATO DA UN CONIUGE ALL’ALTRO PER  L’AMMINISTRAZIONE DEI SUOI BENI; COSTITUZIONE DIRITTI RREALI MINORI – COME IL DIRITTO DI USUFRUTTO – A FAVORE DI UN CONIUGE, ECC…)

                                                                                                      II

E’ LEGITTIMO L’INSERIMENTO DI TALI ACCORDI NEL VERBALE DI SEPARAZIONE CONSENSUALE,

solo che essi hanno solo occasione nella separazione, ma non la loro causa in essa

                                                                                                      II

QUESTI ACCORDI HANNO NATURA CONTRATTUALE

                                                                                                      II

NON SONO MODIFICABILI CON IL PROVEDIMENTO CAMERALE EX 710 C.P.C., MA INSTAURANDO UN ORDINARIO GIUDIZIO DI COGNIZIONE.