Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 09/07/2018

Recensione all’ “Orco in Canonica” - Antonella Maggi

L’orco in canonica non è un libro che si legge tutto d’un fiato …ma un libro che toglie il fiato …piano piano. Un libro elegante, forte e fedele  come una tela di ragno Ti cattura anche contro la tua volontà.

Quella di Anna è una storia che leggi con la stessa fatica con cui è stata metabolizzata… dall’inizio alla fine… perché sai bene che di orco non ce n'è uno solo e sai bene che non c’è una sola età per incontrarli … nè un’età in cui faccia meno male averli incontrati ed esserne stati inghiottiti. Al di là ed oltre la linea delle ombre e dei “silenzi confetti”, oltre “l’abbraccio boa” che viscidamente tiene stretto chi nuoce a chi tace (per dolore, paura o semplice omertà), sulle croci mute dell’ingenuità e quelle dell’uomo che fabbrica fragilità, restano le cellule immortali della responsabilità - Il brivido di percorrere con agonistica assiduità le strade del male e quelle della speranza è qualcosa che dovrebbe accomunare tutti (o quasi) gli avvocati; quelle strade …ai piedi di uomini e donne sensibili (talvolta giuristi) dovrebbero ineluttabilmente finire per intersecarsi tutte, per arrivare allo stesso “s-nodo guerriero”, all’unico sbocco possibile: quello che porta “il torto” alla foce di un Ordinamento Lavatore che dispensi “l’acqua del buon senso”, che disseti tutte le colpe q.b.

L’orco in canonica non è un romanzo giudiziario qualunque ma un esperimento audace in una stagione portata per inerzia a credere nella isotropia delle vittime, ad abusare senza affetto di quei corpi predestinati al sacrificio mediatico. Mi piace pensare a questo libro come ad un occhio magico che da lontano impressiona le cattive intenzioni e le cattive abitudini di ogni affidabile venerabile orco che si avvicini alla porta dell'abuso possibile. Mi piace credere che sia finita la stagione dell’omertà e che la mediatica bulimia del dolore possa riuscire a divorare, in un modo o nell’altro, gli ultimi pasti di una società che ha inesorabilmente perso il senso del pudore. Shorts innocenti e pornografia a basso costo, mixano e shakerano strani appetiti …non solo nelle canoniche ma ovunque. Difficile separare il tuorlo dall’albume. Non sempre le vittime si percepiscono come tali, talvolta passando da un selfie all’altro, mettendo a nudo la loro fragilità, malcelano la voglia d’essere divorate, di piacere a qualunque costo. Un gioco al massacro tra un Edipo irrisolto ed un altro. In questo contesto riscopro il piacere di vagare all’interno di stanze già vissute, quando, ancora studentessa mi confrontavo con la mia inedita definizione di colpa intesa come “macula docta in naturalibus causis”.

 Ebbene… ripensando a quello ritengo che il suo libro abbia dato alle “colpe” l’unica giustizia possibile, una giustizia residua ma efficace: quella della parola che sfida la prescrizione, quella della denuncia fondata letta e meditata, unico vaccino contro epidemie ancora possibili.