Interessi protetti - Beni, diritti reali -  Riccardo Mazzon - 20/04/2019

Rapporti di vicinato: legittimità dei regolamenti locali e delle norme edilizie che incidano sul di calcolo della distanza tra costruzioni

Naturalmente, non tutti i regolamenti si pronunciano in relazione ai criteri da utilizzare nel calcolo delle distanze, imponendo, in tali casi, all’interprete l’applicazione dei principi generali.

L'esclusione di alcuni elementi della costruzione dal calcolo delle distanze, eventualmente disposta dai regolamenti locali, risulta dunque legittima solo se, complessivamente, è rispettato il limite minimo stabilito dalla relativa normativa civilistica; in tal senso, ad esempio, la Corte Suprema ha confermato che, purché non sia stato violato il limite dei tre metri, i regolamenti locali (che generalmente stabiliscono distanze maggiori) possono anche determinare punti di riferimento, per la misurazione delle distanze, diversi da quelli indicati nel codice civile (per esempio, caso frequente, dai confini, anziché - o in aggiunta - dalla costruzione del vicino): nel caso concreto, la norma, così interpretata, si sarebbe posta in contrasto con quella del codice civile solo nel caso in cui, misurata la distanza regolamentare in questo modo, gli sporti esistenti avessero determinato poi una distanza, tra le due costruzioni in questione, inferiore a tre metri; ma questa ipotesi era ben lungi dal realizzarsi, nella specie, rimanendo tra le costruzioni delle parti uno spazio ben più ampio, anche tenendo conto degli sporti (resta, in tal modo, superata anche l'argomentazione che fa leva sulla necessità di evitare il formarsi di intercapedini dannose, perché dal codice civile si ricava la certezza che tali non possono essere quelle che siano di ampiezza non inferiore a 3 metri).

Più in generale, può essere – sulla base dei medesimi principi - ritenuta legittima la previsione – ad esempio, di un regolamento comunale - la quale si limiti a stabilire distanze differenziate in relazione a ciascuna tipologia di costruzione, senza in alcun modo violare, peraltro, il limite previsto dal codice civile - si veda, per un approfondimento, anche in relazione alla giurisprudenza qui citata, la terza edizione del trattato Riccardo Mazzon, "Rapporti di vicinato", Cedam 2018 -.

Recentemente esplicita, sul punto, Cass. civ., Sez. II, 22/03/2016, n. 5594 (CED Cassazione, 2016) quando afferma che, in tema di distanze tra costruzioni su fondi finitimi, ai sensi dell'articolo 873 c.c. e con riferimento alla determinazione del relativo calcolo, poiché il balcone, estendendo in superficie il volume edificatorio, costituisce corpo di fabbrica - e poiché l'articolo 9 del d.m. 2 aprile 1968, applicabile alla fattispecie presa dalla Suprema Corte in esame, disciplinata dalla legge urbanistica n. 1150 del 1942, come modificata dalla legge n. 765 del 1967, stabilisce la distanza minima di metri dieci tra pareti finestrate e pareti antistanti -, un regolamento edilizio che stabilisca un criterio di misurazione della distanza tra edifici che non tenga conto dell'estensione del balcone, è "contra legem" in quanto, sottraendo dal calcolo della distanza l'estensione del balcone, venga a determinare una distanza tra fabbricati inferiore a metri dieci, violando il distacco voluto dalla cd. legge ponte.