Interessi protetti - Professionista -  Riccardo Mazzon - 05/01/2020

Responsabilità dell'avvocato, casistica: precedenti giurisprudenziali, prescrizione, prove non indicate

La carenza di diligenza del legale che commetta un errore nell’individuazione del giudice competente a trattare una determinata materia, laddove le regole siano pacifiche ed i precedenti giurisprudenziali siano plurimi - ed idonei ad indirizzare adeguatamente il professionista -, implica senz’altro responsabilità professionale, da regolamentarsi secondo i principi generali più volte esposti - si veda, per un approfondimento, anche in relazione alla giurisprudenza qui citata, il trattato "Responsabilità contrattuale e danni risarcibili", Riccardo Mazzon, Giuffré 2019 -: in particolare, l’avvocato che incorra nel qui descritto errore andrà considerato negligente e, certo, non potrà pretendere dall'assistito lo stesso compenso che gli sarebbe spettato in caso d’ineccepibile operato.

I principi spesso evidenziati (in particolare quelli secondo cui (1) la responsabilità professionale dell'avvocato, la cui obbligazione è di mezzi e non di risultato, presuppone la violazione del dovere di diligenza media esigibile ai sensi dell'art. 1176, secondo comma, cod. civ.; (2) tale violazione, ove consista nell'adozione di mezzi difensivi pregiudizievoli al cliente, non è esclusa né ridotta quando tali modalità siano state sollecitate dal cliente stesso, poiché costituisce compito esclusivo del legale la scelta della linea tecnica da seguire nella prestazione dell'attività professionale) inducono altresì a ritenere esser ininfluente, ai fini della responsabilità professionale, la condivisione del cliente della scelta di chiamare in garanzia un terzo sebbene il diritto da tutelare risulti prescritto (come poi, eventualmente, può esser puntualmente eccepito dal terzo chiamato).

Premessi sempre i principi generali in tema di responsabilità professionale dell'avvocato, la mancata indicazione al giudice delle prove indispensabili per l'accoglimento della domanda costituisce, di per sé, manifestazione di negligenza del difensore, salvo che egli dimostri di non aver potuto adempiere per fatto a lui non imputabile o di aver svolto tutte le attività che, nella particolare contingenza, gli potevano essere ragionevolmente richieste, tenuto conto, in ogni caso, che rientra nei suoi doveri di diligenza professionale - non solo la consapevolezza che la mancata prova degli elementi costitutivi della domanda espone il cliente alla soccombenza, ma anche – la consapevolezza che il cliente, normalmente, non è in grado di valutare regole e tempi del processo, né gli elementi che debbano essere sottoposti alla cognizione del giudice, così da rendere necessario che il cliente medesimo, per l'appunto, sia indirizzato e guidato dal difensore, il quale dovrà fornirgli tutte le informazioni necessarie, pure al fine, ovviamente, di valutare i rischi insiti nell'iniziativa giudiziale; per contro, l’accertamento del nesso eziologico tra la condotta colposa omissiva del difensore e l’esito infausto del giudizio impone al preteso cliente danneggiato di dimostrare che le prove - potenzialmente disponibili e che il difensore avrebbe potuto dedurre tempestivamente in causa - erano tali da provocare un esito vittorioso del processo: non si potrà, invero, accordare alcun risarcimento ove non emerga la probabile fondatezza dell’azione e, quindi, una sua significativa probabilità di successo.