Interessi protetti - Professionista -  Riccardo Mazzon - 13/11/2019

Responsabilità dell'avvocato: la violazione del dovere di diligenza comporta anche la perdita del diritto al compenso

La responsabilità professionale dell'avvocato presuppone la violazione del dovere di diligenza media esigibile ex art. 1176, comma 2, c.c.; ebbene, tale violazione, ove consista nell'adozione di mezzi difensivi pregiudizievoli al cliente, non è esclusa, né ridotta, dalla circostanza che l'adozione di tali mezzi sia stata sollecitata dal cliente stesso - si veda, per un approfondimento, anche in relazione alla giurisprudenza qui citata, il trattato "Responsabilità contrattuale e danni risarcibili", Riccardo Mazzon, Giuffré 2019 -, poiché è esclusivo compito del legale la scelta della linea tecnica da seguire nella prestazione dell'attività professionale (l'avvocato, infatti, all'atto del conferimento del mandato e nel corso dello svolgimento del rapporto, è tenuto - non solo al dovere di informazione del cliente, ma anche - ai doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione dello stesso, nonché a sconsigliare all'assistito la introduzione o la prosecuzione di un giudizio dall'esito probabilmente sfavorevole).

Così, per fare un esempio, sarà immune da censure un’eventuale pronuncia del giudice di merito recante l'affermazione della responsabilità del professionista che abbia chiamato in causa il terzo nonostante la prevedibilità della formulazione, da parte di questi, dell'eccezione di prescrizione (verificata in seguito esser fondata), non attribuendo rilievo, in senso contrario, alla dedotta circostanza che la scelta di chiamare in causa il terzo era frutto di accordo tra professionista e cliente.

La responsabilità professionale dell'avvocato, la cui obbligazione, si ripete, è di mezzi e non di risultato - con la conseguenza che il professionista matura il diritto al compenso anche nelle fattispecie in cui, nonostante l’impiego della dovuta diligenza, non venga raggiunto il risultato avuto di mira dal cliente -, presuppone dunque la violazione del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia, quello della diligenza professionale media, esigibile ai sensi dell'art. 1176, comma 2, c.c., da commisurare alla natura dell'attività esercitata: così, non potendo il professionista garantire l'esito comunque favorevole auspicato dal cliente, il danno derivante da eventuali sue omissioni in tanto è ravvisabile in quanto, sulla base di criteri necessariamente probabilistici, si accerti che, senza quell'omissione, il risultato sarebbe stato conseguito (ovvero sarebbe, comunque, risultato migliore rispetto a quello in realtà verificatosi).

La giurisprudenza inizia solo negli anni ’50 ad occuparsi del fenomeno, dapprima negando pressoché sempre ogni responsabilità e, successivamente, richiedendo, al fine di conclamare una qualche responsabilità dell’avvocato, un’indagine, positivamente svolta, sul “sicuro e chiaro fondamento dell’azione che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente coltivata”: in concreto, si richiedeva la provata sussistenza di una “certezza morale che gli effetti di una diversa attività del professionista medesimo sarebbero stati più vantaggiosi per il cliente”; la tesi ha vissuto lungamente (cfr., ad esempio, C. civ., 18.4.2007, n. 9238) e solo recentemente al criterio della certezza della condotta è stato sostituito, con convinzione, quello della probabilità di tali effetti e dell’idoneità della condotta a produrli (si è passati, cioè, dal criterio della ragionevole certezza a quello della semplice probabilità che una corretta attività del legale avrebbe determinato l’esito positivo della causa).

Più precisamente:

- il professionista, nella prestazione dell'attività professionale - sia questa configurabile come adempimento di un'obbligazione di risultato o di mezzi - è obbligato, a norma dell'art. 1176 c.c., ad usare una diligenza tale da poter anche esser definita “del buon padre di famiglia” (più precisamente: diligenza professionale media);

- la violazione di tale dovere comporta inadempimento contrattuale, del quale il professionista è chiamato a rispondere anche per la colpa lieve, salvo che nel caso in cui, a norma dell'art. 2236 c.c., la prestazione dedotta in contratto implichi la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà;

- in applicazione del principio di cui all'art. 1460 c.c., la violazione di tale dovere comporta anche la perdita del diritto al compenso.

Tuttavia, in applicazione dei principi ut supra esposti, anche l'eccezione d'inadempimento - ai sensi appunto dell'art. 1460 c.c. - può essere opposta dal cliente all'avvocato che abbia violato l'obbligo di diligenza professionale purché la negligenza sia stata tale da incidere sugli interessi del cliente, non potendo il professionista garantire l'esito comunque favorevole auspicato dal cliente, ed essendo contrario a buona fede l'esercizio del potere di autotutela, ove non sia pregiudicata la "chance" di vittoria in giudizio: in altri termini, il cliente può legittimamente rifiutare di corrispondere il compenso all'avvocato che ha espletato il proprio mandato incorrendo in omissioni dell'attività difensiva che, sia pur sulla base di criteri necessariamente probabilistici, risultino tali da aver impedito di conseguire un esito della lite altrimenti ottenibile.