Interessi protetti - Professionista -  Redazione P&D - 08/11/2019

Responsabilità dell'avvocato: la rinuncia al mandato e la tutela del consumatore - RM

L’avvocato è tenuto a rispettare, oltre che le norme di diritto privato relative al suo rapporto con il cliente (artt. 2229, 1712, 1710 c.c.), anche le norme di diritto pubblico sottese al normale funzionamento della giustizia e al corretto esercizio della professione (artt. 348, 380, 382 c.p.), sicché è ben possibile si verifichino ipotesi di responsabilità civile concorrente (qualora ad esempio, i fatti costitutivi dell’inadempimento siano da ricondurre a un illecito civile e penale - si veda, per un approfondimento, anche in relazione alla giurisprudenza qui citata, il trattato "Responsabilità contrattuale e danni risarcibili", Riccardo Mazzon, Giuffré 2019 -).

Quanto al difensore che abbia rinunciato al mandato, questi - mentre conserva, fino alla sua sostituzione, la legittimazione a ricevere gli atti indirizzati dalla controparte al suo assistito - non è più legittimato a compiere atti nell'interesse del mandante, atteso che la rinuncia ha pieno effetto tra il cliente ed il difensore e determina il venir meno del rapporto di prestazione d'opera intellettuale, precedentemente instauratosi con il cosiddetto contratto di patrocinio; ne consegue anche che, concettualmente, per la circoscritta attività di ricevimento degli atti, spettano al difensore non sostituito i diritti di procuratore in base alle tariffe vigenti al momento dei singoli atti, mentre gli onorari di avvocato gli competono secondo la tariffa in vigore al momento della rinuncia (a nulla rilevando che, dopo la cessazione dell'incarico sia intervenuta altra tariffa professionale).

Ulteriormente, può osservarsi come anche al rapporto tra l'avvocato e il suo cliente si applichi la disciplina a tutela del consumatore (ai sensi dell’art. 3, 1° co., lett. a), D.Lgs. 6.9.2005, n. 206, a nulla rilevando che il rapporto de quo sia caratterizzato dal cosiddetto intuitu personae e sia - non di contrapposizione, ma - di collaborazione, specie quanto ai rapporti esterni con i terzi); sicché, per individuare il giudice competente a conoscere dell'azione promossa dal professionista per il recupero del proprio credito professionale, occorre fare riferimento all'art. 33, comma 2, lett. u, D.Lgs. n. 206/2005 (cod. cons.), che prevale rispetto all'art. 637 c.p.c.: così, per effetto dell'applicabilità dell'art. 33 cit., il foro alternativo speciale di cui all'art. 637 c.p.c. opera solo nell'ipotesi in cui il cliente, tenuto alla prestazione del corrispettivo all'avvocato, sia una persona giuridica oppure - nell'ipotesi in cui il cliente sia una persona fisica - che esso non rivesta la qualità di consumatore.

In particolare, il rapporto di lavoro subordinato (sia privato che pubblico) non integra "attività professionale", idonea (ai sensi dell'art. 3 cod. cons.) a far ritenere sussistente la qualità di professionista e, per converso, escludere quella di consumatore, atteso che con il sintagma "attività professionale", di cui all'art. 3 cit., ai fini della qualificazione del soggetto - persona fisica - come professionista, deve intendersi solo l'attività consistente nella prestazione autonoma d'opera professionale intellettuale, oltre all'attività imprenditoriale, commerciale ed artigianale, espressamente previste dalla norma, con esclusione quindi dell'attività di lavoro dipendente, sia pubblico che privato.