Famiglia, relazioni affettive - Famiglia, relazioni affettive -  Valeria Cianciolo - 11/10/2017

Regime patrimoniale fra coniugi. A cosa serve l’annotazione? Breve nota a Cassazione civile, sez. I, sentenza 27 settembre 2017, n. 22594

Il caso era il seguente. Una coppia si sposava nel lontano 1985 secondo il rito concordatario, dichiarando al sacerdote, alla presenza di due testimoni, la volontà di optare per il regime di separazione dei beni. L’atto di matrimonio veniva trasmesso all’ufficiale dello stato civile italiano e regolarmente trascritto. Tutto regolare. Ma non veniva fatta l’annotazione relativa al regime.

Nel 1993 veniva rogato un atto di compravendita di terreno, ove era indicata come acquirente la donna, che dichiarava di trovarsi in regime di comunione dei beni col marito.

Solo nel  2001, a seguito della separazione dei coniugi, veniva apposta l’annotazione sul regime dei beni.

In primo grado, l’ex marito conveniva in giudizio l’ex moglie, per far dichiarare la simulazione dell’atto pubblico di compravendita, nella parte in cui si indicava, quale acquirente del terreno, la donna e, inoltre, che il corrispettivo di acquisto era stato pagato dal medesimo con i proventi della propria attività imprenditoriale. L’uomo reclamava quindi la proprietà esclusiva dell’immobile e, in via subordinata, chiedeva che lo stesso fosse dichiarato di proprietà di entrambi i coniugi, in quanto parte della comunione de residuo al momento della separazione personale. Costituitosi il contradditorio, la donna eccepiva che l’acquisto dell’immobile era stato effettuato in regime di separazione dei beni e con proprie disponibilità economiche.

Il Tribunale rigettava la domanda del marito, in quanto l’acquisto dell’immobile era stato effettuato con denaro della donna e in regime di separazione dei beni tra i coniugi.

La I Sezione civile della Cassazione ha condiviso la tesi della donna e cassato il provvedimento impugnato, rigettando la domanda dell’uomo e precisando che la coppia si trovava, quanto ai rapporti interni, in regime di separazione dei beni.

Le questioni affrontate dalla sentenza.

L’art. 162 c.c. (“Forma delle convenzioni matrimoniali”) precisa che le convenzioni matrimoniali, attinenti al regime patrimoniale dei coniugi, sono stipulate con atto pubblico sotto pena di nullità. La regola generale dell’atto pubblico notarile è soggetta all’eccezione contenuta nel comma II del medesimo art. 162 c.c., secondo il quale l’opzione del regime può essere dichiarata pure “nell’atto di matrimonio”. La Legge n. 121 del 1985, che recepisce l’accordo di revisione del Concordato del 1929, precisa all’art. 8, che nell’atto di matrimonio canonico possono essere inserite le dichiarazioni dei coniugi consentite dalla legge civile. Sussiste, pertanto, una specie di delega, da parte dello Stato, al celebrante che svolge il ruolo dell’ufficiale dello stato civile, e perciò una funzione pubblica. In generale, le convenzioni possono essere stipulate in ogni tempo, sia prima che dopo la celebrazione del matrimonio, e tuttavia non possono essere opposte a terzi, se non vi è annotazione, a margine dell’atto di matrimonio, della data, del notaio rogante, della generalità dei contraenti ovvero della scelta del regime (nella specie, di separazione dei beni).

Sia dall’art. 162 c.c. che dalla giurisprudenza consolidata risulta chiaro che soltanto attraverso l’annotazione il regime prescelto e, perciò, le convenzioni stipulate, comprese quelle atipiche, risultano opponibili ai terzi, i quali vengono pertanto a conoscenza delle convenzioni, nonché del regime relativo, mediante l’annotazione dell’atto di matrimonio contenuto nei registri pubblici dello stato civile.

Nella fattispecie, l’atto di matrimonio, pur risultando regolarmente trascritto, risulta privo dell’annotazione riguardante il regime patrimoniale. Per gli Ermellini, la scelta del regime nei rapporti interni tra i coniugi non è comunque affetta da invalidità, come pure la scelta del regime di separazione, effettuata davanti al sacerdote.

 

Il rapporto fra annotazione e trascrizione.

Il rapporto tra l'annotazione della convenzione matrimoniale a margine dell'atto di matrimonio e la trascrizione della medesima nei pubblici registri, ove contemplata nell'art. 2647 c.c., è stato ampiamente dibattuto. In particolare, il problema è sorto successivamente alla riforma del diritto di famiglia con l'abrogazione dell'ultimo comma dell'art. 2647 c.c., che prevedeva espressamente l'inopponibilità ai terzi della convenzione matrimoniale in mancanza di trascrizione.

Alcuni autori, in considerazione sia della caducazione dell'ultimo comma dell'art. 2647 c.c. sia della funzione attribuita alla annotazione ai fini della opponibilità ai terzi, qualificano l'annotazione medesima l'unica forma di pubblicità rilevante ai fini dell'opponibilità. La trascrizione è così degradata al rango di pubblicità-notizia, destinata a rendere edotti i terzi dell'esistenza dell'atto menzionato nell'art. 2647 c.c. in ordine a determinati beni immobili o mobili registrati[1].

Anche la giurisprudenza è allineata su tale orientamento, quando afferma che la legge attribuisce alla sola annotazione quella funzione di opponibilità del vincolo familiare ai terzi, che, viceversa, era prima riconosciuto alla trascrizione[2]. In particolar modo, le Sezioni Unite hanno recentemente chiarito che l'opponibilità ai terzi dipende dall'annotazione del contratto a margine dell'atto di matrimonio, mentre la trascrizione del vincolo per gli immobili, ai sensi dell'art. 2647 c.c., resta degradata a mera pubblicità-notizia e non sopperisce al difetto di annotazione nei registri dello stato civile, restando irrilevante la conoscenza che i terzi abbiano acquisito altrimenti della costituzione del fondo[3].

[1] Gabrielli, Zaccaria, sub artt. 2647-2685 c.c., in Comm. Cian, Oppo, Trabucchi, V, Padova, 1992, 364.

[2] C. civ., Sez. I, 19.11.1999, n. 12864; C. civ., Sez. I, 1.10.1999, n. 10859; C. civ., Sez. I, 27.11.1987, n. 8824; T. Padova, 20.5.2016.

[3] C. civ., S.U., 13.10.2009, n. 21658; C. civ., 23.5.2011, n. 11319.




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