Responsabilità civile - Responsabilità oggettiva, semioggettiva -  Redazione P&D - 06/01/2020

Responsabilità per attività pericolose del produttore e del distributore ex art. 2050 c.c. – sentenza Cassazione civile 7.11.2019 n. 28626 - G.G.

L’interessante casistica promuove l’accertamento del tipo di responsabilità di cui sopra ed ispirato a quella per l’esercizio di attività pericolose.
In particolare e come si legge nella sentenza “i giudici di appello condivisero, all’esito di un’amplissima disamina degli elementi istruttori ei soprattutto delle argomentazioni tecniche degli ausiliari e dei consulenti di parte, la valutazione del giudice di primo grado sull’impossibilità di ricostruire la causa dell’incendio ed applicando il principio in forza del quale, rimasta ignota la causa e quindi inadempiuto l’onere del danneggiato di provare il nesso eziologico tra attività pericolosa ed evento dannoso, è esclusa la responsabilità prevista dall’art. 2050 c.c.; ma non mancarono l’espresso rilievo della corrispondente carenza di prova, di cui sempre il danneggiato era gravato, sul difetto della merce e sulla connessione causale tra il difetto ed il danno nella fattispecie della responsabilità del produttore di cui agli artt. 114 e 120 codice del consumo.”.
“ In particolare…. violazione/falsa applicazione di legge per erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa di cui all’art. 2050 c.c. – violazione dell’art. 2697 c.c., in tema di riparto degli oneri probatori” lamentano che “la Corte di appello di Milano, avendo acclarato che l’esplosione – avvenuto presso lo stabilimento di MAB nella notte fra il (OMISSIS) – della nitrocellulosa (materia prima altamente infiammabile/esplosiva), prodotta …. e commercializzata da ….., ha avuto un ruolo cruciale nel divampare e nella propagazione dell’incendio che ha cagionato i danni, avrebbe dovuto, in assenza di riscontro di altre cause, affermare che quella sia stata la causa dell’incendio, rilevante ai sensi dell’art. 2050 c.c. e imputabile a ….., senza pretendere la prova (oltretutto in termini di certezza scientifica e sperimentale e neppure di prova probabilistica, fermo che neppure quest’ultima era necessaria) della causa dell’esplosione e che tale causa fosse ascrivibile ad una condotta colposa di ….., ha fatto comunque scorretta applicazione della disciplina di cui all’art. 2050 c.c. e dell’orientamento della Suprema Corte in punto di causa ignota, non essendovi in verità, nel caso di specie, causa ignota come invece erroneamente affermato; ignote sono rimaste le ragioni che hanno determinato l’esplosione della nitrocellulosa, ma non era onere dei danneggiati provare il fattore (innesco) che l’ha preceduta nella catena causale in senso materiale, ossia la causa dell’esplosione”; e chiedono pertanto affermarsi la responsabilità di ……. ai sensi dell’art. 2050 c.c., avendo la Corte d’appello accertato come non vi sia stato riscontro di decorsi causali che consentano di escludere la presunzione di responsabilità ex art. 2050 c.c. o la responsabilità oggettiva in capo a …”.

Si tenga conto che l’art. 2050 c.c. stabilisce che chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di un'attività pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati, è tenuto al risarcimento, se non prova di avere adottato tutte le misure idonee a evitare il danno, pertanto non basta solamente la prova negativa di non aver commesso alcuna violazione delle norme di legge o di comune prudenza, ma occorre quella positiva di aver impiegato ogni cura o misura atta ad impedire l’evento dannoso.
Già la relazione al codice civile -https://www.consiglionazionaleforense.it/documents/20182/174648/Libro+IV++-++Delle+Obbligazioni/f2b2c447-bc30-4f33-b193-7535492a386d -  stabiliva che “sulla materia non si è creduto di adottare alcuna delle soluzioni estreme: nè quella che ammetterebbe a tali attività una responsabilità oggettiva, nè quella che vi ricollegherebbe l'ordinaria responsabilità per colpa. Si è adottata invece una soluzione intermedia per la quale, sempre mantenendo la colpa a base della responsabilità, non solo si è posta a carico del danneggiante la prova liberatoria, ma si è ampliato il contenuto del dovere di diligenza, che è posto a suo carico. Nell'esercizio di un'attività pericolosa, la prevedibilità del danno è in re ipsa e il soggetto deve agire tenendo conto del pericolo per i terzi. Gli obblighi inerenti alla normale diligenza sarebbero in tal caso insufficienti perchè, dove la pericolosità è insita nell'azione, vi è il dovere dl operare tenendo conto del pericolo; il dovere di evitare il danno… diviene più rigoroso quando si opera con la netta previsione della sua possibilità. Il Soggetto dunque deve adottare, anche a prezzo di sacrifici, tutte le misure atte ad evitare il danno. Quali debbano essere tali misure, diranno le particolari norme, tecniche o legislative, inerenti alle singole attività, o le regole della comune esperienza; certo è che le lesioni evitabili debbono essere risarcite.
Soltanto per le lesioni assolutamente inevitabili è esclusa la responsabilità, la quale peraltro non vi potrebbe essere, nella particolare ipotesi, se non adottando il principio della pura causalità: questo principio non si è accolto perchè ritenuto ingiusto, antisociale e antieconomico, e tale da scoraggiare attività e iniziative feconde.

Potrebbe dunque sostenersi una responsabilità oggettiva solo nel caso in cui è comprovabile chi non sussiste un nesso di causalità tra la condotta dell’agente e l’evento dannoso, al culmine dunque dell’inverso onere della prova in base a cui lo stesso agente è esonerato da responsabilità se dimostra di avere adottato tutte le misure idonee a evitare il danno.
In tal caso il danno può fondarsi in un evento naturale o ad esso assimilato, indipendente dalla volontà umana che esca dalla ragionevole prevedibilità a cui non si possa ovviare senza cautele superiori a quelle della media diligenza.
Sovviene Ai sensi dell’art. 45 c.p. per cui non è punibile chi ha commesso il fatto per caso fortuito o forza maggiore intendendosi per caso fortuito l’avvenimento imprevedibile ed eccezionale che si inserisce d’improvviso nell’azione del soggetto (come quell’avvenimento, secondo la Cassazione 7285/1990, imprevisto e imprevedibile che si inserisce d’improvviso nell’azione del soggetto e non può in alcun modo, nemmeno a titolo di colpa, farsi risalire all’attività psichica dell’agente) e per  forza maggiore la cosiddetta vis maior cui resisti non potest, cioè quella forza esterna che determina la persona a compiere un’azione cui questa non può opporsi.


Ritornando alla pronuncia di che trattasi leggasi al punto 13 da cui si ricava che “13. Ora, le premesse in diritto della corte territoriale corrispondono a consolidata giurisprudenza di legittimità: da un lato (Cass. 22/07/2016, n. 15113, cui adde, ancor più di recente, Cass. ord. 05/07/2017, n. 16637), la responsabilità dell’esercente un’attività pericolosa presuppone che si accerti un nesso di causalità tra l’attività svolta e il danno patito dal terzo, a tal fine dovendo ricorrere la duplice condizione che l’attività costituisca un antecedente necessario dell’evento, nel senso che quest’ultimo rientri tra le sue conseguenze normali ed ordinarie, e che l’antecedente medesimo non sia poi neutralizzato, sul piano eziologico, dalla sopravvenienza di un fatto di per sè idoneo a determinare l’evento, e ciò anche quando esso sia attribuibile ad un terzo o allo stesso danneggiato; dall’altro lato, in tema di responsabilità per esercizio di attività pericolosa, la presunzione di colpa a carico del danneggiante, posta dall’art. 2050 c.c., presuppone la sussistenza del nesso eziologico tra l’esercizio dell’attività e l’evento dannoso, la cui prova è a carico del danneggiato, sicchè va esclusa ove sia ignota o incerta la causa dell’evento dannoso (Cass. 22/09/2014, n. 19872; Cass. 27/07/2012, n. 13397; Cass. 10/07/2002, n. 10382).”

Leggasi ancora nei punti motivazionali dell’interessante pronuncia quanto segue:

“sostenendo che, pur se correttamente ricostruiti i principi in materia, erroneamente si sia finito con accollare alla loro assicurata, danneggiata dal sinistro, la prova della causa ultima di questo, ritenendo al riguardo sufficiente, ad attivare la presunzione di responsabilità della norma invocata, la riconduzione di quello all’esercizio dell’attività pericolosa, desunto dalla presenza della nitrocellulosa quale causa del divampare e del propagarsi dell’incendio.
E’ da premettere che, per antico insegnamento (fin da Cass. 09/06/1973, n. 1666), nell’ipotesi di danno cagionato nello svolgimento di un’attività pericolosa spetta all’attore (danneggiato) fornire la dimostrazione del nesso di causalità fra l’esercizio di quell’attività e l’evento dannoso e quindi la prova positiva della sussistenza dello specifico fattore eziologico idoneo a determinare il danno, sebbene non la prova negativa dell’insussistenza di qualsiasi altro fatto doloso o colposo ascrivibile a terzi estranei; ma tuttavia non viola tali principi il giudice del merito che in una prova per presunzioni, procedendo, al fine dell’indagine su quel fattore eziologico, dal fatto noto al fatto ignoto che, in ordine di consequenzialità, rappresenti l’antecedente normale o tipico del primo, abbia accertato una possibile pluralità di antecedenti e quindi, negando l’esclusività del nesso di consequenzialità del fatto noto rispetto ad uno di essi come sua causa – esclusività ch’e necessaria al successo della prova per presunzioni – abbia ritenuto incombere all’attore la prova storica della concreta insussistenza degli altri antecedenti; tanto non significa, infatti, aver posto a carico dell’attore, oltre alla prova positiva della derivazione dell’evento da un dato antecedente, anche quella negativa dell’insussistenza di altri: la prima prova non potendosi, in via logica, ritenere raggiunta, nel caso ipotizzato, se non appunto a seguito della seconda.”

“18. E’ ben vero che la responsabilità per esercizio di attività pericolosa ex art. 2050 c.c., ben può prescindere dall’attività in sè e per sè considerata, il che si verifica quando il pericolo si sia materializzato e trasfuso negli oggetti dell’attività medesima (ad es., materie infiammabili, proiettili di arma da fuoco, gas in bombole, ecc.), i quali, anche per un’imperfetta costruzione, a livello progettuale o di confezione, conservino un’intrinseca potenzialità lesiva collegata allo svolgimento dell’attività di cui costituiscono il risultato, anche quando il danno si produca in una fase successiva, purchè ne dipenda in modo sufficientemente mediato (Cass. 30/08/2004, n. 17369).
19. Tale dipendenza – e la conseguente responsabilità oggettiva ai sensi dell’art. 2050 c.c., sia pure impregiudicata la verifica di diversi titoli di responsabilità (nella specie, però, esclusi per mancata impugnativa del rigetto della domanda fondata su quella da prodotto difettoso o per omessa adeguata prospettazione di altre in astratto ricorrenti, quale quella dei vizi della cosa venduta) – va però esclusa, di norma, tra fasi successive di un medesimo processo produttivo, ognuna gestita professionalmente ed almeno finchè questo non sia esaurito con la sua immissione sul mercato, che coinvolga materiale pericoloso.”

In linea generale si può dire che allo stato delle interpretazioni giuridiche della materia è ritenuta pericolosa anche un’attività la cui concreta pericolosità si manifesti in un momento successivo rispetto al suo concreto svolgimento.
Del resto se ne può determinare quella relazione tra applicazione dell’art. 2050 c.c. e gli artt. 114 e ss del Decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206 recante il riassetto della normativa posta a tutela del consumatore.
Con l’art. 2050 c.c., il produttore è onerato da una complessa prova liberatoria, non essendo sufficiente dimostrare, in negativo, di non aver commesso violazione di legge, ma anche, in positivo, di aver adottato ogni possibile cautela idonea a prevenire il danno.

Continuando nel leggere la pronuncia si rileva come:

“22. In particolare, tali diverse fasi debbono essere considerate, di norma  ed ai fini della responsabilità da attività pericolosa tra i diversi soggetti coinvolti professionalmente nel medesimo processo produttivo, l’una indipendente dall’altra ed ognuna caratterizzata da oneri di precauzione incombenti a ciascun soggetto titolare del potere di impresa di volta in volta esercitato, parametrati allo stato di avanzamento della lavorazione ed almeno tendenzialmente idonei a scongiurare i rischi propri di quella fase: diversamente, si tratterebbe di estendere incongruamente la nozione di attività pericolosa e la relativa severa responsabilità sostanzialmente oggettiva anche alla circolazione del bene pericoloso e senza alcuna limitazione, con insostenibile equiparazione alla responsabilità da prodotto difettoso o da vizi della cosa venduta, che hanno però presupposti molto meno gravosi per il produttore e per il distributore rispetto alla presunzione di cui all’art. 2050 c.c..”


Infine il giudice di legittimità afferma:

“adeguata correzione della motivazione della gravata sentenza, in applicazione del seguente principio di diritto: la responsabilità per esercizio di attività pericolosa ex art. 2050 c.c., che ben può prescindere dall’attività in sè e per sè considerata e sussistere quando il pericolo si sia materializzato e trasfuso negli oggetti dell’attività medesima (ad es., esplodenti, prima dell’applicabilità del D.Lgs. 19 maggio 2016, n. 81), non si configura anche in danno del produttore e del distributore di quelli ed a favore di chi professionalmente interviene in una fase autonoma di un ciclo produttivo che li impieghi quali materie prime ed assume così in proprio oneri di precauzione adeguati allo sviluppo di quello, quando non provi, impregiudicati diversi titoli di responsabilità da prodotto difettoso o di vizi della cosa venduta, il nesso causale tra l’esercizio della fase specifica dell’attività pericolosa gestita dalle controparti ed il danno da lui patito”.”

Si legge così al punto 26 del pronunciamento che:
“Già solo in astratto ed a livello di ricostruzione del nesso di causalità, nello sviluppo di una peculiare fase dell’attività pericolosa consistente nella lavorazione professionale di una sostanza intrinsecamente pericolosa (quale, nella specie, la nitrocellulosa), in precedenza prodotta e commercializzata da altri, la semplice presenza della merce nei luoghi dove essa era stoccata difficilmente potrebbe di per sè sola considerarsi la causa di un incendio e, comunque, eziologicamente riconducibile al solo fatto di essere stata prodotta e distribuita.”


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