Interessi protetti - Sport -  Redazione P&D - 06/08/2018

Responsabilità del medico sportivo e tutela della salute dell’atleta - Remo Trezza

Sommario: - 1. Considerazioni introduttive - 2. Compiti e ruoli del medico sportivo - 3. La tutela della salute nell’attività sportiva - 4. La responsabilità del medico sportivo - 5. Attività sportiva e attività motoria: il ruolo del medico - 6. Sport, atleta e atti di disposizione del proprio corpo -7. Il doping: evoluzione storico-sociale e responsabilità del medico sociale - 8. Conclusioni

Considerazioni introduttive

Da sempre si è attribuito allo sport il merito di preservare e migliorare la salute umana, di prevenire i paramorfismi e di rappresentare un efficace mezzo di socializzazione.
I molteplici vantaggi che il movimento e lo sport arrecano non si limitano, tuttavia, all’ambito fisico e sanitario, ma abbracciano anche l’area psichica, poiché migliorano la salute psico-sociale degli individui di qualunque età ed influiscono positivamente sulla loro condotta in generale.
Il diritto impone, soprattutto in questa fase preliminare di riflessione, di comprendere il contesto storico-sociale  in cui si viene a porre il rapporto medico sportivo/paziente-atleta e, di conseguenza, la qualificazione della responsabilità del medico sportivo.
Il progresso tecnologico, macchinari estremamente sofisticati, robot quasi fantascientifici, capaci di coadiuvare attivamente e talora addirittura quasi di coartare l’opera dell’uomo imponendogli d’agire entro ben precisi protocolli di intervento, la spersonalizzazione del rapporto medico-paziente, la sostituzione della responsabilità personale del medico con quella, se non della macchina, comunque frammentata ed impersonale dell’equipe o dell’ente: sono questi gli elementi nuovi su cui lavorare per recuperare un concetto più avvincente di responsabilità medica nell’ambito dello sport.
A ciò si aggiunga che alcune scoperte scientifiche risultano essere sempre più innovative, andando, molte volte, anche al di là dei limiti immaginabili in passato, e che contribuiscono inevitabilmente a modificare le tradizionali regole di responsabilità del professionista e, per quanto rileva, del medico.
La meccanizzazione e la forte spinta tecnologica fanno venire meno la relazionalità umana, soprattutto nel campo medico, laddove il rapporto medico-paziente ne è presupposto indefettibile.
Ciò ha reso più difficile la qualificazione della responsabilità professionale del medico, soprattutto alla luce del nuovo scenario che si è avuto modo di fotografare.
Il medico è oggi, nella maggior parte dei casi, o un lavoratore dipendente, retribuito ed inserito in una organizzazione produttiva ove la salute non è considerata soltanto un diritto irrinunciabile della persona, ma come un vero e proprio bene oggetto del mercato giuridico, ovvero un lavoratore autonomo, il quale, al fine di agire sul libero mercato come operatore economico, ha sempre più bisogno di una vera e propria organizzazione di beni e di persone (equipe) per svolgere la propria attività produttiva, ed il cui rapporto stesso con paziente è spesso mediato da pubblici poteri (elenco dei c.d. medici di famiglia).
Al moderno giurista della responsabilità medica sembra, dunque, imporsi un tipo di ricostruzione che tenga conto della specifica competenza e specializzazione del singolo professionista, dell’ambito concreto in cui questi presta la propria opera, nonché delle varie e disparate esigenze o richieste che il paziente può manifestare di volta in volta al medico; il paziente, infatti, non è più considerato quale oggetto di una obbligazione unilaterale svolta a titolo gratuito, ma come parte di un contratto a titolo oneroso, che può pretendere, a fronte di un corrispettivo più o meno cospicuo, l’adempimento di controprestazioni tendenti al raggiungimento dei più disparati risultati.
Non si tratterà più di valutare se la responsabilità civile del medico abbia natura contrattuale, extracontrattuale o derivi da “contatto sociale”, o ancora stabilire se l’obbligazione del medico sia di mezzi o di risultato, e costruire specifiche  e, a volte, diversificate regole di responsabilità, distinguendo tra le varie figure di medico e di paziente considerate.
Il medico sportivo si trova in una posizione del tutto peculiare dovendo assecondare le specifiche esigenze del suoi clienti che non soltanto sono spesso diverse da quelle dei comuni pazienti, ma che a volte sono con esse addirittura contrastanti, costringendolo, per così dire, ad eseguire prestazioni che soltanto alla luce di particolari esigenze del cliente si giustificano e che modificano il rapporto obbligatorio tipico medico-paziente.

Compiti e ruoli del medico sportivo

E’ doveroso soffermarsi sulle funzioni del medico sportivo, prendendo in considerazione  una risalente dottrina che ha individuato tre funzioni della medicina sportiva: la funzione di assistenza volta a consentire agli atleti di sopportare gli sforzi necessari per il conseguimento dei massimi risultati sportivi; la funzione di prevenzione di infortuni e di malattie;  la funzione di indirizzo per il potenziamento della loro efficienza fisica e morale.
A tali compiti occorrerebbe aggiungerne altri: si pensi a quello di indirizzare gli atleti affinché non alterino, con mezzi ritenuti illeciti dall’ordinamento, le loro capacità psicofisiche, o a quello di monitorarli continuamente, e non soltanto in vista di evitare infortuni o malattie, ma fornendo loro anche un aiuto di tipo psicologico. Occorrerebbe mettere in risalto un ulteriore compito, quello quasi arbitrale o addirittura di pubblico ufficiale che il medico dello sport svolge, non solo nella fase preliminare dell’accesso al mondo sportivo, ma anche in quella successiva relativa allo svolgimento delle manifestazioni organizzate.
L’art. 75 del Codice di deontologia medica, che nella stesura del 1998 dedicava un apposito capo alla medicina sportiva, stabiliva che “il medico ha l’obbligo, in qualsiasi circostanza, di valutare se un soggetto può intraprendere o proseguire la preparazione atletica e la prestazione agonistica. Il medico deve esigere che la sua valutazione sia accolta, in particolare negli sport che possano comportare danni all’integrità psicofisica degli atleti, denunciandone il mancato accoglimento alle autorità competenti e all’Ordine professionale.”
Il riferimento a “qualsiasi circostanza” potrebbe lasciare intendere che il medico debba porre in primo piano la tutela della integrità psicofisica dello sportivo, indipendentemente dagli interessi economici e/o agonistici di quest’ultimo nonché, ovviamente, della società sportiva dalla quale entrambi possono dipendere; con la conseguenza che anche in presenza di lievi infortuni egli dovrebbe subordinare il perseguimento dell’interesse economico del paziente, nonché del datore di lavoro (la società) all’adempimento dei propri doveri etici e professionali; il che è certamente eccessivo.
Ci si potrebbe chiedere allora se la norma di deontologia medica possa sostituire o comunque rendere in parte invalido il contratto stipulato tra medico e società sportiva o tra medico ed atleta in cui sia compreso l’obbligo per il professionista di non limitare attraverso le cure il rendimento agonistico del paziente, anche a scapito del suo ottimale stato di salute.
L’art. 75 in questione, pertanto, sancisce un vero e proprio dovere di intervento del medico sportivo al fine di evitare quagli eventi pregiudizievoli che siano incompatibili con il proseguimento di un’attività sportiva di per sé dannosa alla salute dell’atleta.
La funzione del medico sportivo è, poi, strettamente connessa al raggiungimento della performance, tanto è vero che i compito dello stesso si parametrano agli obiettivi ed al livello di preparazione dei singoli atleti, sicché diventano gradualmente più incisivi e più penetranti allorquando il sanitario sia chiamato a seguire atleti di vertice, già capaci di fornire prestazioni d’eccezione.
L’attenzione deve, quindi, spostarsi dalla specifica professionalità del medico alla specifica attività esercitata dal paziente o, in altre parole, al suo concreto interesse che, ovviamente, sia ritenuto meritevole di tutela dall’ordinamento giuridico.
Lo specifico sinallagma contrattuale tra medico sportivo e paziente sportivo impone una disamina del rapporto obbligatorio che si crea tre di essi, ritenuto un nuovo esemplare di contratto, quasi un tertium genus, dove si sofferma l’attenzione tra i contratti con asimmetria di potere tra le parti ed i contratti simmetrici.
Un elemento importante, questo, che viene portato in evidenza dagli artt. 71 e 72 del nuovo Codice di deontologia medica del 2014.
L’art. 71, infatti, rubricato “Accertamento dell’idoneità fisica”, stabilisce che “La valutazione della idoneità alla pratica degli sport deve essere ispirata a esclusivi criteri di tutela della salute e della integrità fisica e psichica del soggetto. Il medico deve esprimere il relativo giudizio con obiettività e chiarezza, in base alle conoscenze scientifiche più recenti e previa adeguata informazione al soggetto sugli eventuali rischi che la specifica attività sportiva può comportare.”
Quello tra medico sportivo e paziente sportivo è, quindi, stando alla nuova formulazione della disposizione, un contratto nel quale di volta in volta, a seconda delle prestazioni richieste, lo sportivo assume nei confronti del medico ora posizioni quasi di mera soggezione, ora quasi di esperto che richiede prestazioni ben specifiche. L’art. 72, invece, che si occupa di disciplinare la valutazione medica dell’idoneità dello sportivo non varia la formulazione rispetto alla disposizione del Codice deontologico del 1998. Questo articolo richiama il medico alla correttezza di comportamenti in ogni fase dell’attività sportiva. In particolare, impone al medico di evitare qualsiasi atteggiamento di inerzia soprattutto riguardo a sport che possono frequentemente comportare danni all’idoneità psico-fisica degli atleti.
L’attuale formulazione dell’articolo rafforza il dovere del medico di intervento (il caso tipico è quello del medico di bordo-ring durante gli incontri di boxe). È prevista, infatti, la denuncia alle Autorità competenti e all’Ordine professionale nel caso in cui la decisione del medico di interruzione dell’attività sportiva incontri difficoltà operative.
Lo ratio legis è, infatti, quella di difendere, nell’interesse primario della tutela della salute pubblica, le attribuzioni del medico nel campo della medicina sportiva. I regolamenti delle varie Federazioni sportive nazionali e internazionali devono prevedere disposizioni che permettano l’intervento dei medici per impedire ad un soggetto, in condizioni psicofisiche precarie, di intraprendere o proseguire gli allenamenti e/o le prestazioni agonistiche.
La norma deontologica, peraltro, costituisce principalmente un richiamo alla coscienza professionale del medico che non deve mai dimenticare che le sue responsabilità sono quelle di difendere la salute dei suoi assistiti. Si pensi a questo riguardo alla necessità di non farsi colpevolmente condizionare dai rilevanti interessi economici connessi alla pratica sportiva professionistica.
Il medico deve potere e sapere fermare, se le condizioni soggettive e oggettive lo impongano, anche un atleta famoso alla vigilia o durante un importante impegno agonistico. Ancora maggiore spazio se possibile, deve essere riconosciuto al medico nella tutela, senza condizione, degli atleti in erba, cioè dei soggetti in età evolutiva.
L’art. 72, al secondo comma, ha poi aggiunto che “Il medico, in caso di minore, valuta con particolare prudenza che lo sviluppo armonico psico-fisico del soggetto non sia compromesso dall’attività sportiva intrapresa.”
La protezione del minore di età, imposta dai principi costituzionali (artt. 2,3,29,37 Cost.), sta divenendo sempre più un punto centrale del dibattito giuridico e l’introduzione di questo comma ne è una precisa conferma.

La tutela della salute nell’attività sportiva

Il tema della responsabilità del medico sportivo presenta un’accentuata dicotomia tra protezione della salute e rischio per la salute da parte del paziente.
Ciò, come si è detto, ha posto le basi per qualificare come sui generis il rapporto obbligatorio tra medico e paziente (rectius atleta). Bisogna in questa sede stabilire una distinzione fondamentale tra le varie tipologie di paziente sportivo e la conseguente graduazione del rischio accettabile e degli atti di disposizione del proprio corpo ritenuti di volta in volta meritevoli di tutela da parte dell’ordinamento giuridico. Infatti, le qualifiche di professionista, di semiprofessionista, di dilettante o di semplice amatore, mutano continuamente nel linguaggio giuridico a seconda di quale sia l’angolo visuale nel quale di volta in volta è chiamato a collocarsi il medico.
Il legislatore italiano si è preoccupato di disciplinare in maniera approfondita soltanto la tutela sanitaria degli atleti professionisti, distinguendo poi in modo frammentario tra tali professionisti gli atleti lavoratori subordinati e gli atleti lavoratori autonomi.
Per quanto riguarda la tutela della salute degli atleti legati alle società sportive da un rapporto di lavoro subordinato viene in considerazione l’art. 7, legge 23 marzo 1981, n. 91 sul professionismo sportivo che ha posto una serie di obblighi a carico delle stesse società datrici di lavoro che devono, ad esempio, provvedere all’effettuazione periodica di controlli medici, nonché alla istituzione, all’aggiornamento ed alla custodia di una scheda sanitaria, la quale accompagna l’atleta per l’intera durata della sua attività sportiva professionistica.
Nel fare ciò, le società sportive devono avvalersi a loro volta delle prestazioni di un medico sociale, figura professionale alla quale il Decreto del Ministero della sanità del 13 marzo 1995 ha assegnato il ruolo di responsabile sanitario della società sportiva professionale.
Il medico sociale, in particolare, previa iscrizione presso un elenco della federazione sportiva di appartenenza, assume la responsabilità della tutela della salute degli atleti professionisti legati da rapporto di lavoro subordinato con la società sportiva; egli provvede, inoltre, per conto della stessa società, alla istituzione ed all’aggiornamento delle scheda sanitaria, curandone la compilazione sulla base delle risultanze e degli accertamenti eseguiti alle scadenze stabilite ed in ogni altro momento si verifichi un rilevante mutamento delle condizioni di salute dell’atleta.
Diversa, anche se parzialmente, è la disciplina della tutela sanitaria degli atleti legati alle società sportive da un rapporto di lavoro autonomo, laddove la figura del medico sociale scompare a favore del medico di fiducia dell’atleta, il quale, però, dovrà sempre depositare la scheda sanitaria presso la federazione sportiva di appartenenza.
La norma fissa una responsabilità esclusiva del medico sportivo per tutti gli eventi in qualche modo legati alla tutela sanitaria degli atleti. Sembra tuttavia preferibile ritenere che essa vada letta unitamente agli artt. 1228 e 2087 c.c.. Se si valuta, in termini di effetti giuridici, il combinato disposto di queste due norme del codice civile, si può affermare che laddove si verifichino eventi tali da pregiudicare lo stato di salute degli atleti, con la responsabilità del medico concorrerà pur sempre la responsabilità della società sportiva di appartenenza. Primaria è la convergenza  tra la figura in termini giuridici del medico del lavoro e quella del medico sociale. Entrambi assumono due obbligazioni, l’una, da contratto, con l’ente datoriale, l’altra, per così dire, da contatto, con il paziente.
Una differenza tra entrambe le figure, invece, viene offerta dalla legge 23 marzo 1981, n. 91 sul professionismo sportivo, la quale esclude espressamente, con riferimento ai contratti di lavoro sportivo, l’applicabilità, tra gli altri, dell’art. 5, legge 20 maggio 1970, n. 300 (Statuto dei lavoratori), che disciplina i cosiddetti accertamenti sanitari sul lavoratore subordinato vietando quagli accertamenti da parte del datore di lavoro sull’idoneità e sulla infermità per malattia o infortunio del lavoratore dipendente. Tale esclusione è comprensibile alla luce della specifica natura del contratto di lavoro sportivo, la quale pretende che la procedura garantistica di accertamento delle condizioni fisiche del lavoratore muti allorché si tratti di un lavoratore-atleta, di fronte all’esigenza di tutelarne la salute attraverso accertamenti accurati e periodici ed interventi diretti e rapidi.
La tutela della salute dello sportivo professionista è ampiamente garantita. Bisogna, però, indagare sul profilo della tutela della salute dello sportivo dilettante. La mancanza di un obbligo in capo alle associazioni dilettantistiche o alle palestre di tutelare la salute degli atleti o degli iscritti, tramite, ad esempio, controlli periodici ed obbligatori compiuti da medici facenti parte della propria organizzazione, costituisce un punto da approfondire al fine di accertare se si possono estendere all’atleta dilettante le considerazioni sinora svolte con riguardo agli atleti professionisti ed al ruolo che il medico sportivo assume nei loro confronti. Per dirimere qualsiasi incertezza dottrinale e giurisprudenziale in merito alla problematica prospettata, è senza dubbio auspicabile la possibilità di ripartire in specifiche categorie i singoli sportivi dilettantistici.
L’attuale statuto dell’atleta dilettante, infatti, appare del tutto anacronistico ed in stridente contrasto con la moderna spettacolarizzazione e commercializzazione che caratterizza il mondo dello sport nel suo complesso. Peraltro, la stessa distinzione tra attività sportiva professionale ed attività sportiva dilettantistica è oggi sempre meno netta, sia a causa della crescente diffusione del fenomeno sportivo, sia a causa del venir meno di quelle differenze che dal punto di vista giuridico potevano comportare un diverso trattamento tra tali diversi modi di praticare uno sport.
L’agonismo può a volte incidere sul fisico dell’atleta e sulla sua salute nella stessa misura in cui incide su quello dei professionisti. Tale tesi sembra avvalorata dal fatto che la normativa italiana in tema di certificati di idoneità alla pratica sportiva distingue tra attività agonistica e attività non agonistica e non già tra attività professionistica ed attività dilettantistica. Più specificamente, infatti, mentre per l’esercizio di un’attività sportiva agonistica è richiesto il rilascio di un certificato di idoneità specifica allo sport che si intende praticare, per l’esercizio di un’attività sportiva non agonistica è sufficiente un certificato di idoneità generica (certificato di stato di buona salute).
Il medico competente al rilascio dovrà essere abilitato e le sue dichiarazioni consentiranno l’accesso alle gare ed alle competizioni organizzate dagli organismi sportivi.

La responsabilità del medico sportivo

La molteplicità delle manifestazioni del fenomeno sportivo si riflette inevitabilmente, come si è rilevato supra, anche sul rapporto tra medico sportivo e paziente sportivo, all’interno dello specifico ordinamento sportivo. Il medico, dunque, a seconda delle concrete richieste del paziente  e a seconda delle specifiche situazioni in cui opera, assumerà diversi compiti e diverse responsabilità.
A tale riguardo, va detto che ci sono due fattispecie di medico sportivo: quella dei medici specializzati in medicina dello sport, inseriti all’interno dell’ordinamento giuridico sportivo e quella dei medici specializzati in medicina dello sport non inseriti all’interno dell’ordinamento giuridico sportivo, ma che si occupano di pazienti appartenenti a tale ordinamento. Il progresso tecnologico ha determinato un ampliamento degli spazi di liceità e di possibilità materiale e/o giuridica dell’oggetto dell’obbligazione medica, la quale oggi può assumere diversi contenuti in relazione ai concreti interessi perseguiti dal paziente-creditore che il medico-debitore si sia impegnato a soddisfare.
Se poi si considera che il rapporto che si instaura tra medico sportivo e paziente sportivo si configura nella maggior parte delle ipotesi come rapporto contrattuale, ne consegue che l’interesse concreto del paziente influisce sulla specifica funzione svolta dal negozio, concorrendo così ad integrarne la cosiddetta causa concreta.
Anche la causa allora, intesa nella sua accezione di funzione economico individuale del contratto, o meglio del rapporto contrattuale, potrà variare alla luce del rapporto che si instaura tra medico ed atleta nel complesso mondo dello sport. Certamente, potrà sembrare fuorviante che in un momento storico nel quale il diritto civile più moderno ha cancellato il concetto stesso di causa si sottolinei qui l’utilità del concetto, addirittura, di causa concreta.
La responsabilità del medico sportivo, così come per quella medica in generale, è qualificata sui generis dalla giurisprudenza, proprio perché in tema di onere probatorio, tralasciando i termini prescrizionali, i principi applicati tendono ad avvicinarsi sempre di più, sia che si tratti di responsabilità contrattuale sia che si tratti di responsabilità extracontrattuale.
La diversità del titolo del rapporto obbligatorio, nonché la particolare natura dell’attività esercitata dal professionista o allo stesso richiesta, influiscono sul grado della diligenza e della perizia da lui dovute, e dunque sulla misura e sulla conseguente disciplina della responsabilità.
In altri termini, al medico che soccorra un paziente al di fuori di un preesistente rapporto giuridico la cui costituzione sia stata adeguatamente ponderata, non dovrebbe essere richiesta una perizia superiore alla media dovuta in relazione alla sua qualifica professionale; diversamente, nel caso di obbligazione sorta in virtù di un contratto o di un contatto qualificato, occorrerà che l’ordinamento giuridico tuteli in maniera più penetrante l’affidamento del paziente nelle specifiche qualità professionali del medico; qualità che hanno appunto determinato, e proprio con quel professionista, il sorgere del rapporto.
L’inserimento del medico sportivo e/o del suo paziente nell’ordinamento sportivo rappresenta senza dubbio una circostanza che contribuisce a conferire a tale rapporto obbligatorio qualificati profili di specificità.
Il medico, nel momento in cui cura un soggetto che faccia parte della comunità sportiva, dovrà adeguare la sua attività all’insieme di regole, rischi e particolari responsabilità che rappresentano i necessari corollari di ogni singolo sport.
Bisognerà distinguere se il medico entri a far parte direttamente dell’ordinamento giuridico sportivo, e in tal caso sarà direttamente destinatario di precetti, norme e regole di responsabilità che disciplinano lo svolgimento dello sport istituzionalizzato; o, in caso contrario, questi svolga le proprie prestazioni nei confronti di pazienti che siano soggetti dell’ordinamento sportivo senza però farne di esso parte a sia volta. In quest’ultimo caso, si dovrà procedere ad un’interpretazione del contratto per accertare se la conoscenza ed il rispetto di tali regole da parte del medico sia o meno entrata a far parte dell’obbligazione da questi assunta.
La disciplina generale dell’interpretazione del contratto consente, infatti, di poter risalire alla specifica e comune intenzione delle parti e di avere una visione complessiva e globale degli interessi effettivamente in gioco nel rapporto contrattuale.
Il medico sportivo appartenente all’ordinamento giuridico sportivo svolge il suo incarico in maniera funzionale e strumentale al raggiungimento degli obiettivi e gli scopi dell’istituzione a cui appartiene. Infatti, questi è tenuto ad osservare non soltanto le generali regole civilistiche, penalistiche e deontologiche, ma anche quelle emanate dall’ordinamento giuridico sportivo e dalla singola federazione sportiva presso la quale svolge la propria attività.
Per quanto attiene al medico non appartenente all’ordinamento giuridico sportivo, questi, nel momento in cui stipula il contratto con lo sportivo, fa veicolare le norme di quello specifico ordinamento nelle obbligazioni reciproche. In altri termini, sarà proprio la relazione contrattuale a dover essere interpretata in stretta connessione non soltanto con gli obiettivi sportivi del cliente, i quali entrano così a far parte della stessa causa concreta del rapporto, ma altresì con i principi e con le regole del diritto sportivo.
Se è vero, infatti, che il contratto va riguardato dall’interprete come operazione economica individualmente caratterizzata dagli obiettivi perseguiti da ciascuna parte, e perciò dotata di una sua logica singolare, l’intera operazione economica posta in essere dal paziente e dal medico andrà valutata ed esaminata nel suo divenire alla stregua del concreto piano di interessi perseguito dalle parti.
Il medico estraneo all’ordinamento giuridico sportivo, pur non potendo essere chiamato a rispondere del proprio operato innanzi agli organi di giustizia sportiva, potrà viceversa essere considerato inadempiente dagli organi di giustizia statali nei confronti del proprio cliente laddove nell’ignorare le regole proprie dello specifico sport da questi praticato gli abbia causato un danno.
Emblematico, al fine di avere un quadro ampio e ben delineato sulla responsabilità del medico sportivo, è il principio di leale collaborazione e la conseguente problematica delle dissimulazioni di stati patologici da parte dell’atleta. Le omissioni o le reticenze degli sportivi a volte fanno venir meno la responsabilità del medico sportivo. La simulazione volontaria, così come la simulazione involontaria, sono elementi che la giurisprudenza ha sempre tenuto in conto nell’accertamento della responsabilità del medico sportivo, il quale, se non ha ricevuto notizie specifiche dal proprio paziente sportivo o se lo stesso, per gareggiare, abbia omesso di confrontarsi col medico, questi non può essere considerato responsabile. Da qui si enuclea il principio di leale cooperazione e collaborazione tra i soggetti facenti parte del rapporto obbligatorio di cui in approfondimento.

Attività sportiva e attività motoria: il ruolo del  medico

La pratica dello sport è divenuta un vero e proprio strumento di inserimento della persona all’interno della società. Lo sport viene visto non soltanto un rilevante fattore di inserimento dell’individuo nella società, ma anche uno strumento di superamento di gap generazionali e soprattutto sociali.
La Carta europea dello sport afferma, per esempio, cosa si intenda per sport.  Esso è rappresentato da qualsiasi forma di attività fisica che, attraverso una partecipazione organizzata o non, abbia per obiettivo l’espressione o il miglioramento della condizione fisica, lo sviluppo delle relazioni sociali o l’ottenimento di risultati in competizioni di tutti i livelli.
Lo sport è indirizzato alla promozione della salute individuale e collettiva e comporta, allo stesso tempo, l’assunzione di rischi o comunque l’accettazione della possibilità di mettere a repentaglio la propria incolumità fisica o psichica anche in maniera irreversibile. In questo contesto ha assunto rilevanza, accanto al concetto di attività sportiva intesa come attività volta al raggiungimento di risultati qualificanti dal punto di vista atletico all’interno di competizioni di tutti i livelli, quello di attività fisica tout court, ovverosia di attività motoria, intesa come attività volta al raggiungimento di uno stato ottimale di salute, al perseguimento di una soddisfazione di tipo esistenziale, nonché allo sviluppo delle relazioni sociali.
Si è, dunque, percepita l’esigenza di distinguere concettualmente tra attività sportive ed attività motorie: mentre le prime si caratterizzerebbero per la presenza di regole vincolanti universalmente accettate, le seconde, pur potendo ricomprendere anche le prime, avrebbero comunque la caratteristica principale di essere finalizzate al benessere della persona ed alla prevenzione delle malattie e delle condizioni di disagio.
La necessità di distinguere tra i vari contesti in cui si svolge l’attività sportiva rende opportuno operare, nell’ambito della categoria dei medici sportivi, una ripartizione tra species a seconda che il medico si occupi di sportivi agonisti o di sportivi amatori. La differenza è fondamentale soprattutto per ciò che attiene il rischio, che naturalmente sarà maggiore nel caso di sport agonistico.
Bisogna comprende cosa l’ordinamento giuridico statale intenda per attività agonistica. Essa è considerata come l’attività sportiva praticata sistematicamente e/0 continuativamente e soprattutto in forme organizzate dalle Federazioni Sportive Nazionali, dagli Enti di Promozione Sportiva riconosciuti dal C.O.N.I. e dal Ministero della Pubblica Istruzione per quanto riguarda i Giochi della Gioventù per il conseguimento di prestazioni di un certo livello.
È necessario capire anche quando l’ordinamento giuridico possa giustificare manifestazioni di agonismo estenuante o gare ai limiti della liceità degli atti di disposizione del proprio corpo, possibile, in fine, soltanto laddove tali competizioni o tali gare si svolgano soprattutto in forme organizzate.
In altri termini, quando l’attività agonistica si svolge sotto il controllo dell’ordinamento sportivo istituzionalizzato vi è un giudizio a priori sulla meritevolezza degli interessi perseguiti attraverso l’esercizio di attività spesso foriere di danni nonché sull’ammissibilità di atti di disposizione del proprio corpo particolarmente rischiosi; viceversa, nei casi un cui tali attività si svolgano al di fuori del contesto sopramenzionato, l’ordinamento giuridico dovrà valutare quali di esse ritenere meritevoli di tutela e quali interessi considerare di volta in volta preminenti.
In questo contesto viene ad esplicare le sue funzioni il medico sportivo. Egli potrà essere tesserato presso una società sportiva quale medico sociale, potrà far parte di una specifica federazione, potrà svolgere funzioni disciplinari o quasi arbitrali, ma potrà anche esercitare la propria attività per l’atleta senza far parte di alcuna federazione sportiva dato che, come si vedrà, la semplice circostanza che il sanitario si occupi di atleti inseriti nell’ordinamento sportivo comporta un mutamento dei classici obiettivi perseguiti attraverso la stipulazione di un contratto di cura.
Il medico che viceversa esegue la prestazione al di fuori del contesto appena delineato potrà invece qualificarsi quale medico delle attività motorie o degli sportivi: egli si occuperà, infatti, di sportivi non agonisti, che non devono raggiungere prestazioni di un certo livello. Contrariamente al medico sportivo, dunque, il professionista non assumerà il compito di far raggiungere al proprio paziente risultati agonistici di un certo livello, dovendo mettere in primo piano la tutela della sua salute e dovendogli pertanto inibire, per quanto possibile, di logorare il proprio fisico.
Il medico sportivo, invece, quale professionista vincolato ad eseguire la sua prestazione nei confronti di pazienti inseriti in un ordinamento particolare, avrà non soltanto il compito di curare e di consigliare attività che tutelino la salute del suo paziente, ma anche di migliorare, senza oltrepassare i limiti del lecito, le prestazioni agonistiche degli atleti che ha in cura.
Tale sanitario, proprio a causa del suo inserimento anche nell’ordinamento sportivo, potrà peraltro rispondere del suo operato non solo nei confronti del paziente, ma anche nei confronti di altri soggetti dell’ordinamento sportivo. La distinzione tra medico sportivo e medico degli sportivi tende ad assottigliarsi nella misura in cui entrambi si occupano di pazienti sani, che hanno solo la necessità di migliorare le proprie performance.
Per il medico degli sportivi, però, potrebbe capitare di utilizzare la sua ars per guarire il paziente da un infortunio. Ciò è quanto permette di differenziare la medicina sportiva dalla medicina delle attività motorie.

Sport, atleta e atti di disposizione del proprio corpo

Stabilita la differenza tra attività sportiva e attività motoria e appurato che l’ordinamento giuridico manifesta un crescente interesse non soltanto nei confronti dello sport, ma anche nei confronti delle attività motorie intese come attività umane incentrate sul movimento fisico non già finalizzato al raggiungimento di risultati agonistici, bensì al raggiungimento di un ottimale stato di benessere fisico e sociale, occorre ora ribadire la valutazione caso per caso per individuare l’interesse concreto che spinge il soggetto che si rivolge al medico sportivo a praticare uno sport.
Basti considerare che così come nelle società antiche la protezione della salute dell’atleta doveva cedere a fronte di interessi considerati superiori, così nelle società contemporanee il diritto alla salute deve convivere con altri interessi a volte con esso in contrasto.
Non sono rari, infatti, i casi nei quali la tutela della salute risulta incompatibile con lo svolgimento di attività che sono comunque finalizzate pur sempre all’attuazione di altri valori della persona umana, anch’essi costituzionalmente garantiti, quali ad esempio la libertà di autodeterminarsi dell’atleta e/o il suo diritto all’iniziativa economica, e/o il diritto di plasmare il suo corpo in maniera tale da consentirgli di non vivere in uno stato di malessere psicofisico che lo renderebbe infelice e, tutto sommato, per ciò stesso malato.
C’è necessità dunque di abbandonare aprioristiche scale di valori per effettuare piuttosto di volta in volta giudizi di ponderazione e/o di bilanciamento tra opposti interessi. Si è già detto che il concetto di salute è mutato, passando da un concetto statico (assenza di malattia) ad un concetto ampio e dinamico (benessere fisico, mentale e sociale).
Ciò ha reso ancora più evidente la crescente possibilità di un conflitto tra il benessere ricercato dall’atleta, il quale può ben sentirsi soddisfatto dal punto di vista esistenziale o dal punto di vista economico anche attraverso l’esercizio di uno sport usurante e rischioso, e l’esigenza di tutela della salute e della dignità umana, che vengono a volte, per contro, difese dall’ordinamento giuridico, anche contro la volontà del soggetto.
Si pensi, per esempio, al lancio del nano, gioco nel quale una persona voleva essere trasformata in un “oggetto da essere lanciato”, ma l’ordinamento ha preferito comprimere il diritto alla libertà economica per tutelare la sua dignità non solo di essere umano, ma anche di nano.
Il caso più celebre in cui la dignità umana è stata considerata come un limite all’autodeterminazione è, infatti, quello del cosiddetto «lancio del nano», «un contentieux fort médiatisé dont les étudiants des facultés de droit ne cessent de débattre depuis quelques années».
Il «lancio del nano» è una competizione che pare sia nata in Australia (dwarf tossing) e da lì si sia diffusa negli USA e in altri paesi. In essa una persona affetta da nanismo, adeguatamente protetta, viene lanciata da un concorrente il più lontano possibile su dei materassi. I sindaci dei comuni francesi di Morsang-sur-Orge e di Aix-en-Provence vietarono lo spettacolo. Contro tali decisioni la società organizzatrice e (elemento rilevante ai fini del nesso tra dignità umana ed autodeterminazione) la stessa persona che (dietro compenso) veniva lanciata si rivolsero ai Tribunali amministrativi di Versailles e di Marsiglia che diedero loro ragione, annullando i divieti e condannando le amministrazioni al risarcimento dei danni.
La questione venne esaminata in secondo grado dal Consiglio di Stato francese il 27 ottobre 1995, che annullò le decisioni dei Tribunali amministrativi confermando la legittimità dei divieti. La pronuncia del Consiglio di Stato è rilevante in quanto basata sul rispetto dovuto alla dignità umana che, dopo essere stata riconosciuta come «principe à valeur constitutionnelle» da parte del Conseil constitutionnel, per la prima volta in Francia, viene ritenuta una componente essenziale dell’ordine pubblico integrando così la tradizionale triade disécurité, tranquillité e salubrité publique.
Le argomentazioni del Consiglio di Stato sono in uno stile tipicamente kantiano: il lancio del nano porta a «utiliser comme un projectile une personne affectée d’un handicap physique et présentée comme telle» e così implica «atteinte, par son objet même, à la dignité de la personne humaine».
Quindi, a giudizio del Consiglio di Stato, essendo la dignità umana parte dell’ordine pubblico, qualora essa possa essere offesa, si giustifica il divieto di attività altrimenti lecite, anche se così vengono compresse la «liberté du travail» e la «liberté du commerce et de l’industrie».
La persona che veniva lanciata lamentò una violazione del proprio diritto al lavoro e quindi della propria dignità; si rivolse pertanto alle Nazioni Unite accusando la Francia di avere violato nei suoi confronti l’articolo 26 del Patto internazionale sui diritti civili e politici (divieto di discriminazione).
Il Comitato dei diritti dell’uomo ha prodotto un’articolata ed interessante decisione in cui conclude che «l’interdiction du lancer de nains [...] ne constituait pas une mesure abusive mais était nécessaire afin de protéger l’ordre public, celui-ci faisant notamment intervenir des considérations de dignité humaine».
Va, infine, detto che in vari paesi del mondo altre persone affette da nanismo e diverse associazioni che le difendono hanno chiesto (e, in taluni casi, ottenuto) di vietare lo spettacolo del lancio del nano. Il caso tedesco degli omicidi simulati e quello francese del lancio del nano sono esempi noti (e ormai imprescindibili anche se problematici) dell’orientamento giurisprudenziale secondo cui la dignità umana è un limite all’autodeterminazione: infatti, in entrambi i casi tutte le persone coinvolte, pur essendo capaci e consenzienti, non hanno potuto realizzare le attività programmate altrimenti lecite. Non risulta invece che sia mai stato citato, nell’ormai ricca letteratura sulla dignità umana, un precedente italiano, assai simile, in cui si legittimava l’illiceità di una tipologia di giochi utilizzando specificamente l’argomento della dignità umana quale limite all’autodeterminazione. Ci si riferisce ad una sentenza della Corte costituzionale in cui venne esaminata la questione della legittimità del divieto di «concedere licenze per l’uso, nei luoghi pubblici o aperti al pubblico, di apparecchi, meccanismi o congegni automatici da giuoco o da trattenimento di qualsiasi specie» e ad un’altra e molto più affine e più rilevante sentenza.
Nella sentenza n. 12 del 1963, la Corte costituzionale distingue due tipi di apparecchi o congegni automatici. Il primo tipo riguarda quegli apparecchi o congegni che «offrono soltanto svago o divertimento, e cioè che in nessun caso possono stimolare attività riprovevoli» e, in particolare, «che danno una onesta ricreazione non collegata a giuochi o scommesse».
A giudizio della Corte costituzionale per tale tipo di apparecchi e congegni è costituzionalmente illegittimo il divieto di concedere licenze per l’uso nei luoghi pubblici o aperti al pubblico.
Il secondo tipo riguarda quegli apparecchi o congegni che, invece, «subordinano lo svago alla loro utilizzazione come mezzo di giuoco o di scommesse». A giudizio della Corte costituzionale, per tale tipo di apparecchi e congegni è costituzionalmente legittimo il divieto di concedere licenze per l’uso nei luoghi pubblici o aperti al pubblico.
Ciò che qui rileva è uno degli argomenti utilizzati dalla Corte per giustificare costituzionalmente la scelta del legislatore di apporre tale divieto: «impedire che la dignità umana ricevesse offesa dallo sterile impiego dell’autonomia individuale».
Il riferimento alla dignità umana viene poi significativamente ampliato nella sentenza n. 12 del 1970 dove viene ritenuto costituzionalmente legittimo il divieto di uso nei luoghi pubblici o aperti al pubblico di quei flippers che collegavano al raggiungimento di un certo punteggio la ripetizione della partita o, comunque, un suo prolungamento senza altra dazione di denaro.
Infatti, secondo la Corte costituzionale, appare «quanto mai opportuno o addirittura necessario [...] che i cittadini ed in particolare i giovani non diano vita a situazioni o comportamenti (perdita di tempo e di denaro, dedizione all’ozio, vita in comune con persone disponibili anche per attività moralmente e socialmente riprovevoli, ecc.) non del tutto compatibili con il rispetto della stessa dignità umana».
Cioè già nel 1963 e nel 1970 la dignità umana era utilizzata, con riferimento a dei giochi, in un senso ulteriore rispetto a quello presente nella Costituzione e assai simile a quello che si sarebbe ritrovato decenni dopo nelle sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea e del Consiglio di Stato francese.
Ma le due sentenze della Corte costituzionale (e specialmente la 12/1970) ci appaiono altresì assai condizionate da una certa temperie culturale e mostrano con evidenza tutte le difficoltà nel riferirsi alla dignità umana e pertanto la necessità di un approfondimento concettuale sul piano antropologico e di fenomenologia sociale.
In un’ottica di ritrovata libertà dell’individuo come soggetto capace di scegliere ciò che gli arreca benessere, è mutata la concezione del diritto alla salute come diritto assolutamente indisponibile. Concezione questa che trovava la propria massima espressione in una lettera restrittiva dell’art. 5 c.c..
La norma codicistica va, pertanto, riletta alla luce dei mutati parametri di valutazione della liceità e della meritevolezza di ogni singolo atto di disposizione del proprio corpo, parametri i quali, ai sensi del citato articolo, si ritrovano, oltre che nel divieto di diminuzioni permanenti dell’integrità fisica, nei tre tradizionali valori costituiti dalla legge, dall’ordine pubblico e dal buon costume.
Ora, con riferimento alla legge la norma di cui all’art. 5 va oggi interamente interpretata con i principi costituzionali e, soprattutto, con le numerose discipline settoriali che hanno riguardato la possibilità di disporre del proprio corpo, con riferimento all’ordine pubblico ed al buon costume occorre rilevare come il significato di tali clausole generali, essendo di per sé mutevole nel tempo, imponga un continuo adeguamento alla coscienza collettiva.
Emblematico è anche il rilievo ermeneutico che ha assunto il cosiddetto “diritto alla ricerca della felicità”, diritto che, sebbene di cultura giuridica d’oltre oceano, si è ormai imposto all’attenzione di studiosi e di giudici italiani al punto da farlo rientrare tra i diritti risarcibili sub specie di danno esistenziale.
Attualmente, dunque, l’uomo non è più considerati dall’ordinamento giuridico come un timoroso ospite del suo corpo, ma, viceversa, suo dominus sul quale gli è disconosciuta la capacità giuridica di forzare i limiti della biologia potendo addirittura trasformarlo per il raggiungimento degli obiettivi più disparati: dal combattere le malattie al raggiungimento di record sportivi.
Si tratta, in ogni caso, di problemi giuridici complessi, che lo diventano ancor di più nel momento in cui ci si interroghi sulla responsabilità di quei professionisti (rectius medici sportivi) che hanno il preciso dovere deontologico di contemperare opposti interessi assicurando, da un lato, la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana, e dall’altro, dovendo sempre più lasciare spazio alla libera determinazione del soggetto da curare in ordine al proprio corpo.

Il doping: evoluzione storico-sociale e responsabilità del medico sociale

Nel contesto sopra delineato si pone il fenomeno del doping, il quale fa sorgere degli interrogativi: il principio di lealtà può ancora resistere in una società che considera la competizione sportiva come una sorta di religione civile? E ancora, il binomio sport/salute conserva attualmente un ruolo significativo, nonostante il continuo ricorso al doping da parte degli atleti?
Dal doping di Stato si passa al primo Paese europeo che ha adottato una legge in materia di doping, la Francia, nel 1965, mentre in Italia la tematica è stata trattata qualche anno dopo, con la legge n. 1099 del 26 ottobre 1971 (Tutela sanitaria delle attività sportive). Si tratta della cosiddetta “legge fantasma”, così definita in quanto il doping, pur configurato come reato, non si concretizzò mai davvero penalmente, anche perché nel 1981 la legge n. 689 ne sancì la depenalizzazione. In assenza di una normativa specifica, tuttavia, la perseguibilità del doping fu tentata attraverso la contestazione dell’art. 1 della legge n. 401 del 1989, intitolata “Interventi nel settore del giuoco e delle scommesse clandestini e tutela della correttezza nello svolgimento di manifestazioni sportive”, inerente la frode in competizione sportiva, sull’attuazione della quale la Corte di Cassazione non si è espressa in maniera uniforme, dichiarando la non applicabilità al fenomeno del doping.
Rispetto all’impiego sempre più dilagante di sostanze dopanti con gravi ripercussioni sulla salute degli atleti, l’Italia non rimase indifferente e nel 1995, con la legge n. 522, ratificò la Convenzione contro il doping presentata dal Consiglio d’Europa a Strasburgo il 16 novembre 1989. La grave lacuna legislativa presente nell’ordinamento italiano fu colmata, tuttavia, solo con l’emanazione della legge n. 376 del 2000, con relativo regolamento di attuazione D.M. 15 ottobre 2002, recante Approvazione della lista dei farmaci, sostanza biologicamente o farmacologicamente attive e delle pratiche mediche, il cui impiego è considerato doping, ai sensi della legge 14 dicembre 2000, n. 376.
La legge ha indicato quali sostanze costituiscono doping, ha introdotto la rilevanza penale del doping e ha istituito una Commissione di controllo, a cui spetta il compito di identificare, con cadenza non superiore a sei mesi, le sostanze e le pratiche mediche il cui impiego è classificato come dopante.
Il doping è stato qualificato come reato sotto la fattispecie di frode sportiva, punito fino a tre anni d reclusione. La legge, inoltre, ha affermato la centralità del Ministero della Salute nelle politiche di indirizzo e controllo sul doping.
In campo sportivo, l’utilizzo di pratiche mediche dovrebbe essere limitato alla prevenzione degli infortuni e di eventuali stati patologici, al controllo dietetico e nutrizionale, oltre che a quello relativo allo stato di salute psico-fisica dell’atleta.
Il medico che, quindi, somministri farmaci e attui pratiche, semplicemente per accrescere le potenzialità dello sportivo, qualora non lo richieda una situazione patologica, compie un atto sicuramente scorretto dal punto di vista bioetico. Qualunque scelta in medicina deve essere valutata nei termini del rapporto tra beneficio apportato alla salute dell’individuo e rischio he comporta per lo stesso.
Il compito del medico, infatti, si fonda sulla tutela sempre e comunque della salute, dell’integrità psico-fisica e della vita del suo paziente; ne consegue che l’eventuale prescrizione di farmaci non associata ad un’effettiva necessità terapeutica rappresenti un atto assai discutibile dal punto di vista etico e deontologico. In quest’ottica vanno tutelati i principi fondanti dell’etica medica: il principio di autonomia, di beneficenza, di non maleficenza e di giustizia.
Il medico, inoltre, è chiamato a rispondere di un altro fondamento inderogabile, ossia il principio di integrità morale. Tra medico e paziente c’è un’alleanza terapeutica, che si sviluppa a partire da una domanda - quella del paziente - che è richiesta di essere aiutato ad uscire da uno scacco fisico, che ha risonanza anche su altri piani: psicologico, morale, sociale e spirituale.
In forza di tale principio fondato sull’alleanza terapeutica tra paziente (rectius atleta) e medico, quest’ultimo deve categoricamente rigettare l’uso di sostanze che esulino dalle finalità proprie della medicina, salvaguardando sia la salute dello sportivo sia il senso proprio della professione medica.
Il medico sportivo ha l’obbligo di accertare eventuali assunzioni di sostanze alteranti lo stato psico-fisico dell’atleta, per poterne determinare il giudizio di idoneità all’attività fisica. Se il medico falsifica lo stato patologico o somministra farmaci superflui, si rende configurabile la fattispecie di doping.
L’idoneità all’esercizio di attività sportive è sottoposto ad un limite soggettivo e svariati limiti oggettivi. Essi si sostanziano nel consenso informato, nell’idoneità psico-fisica dell’atleta come condizione di accesso alle attività sportive organizzate e dall’osservanza delle regole di condotta condivise.
Il D. M. 18 febbraio 1982 e i suoi allegati stabiliscono quali accertamenti clinico-assistenziali vanno compiuti per garantire il rilascio del certificato di idoneità all’attività sportiva agonistica, in relazione al diverso impegno muscolare e cardio-respiratorio. Si differenzia lo sport di tipo A dallo sport di tipo B.  La scheda valutativa per il tipo A comprende una parte anamnestica, un esame obiettivo, il referto di un esame ECG con indice IM firmato dal cardiologo e di un esame delle urine; la scheda valutativa per il tipo B, invece, prevede, in aggiunta, l’effettuazione di un esame ECG da sforzo, l’accertamento spirometrico e di eventuali ulteriori esami strumentali. La responsabilità del medico può configurarsi in base ad una colpa specifica (inosservanza di leggi, regolamenti, ordini, discipline) o in base ad una colpa generica (per negligenza, imprudenza e imperizia), o per un’omessa diagnosi o un’erronea anamnesi. Inoltre, la responsabilità dello stesso si può configurare nella fase di accertamento dell’idoneità alle pratiche sportive agonistiche e non agonistiche o nel monitoraggio della salute dell’atleta professionista.
Si può avere anche l’accertamento della colpa per l’attività medica svolta in èquipe, laddove vige il principio dell’affidamento, secondo cui ciascun professionista, per essere in grado di concentrarsi nell’adempimento del proprio compito, deve potere confidare nel corretto operato dei colleghi, fermo restando l’obbligo di segnalare ed intervenire nei casi di manifesto errore altrui.
Nel caso in cui una consulenza specialistica sia viziata da un errore evidente ed oggettivo, tale da non poter sfuggire ai colleghi, si delinea un concorso di colpa.
Se il medico falsifica fraudolentemente le condizioni di salute dell’atleta, per lo stesso si configura il reato di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in certificati o in autorizzazioni amministrative (art. 480 c.p.). Al medico sportivo, dunque, è affidato il compito di sostituire alla cultura del doping, la cultura della sport.

Conclusioni

L’approfondimento svolto ha cercato di sottolineare come quello della responsabilità del medico sportivo rappresenti un campo d’indagine privilegiato al fine di valutare quanto, e in che modo, l’evoluzione e l’irrefrenabile progresso della scienza medica, da un lato, e la mutata concezione del bene salute e della conseguente possibilità di disporre del corpo, dall’altro, abbiano influito sulla configurazione del tradizionale rapporto obbligatorio tra medico e paziente.
A tal proposito si è visto, infatti, come al giurista che si occupi di responsabilità medica si imponga oggi un tipo di ricostruzione che tenga conto non soltanto della specifica competenza e della specializzazione del sanitario, ma anche delle varie e disparate richieste del singolo paziente, il quale, proprio a fronte dell’espansione del diritto di disporre del proprio corpo e della propria salute, non più intesa quale assenza di malattia, ma quale stato di completo benessere psicofisico, può pretendere dal medesimo, dietro pagamento di compensi sempre più elevati, prestazioni un tempo impossibili, inimmaginabili o addirittura illecite.
Tali cambiamenti hanno senza dubbio arricchito di nuovi contenuti il consueto contratto di cura, aggiungendo ai tradizionali doveri del medico anche quello di cooperare alla felicità del paziente.
La maggiore possibilità di disporre del proprio corpo e della propria salute ha senza dubbio influito sulla correlativa obbligazione del medico, la quale, da classica obbligazione di mezzi, è divenuta in molti casi obbligazione di risultato.  
A ciò si aggiunga che nei vari tipi di rapporti che vincolano il medico sportivo al paziente sportivo si incrociano sovente molteplici interessi, esigenze e valori che, pur promanando da ordinamenti giuridici distinti possono ora integrarsi a vicenda.
Nel corso delle riflessioni si è così verificato come, sulla base di tale fenomeno di ricezione di molteplici e spesso eterogenei fini ed interessi nel sinallagma contrattuale, il giudizio di responsabilità del medico sportivo debba di volta in volta modularsi, ora aggravandosi ora attenuandosi, in relazione alle singole situazioni nelle quali nasce e si svolge il rapporto con il paziente sportivo.
Occorre, però, tenere presente che esiste pur sempre, per così dire, un nocciolo duro dell’obbligazione medica o, se si preferisce, esistono valori che l’ordinamento giuridico generale considera assoluti, i quali impongono anche nell’ordinamento giuridico sportivo un totale arretramento.
Non a caso sia le normative sportive sia quelle statali in materia di doping prevedono esenzioni ai fini terapeutici nei casi in cui la somministrazione o l’assunzione di farmaci o di sostanze dopanti o la sottoposizione a pratiche mediche normalmente vietate sia stata giustificata da condizioni patologiche dell’atleta.
In tema di normativa anti-doping, si sente la necessità, soprattutto a conclusione del presente scritto, di sottolineare come il valore positivo dello sport debba essere raggiunto attraverso la valenza pedagogica che la pratica sportiva racchiude in sé.
Lo sport ha, infatti, il compito di insegnare valori positivi e non deve lasciarsi strumentalizzare da quelli negativi. In questa prospettiva, il comune denominatore dei comportamenti assunti sia dagli atleti che dagli altri protagonisti del mondo sportivo è rappresentato dal principio di responsabilità.
L’uomo è chiamato al suo dover-essere responsabile, che in quanto tale guarda al futuro e non semplicemente all’hic et nunc; l’etica della responsabilità non è più circoscritta all’ambito dell’immediatezza: rivolge la sua attenzione al domani, a ciò che sarà non solo per sé, ma anche per gli altri.
Alla base della responsabilità c’è la reciprocità, perché l’uomo, vivendo fra altri esseri umani, è sempre anche oggetto della responsabilità di qualcun altro; ne consegue che l’archetipo di ogni responsabilità è quella dell’uomo per l’uomo.
Il discorso sulla responsabilità si colloca all’interno della più ampia problematica concernente il mondo sportivo. Se è vero che, nell’odierna società caratterizzata dall’estensione impressionante delle conseguenze dell’agire umano, la responsabilità è la guida di ogni azione finalizzata a contrastare il dilagante relativismo morale in cui l’uomo moderno si sta smarrendo, allora tutto l’agire umano, compreso quello relativo al mondo dello sport, presuppone la responsabilità come principio etico fondamentale.
 L’atleta, infatti, è chiamato ad assumere un atteggiamento responsabile non solo per se stesso, ma anche per i suoi compagni di squadra, i tifosi e non ultimi, i suoi avversari.
L’etica dello sport, la consapevolezza della lealtà sportiva, del fair play, vanno già inculcati in tenera età. Il cammino è irto, ma bisogna essere certi che lo sport è un costruttivo mezzo di crescita psico-fisica e non uno strumento finalizzato al mero perseguimento ossessivo del risultato.
Vincere con l’inganno significa, in realtà, già perdere. Competere lealmente, in fondo, significa aver già vinto la gara.

In allegato il testo integrale dell'articolo.