Interessi protetti - Professionista -  Riccardo Mazzon - 30/12/2019

Responsabilità dell'avvocato: i doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione

Sull’avvocato incaricato di patrocinare una lite incombe dunque l’obbligo di diligenza - ai sensi degli artt. 1176 e 2236 c.c. -; e, nell'ambito di quest'ultimo, sono ricompresi i doveri di sollecitazione, di dissuasione ed, in particolare, di informazione, al cui adempimento il professionista è tenuto sia all'atto dell'assunzione dell'incarico che nel corso del suo svolgimento, evidenziando al cliente le questioni di fatto e/o di diritto, rilevabili "ab origine" o insorte successivamente, ritenute ostative al raggiungimento del risultato o comunque produttive di un rischio di effetti dannosi, invitandolo a fornirgli gli elementi utili alla soluzione positiva delle questioni stesse ed anche sconsigliandolo dall'iniziare o proseguire una lite, ove appaia improbabile un epilogo favorevole e, anzi, probabile un esito negativo: e, a tal fine, sarà onere del difensore fornire la prova della condotta mantenuta, mentre il cliente dovrà dimostrare di aver sofferto un danno e che questo è riconducibile ad una insufficiente o inadeguata attività del professionista - si veda, per un approfondimento, anche in relazione alla giurisprudenza qui citata, il trattato "Responsabilità contrattuale e danni risarcibili", Riccardo Mazzon, Giuffré 2019 -.

Ciò premesso, in applicazione del parametro della diligenza professionale, sussiste pertanto la responsabilità dell'avvocato che, nell'adempiere all'obbligazione, abbia omesso di prospettare al cliente tutte le questioni - di diritto e di fatto - atte ad impedire l'utile esperimento dell'azione, rinvenendo fondamento, detta responsabilità, anche nella colpa lieve, qualora la mancata prospettazione di tali questioni sia stata frutto (1) dell'ignoranza di istituti giuridici elementari e fondamentali ovvero (2) di incuria ed imperizia insuscettibili di giustificazione.

Non è pertanto necessario, affinché venga riconosciuta la responsabilità dell’avvocato, giungere al limite per cui quest’ultimo, pur consapevole della temerarietà della lite (a seguito di un’analisi del caso che, per esempio, richiami principi consolidati che non lascino dubbi interpretativi), spinga il proprio cliente a instaurarla ugualmente (pur, dunque, essendo venuto a conoscenza di circostanze o condizioni capaci di compromettere l’esito della causa e avendole, in mala fede, sottaciute); caso quest’ultimo, per l’appunto limite nel quale, ovviamente, nessun ostacolo normativo può essere invocato per impedire al giudice di formulare un giudizio ipotetico circa la fondatezza del diritto vantato dal cliente, pregiudicato dalla barbara negligenza del legale.