Responsabilità civile - Colpevolezza imputabilità -  Redazione P&D - 22/03/2019

Responsabilità civile per attività da trattamento dati personali - Cass. civ. 18812/14 - Gabriele Gentilini

Appare interessante la casistica esaminata dalla corte di legittimità Cassazione civile sez. VI  05 settembre 2014 n. 18812  in ordine alla responsabilità ex art. 2050 c.c. connessa alla gestione e trattamenti dei dati personali secondo la normativa che ne effettua la disciplina.
In ordine alla presunzione di responsabilità per chi esercita attività  pericolose, il fatto del terzo o dello stesso danneggiato può avere effetto liberatorio solo quando nell'ambito del rapporto di causalità materiale esso abbia operato in modo tale da rendere, per la sua sufficienza, giuridicamente irrilevante il fatto di chi esercita detta attività, non quando abbia semplicemente concorso nella produzione del danno per essersi inserito in una situazione già di per se pericolosa a causa dell'inidoneità delle misure preventive adottate, senza la quale l'evento non si sarebbe verificato.
Nel caso specifico Il  D.Lgs.  n.  196  del  2003,  art.  15,  afferma  la  responsabilità  per  danni  cagionati  per  effetto  del trattamento dei dati personali ai sensi  dell'art. 2050 c.c., cioè ai sensi della norma del codice civile sulla responsabilità per l'esercizio di attività pericolose.
Tale  norma,  com'è  noto,  consente  di  sottrarsi  all'obbligo  risarcitorio  soltanto  provando  di  avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno.
Sulla portata e sul significato del rinvio operato dall'art. 15, è sorto un dibattito tra gli interpreti, fra chi sostiene che così si sia qualificato il trattamento dei dati personali come una attività pericolosa e  chi  invece  reputa  che  ci  sia  limitati  a  richiamare  per  tale  forma  di  responsabilità  la  regola probatoria sancita dall'art. 2050.
Si  discute,  poi,  sulla  natura  della  responsabilità  ex  art.  15  citato,  ma  per  l'orientamento maggioritario si tratterebbe di una responsabilità extracontrattuale.
In disparte tali problematiche, che non è necessario affrontare, interessa allora rilevare che, nella giurisprudenza  di  questa  Corte  (ex  multis,  Cass.  n.  8457  del  2004),  per  la  sussistenza  di  una responsabilità ai sensi  dell'art. 2050 c.c., il danneggiato si deve limitare a provare l'evento di danno e  il  nesso  di  causalità  tra  l'attività  ed  esso,  spettando  invece  all'esercente  dimostrare  di  avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno.
Applicando questi principi alla fattispecie che si giudica si devono svolgere i seguenti rilievi.
Nella  vicenda  in  questione  il  Comune  di  Montecatini  Terme,  per  sottrarsi  all'obbligo risarcitorio,  avrebbe  dovuto  dimostrare  di  avere  adottato  tutte  le  misure  idonee  ad  evitare  il danno.
A questo scopo non è sufficiente dimostrare, come pure il Comune ha fatto e deve ritenersi, che la notifica  a  ezzo  dei  messi  comunali  era  consentita  (per  essere  stata  tentata  la  notificazione  a mezzo  posta)  e  che  quella  al  domicilio  eletto  non  era  obbligatoria,  ma  sarebbe  stato  necessario altresì  dimostrare  che  non  si  poteva  ricorrere  ad  alcun  altra  forma  di  notifica,  che,  seppur  non imposta  dalle  leggi  in  materia,  avrebbe  consentito,  più  adeguatamente  rispetto  alla  notifica  a mezzo  dei  messi  comunali,  di  evitare  il  danno  derivante  dal  trattamento  dei  dati  sensibili, ricollegabile  alla  propalazione  del  contenuto  dell'oggetto  della  violazione  sanzionata  con l'ordinanza-ingiunzione.
Quest'altra  possibile  forma  di  notifica  nel  caso  di  specie  c'era  ed  era  rappresentata  dalla  pur facoltativa, ma  pur sempre possibile e pienamente lecita, notifica al domicilio eletto dal M. presso il proprio legale. Infatti, sebbene tale forma di notifica non fosse obbligatoria, giacchè non trovava applicazione,  al  caso  di  specie,  come  s'è  già  detto,  l'art.  170  c.p.c.,  e  la  L.  n.  265  del  1999,  art.  10, comma 1, non la rendeva necessaria prima dell'avvalimento dei messi comunali di Buonabitacolo, era però una forma di notificazione possibile ai sensi dell'art. 141 c.p.c., comma 1.
L'avere il Comune scelto di non praticarla lo pone in una condizione per cui deve escludersi ed anzi è conclamato che il suo comportamento non si è affatto concretato nell'aver "adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno" ai sensi dell'art. 2050 c.c.. Il limite per l’esercizio di azioni pericolose ex art. 2050 c.c. risiede nell’intervento di un fattore esterno che attiene non a un comportamento del responsabile, ma alle modalità di causazione del danno, che può legarsi comunque ai caratteri di imprevedibilità del danneggiato.
Il diritto di cui all’art. 2050 c.c. viene analizzato da lacune pronunce giurisprudenziali di merito e di legittimità di cui riportiamo alcuni passaggi significativi, tra i molti.
In tema di responsabilità per esercizio di attività pericolosa, la presunzione di colpa a carico del danneggiante, posta dall'art. 2050 cod. civ., presuppone la sussistenza del nesso eziologico tra l'esercizio dell'attività e l'evento dannoso, la cui prova è a carico del danneggiato, sicché va esclusa ove sia ignota o incerta la causa dell'evento dannoso. Cassazione civile sez. III  10 ottobre 2014 n. 21426  
I danni cagionati per effetto del trattamento dei dati personali in base all'art. 15 del d.lgs. 30 giugno 2003, n.196, sono assoggettati alla disciplina di cui all'art. 2050 cod. civ., con la conseguenza che il danneggiato è tenuto solo a provare il danno e il nesso di causalità con l'attività di trattamento dei dati, mentre spetta al convenuto la prova di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno. Cassazione civile sez. III  22 settembre 2014 n. 19872  
Ai fini dell'applicabilità dell'art. 2050 cod. civ., relativo alle responsabilità per l'esercizio di attività pericolose e, quindi, ai fini della sussistenza della presunzione di colpa, posta dall'art. 2050 cod. civ. e della conseguente inversione dell'onere della prova, occorre che il danno sia cagionato dall'esercizio di un'attività che sia pericolosa in sè, ossia per la sua intrinseca natura, o per la natura dei mezzi adoperati, dovendosi ritenere che tali condizioni ricorrano nell'esercizio dell'attività venatoria, la quale importa l'uso di armi da fuoco, ossia di mezzi destinati naturalmente all'offesa e, come tali, pericolosi per l'incolumità pubblica. La presunzione di colpa opera anche se all'attività pericolosa partecipi chi patisce danno dall'esercizio dell'attività, salva la graduazione dell'efficienza causale delle azioni rispettivamente compiute dai vari partecipi. Cassazione penale sez. IV  27 novembre 2013 n. 2343  
Ne emerge che i danni cagionati per effetto del trattamento dei dati personali in base all'art. 15 del d.lgs. 30 giugno 2003, n.196, sono assoggettati alla disciplina di cui all'art. 2050 cod. civ., con la conseguenza che il danneggiato è tenuto solo a provare il danno e il nesso di causalità con l'attività di trattamento dei dati, mentre spetta al convenuto la prova di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno.