Famiglia, relazioni affettive - Famiglia, relazioni affettive -  Valeria Mazzotta - 30/03/2018

Riconoscimento del figlio non matrimoniale: la sentenza che tiene luogo del consenso regola anche l'affidamento

Ai sensi dell’art. 250 c.c., il riconoscimento del figlio infraquattordicenne nato fuori dal matrimonio deve avvenire previo consenso dell’altro genitore che abbia già effettuato il riconoscimento; detto consenso non può essere rifiutato se risponde all’interesse del figlio.

Le posizioni soggettive coinvolte sono due: il diritto del genitore ad esercitare la propria responsabilità e il diritto del figlio minore ad avere due genitori, quest’ultimo da intendersi anche quale esplicazione del diritto all’identità personale nella sua precisa ed integrale dimensione socio psicofisica, poiché acquisire informazioni sulle proprie origini e sull’identità di entrambi i genitori è fondamentale per la formazione della personalità dell’individuo.

Il punto di equilibrio individuato dal legislatore per il bilanciamento delle due posizioni soggettive coinvolte è rappresentato dall’ "interesse del figlio". Perché l’interesse del minore sussista non si richiede che sia concretamente vantaggioso per il figlio perché ciò comporterebbe l’inaccettabile conseguenza di ritenere legittimo il rifiuto ogniqualvolta non si ravvisi per lui alcun vantaggio, creandosi, di fatto, una disparità di trattamento tra i due genitori in relazione al diverso momento in cui effettuano il riconoscimento.

Quindi, il riconoscimento successivo può essere negato solo nel caso in cui per il minore si configuri il concreto pericolo di un danno gravissimo per il suo sviluppo psico-fisico, correlato alla pura e semplice attribuzione della genitorialità (cfr., da ultimo, Cass. n. 2645/2011).

La riforma della filiazione attuata dalla l. 219/2012 ha modificato la disciplina processuale del riconoscimento in presenza di opposizione da parte dell'altro genitore.

Oggi il rito è semplificato, con contraddittorio differito ed eventuale, solo se ed in quanto la controparte a cui il ricorso è notificato faccia opposizione. L’art. 250 c.c. dispone inoltre che con la sentenza "che tiene luogo del consenso mancante" il Giudice assuma i provvedimenti opportuni sull’affidamento il mantenimento del figlio e sul cognome, provvedimenti che possono far seguito a quelli adottati in via provvisoria nel corso del procedimento.

Due sono le interpretazioni correnti della norma: da un lato, nell’implicito presupposto che lo status di figlio non esiste sino a che non venga effettuato il riconoscimento, v’è chi ritiene che il processo abbia natura bifasica: nella prima parte, il Tribunale valuta se il riconoscimento risponde all’interesse del minore e in caso di esito positivo viene emessa sentenza non definitiva con la quale il genitore è autorizzato il riconoscimento; nella seconda parte, dopo che il genitore abbia effettivamente riconosciuto il figlio, il Tribunale assume i provvedimenti provvisori che regolano la relazione genitore/figlio e con sentenza definitiva disciplina l’affidamento.

La soluzione ultima si presta ad alcune critiche: se con la prima fase il Giudice autorizza solo il riconoscimento e poi il genitore -  che abbia formalmente dichiarato di volere riconoscere il figlio - poi concretamente non lo effettui, resterebbe privo di tutela il diritto del minore - che si origina fin dalla nascita - ad essere mantenuto, educato ed istruito da entrambi i genitori. Con evidente discriminazione tra figli nati matrimoniali e non.

Tanto più che la norma dispone che i provvedimenti sull'affidamento vengano adottati con la sentenza che tiene luogo del consenso mancante, nel presupposto appunto che la responsabilità genitoriale sorga a prescindere dal riconoscimento del figlio.

Secondo altro orientamento, seguito anche dalla sentenza in commento, la pronuncia giudiziale ex art. 250 c.c. sulla meritevolezza della domanda spiegata dal ricorrente non è da intendersi come meramente autorizzativa del riconoscimento ma pienamente sostitutiva dello stesso, con conseguente annotazione del nominativo del (secondo) genitore a margine dell’atto di nascita del figlio (in questo senso: Trib. Roma 14 ottobre 2016; Trib. Roma 26 maggio 2017; Trib. Prato 26 luglio 2017): a sostegno della diversa ricostruzione processuale prospettata viene rimarcato come la norma di cui all’art. 250 c.c. "perderebbe di significato ove si ritenesse che, pronunciata la sentenza che tiene luogo del consenso mancante del genitore che per primo ha riconosciuto, fosse necessario formalizzare il riconoscimento del secondo genitore innanzi all’Ufficiale di Stato Civile, e ciò anche sulla scorta della considerazione per cui solo così ragionando si è in grado di scongiurare le problematiche che potrebbero verificarsi allorché il genitore, pur autorizzato al riconoscimento ex art. 250 c.c., non potesse poi procedere a detto incombente, anche per cause dallo stesso indipendenti" (così Trib. Roma 14 ottobre 2016 cit.).

Di conseguenza la soluzione giuridica adottata dal Tribunale di Bologna è fondata sull'assunto che con la proposizione del ricorso ex art. 250 c.c. il genitore ha già manifestato la volontà di riconoscere il figlio e che la sentenza non autorizza il genitore al riconoscimento, ma, tenendo luogo del consenso non prestato, perfeziona l'efficacia di un riconoscimento già avvenuto. Su questo presupposto, il Tribunale, con la sentenza dichiarativa dell’efficacia del riconoscimento, assume anche i provvedimenti relativi all'affidamento, al mantenimento ed al cognome del minore.

Quindi, in conclusione: la volontà di riconoscere il figlio è insita nella proposizione del ricorso ex art. 250 c.c. e diviene irrevocabile. Il giudice, di conseguenza, con la sentenza che tiene luogo del consenso dell'altro genitore, deve provvedere anche in ordine all'affidamento ed al mantenimento. Di contro l’interpretazione cd. Bifasica del riconoscimento non tutela adeguatamente il minore, nei cui confronti i genitori assumono la responsabilità sin dalla procreazione, e non dal riconoscimento.