Interessi protetti - Beni, diritti reali -  Redazione P&D - 21/12/2018

Rapporti di vicinato, distanze e confini: una pronuncia che mette in dubbio l'equazione fondi finitimi = fondi vicini? - RM

Cassazione civile, sez. II, 06/02/2009, n. 3036: trattasi di pronuncia che mette in dubbio l'equazione fondi finitimi = fondi vicini?

Tizia, proprietaria di una porzione di fabbricato con annesso orto, conveniva innanzi al Tribunale Caio e Sempronio, proprietari di un fondo confinante, lamentando che costoro stavano erigendo un fabbricato a distanza inferiore a quella di metri cinque “dal confine, con gli sporti sullo spigolo nord - est” e chiedevano la condanna dei convenuti all'abbattimento ovvero all'arretramento del manufatto - si veda, per un approfondimento, anche in relazione alla giurisprudenza qui citata, la terza edizione del trattato Riccardo Mazzon, "Rapporti di vicinato", Cedam 2018 -.

Sulla resistenza dei convenuti (che chiamavano in garanzia il redattore del progetto), il Tribunale, con sentenza non definitiva, dichiarava l'illegittimità del manufatto dei convenuti medesimi; la sentenza veniva appellata, anche in viaa incidentale.

La Corte di Appello rigettava l'appello principale e, in accoglimento degli appelli incidentali, rigettava la domanda originariamente proposta da Tizia, osservando:

  • che la disciplina della “distanza tra costruzioni (tra loro e dal confine)” prevista nel codice civile e nelle norme che lo integrano, avendo lo scopo di impedire la formazione di intercapedini dannose, trova applicazione solo quando esistano due fabbricati “fronteggiantisi su bande opposte rispetto alla linea di confine” i quali, fatti avanzare rispetto a questa linea, si incontrino almeno in un punto;
  • che tale disciplina non si applica quando "i due fabbricati sono disposti ad angolo e non hanno tra loro parti contrastanti";
  • che, nella specie, era stata osservata la distanza minima di dieci metri tra fabbricati, prevista dalla normativa edilizia comunale "mentre, rispetto al confine, lo spigolo nord - est del fabbricato dei convenuti dista m. 1,35 dal confine dell'orto dell'attrice";
  • che la distanza tra gli edifici deve essere misurata in misura lineare e non radiale;
  • che la linea di confine, rispetto alla quale misurare la distanza, interessava nella specie particelle non di proprietà dell'atrice, "essendo la particella di proprietà dell'appellante contigua e non già confinante in modo lineare".

Avverso la pronuncia sopra cennata, Tizia proponeva ricorso per Cassazione, con due motivi, illustrati da memoria, logicamente e funzionalmente connessi, deducenti, oltrecché vizio di motivazione violazione dell'art. 871 c.c., dell'art. 872 c.c., comma 2, dell'art. 873 c.c. nonchè del P.R.G. Comunale.

Nel rigettare le censure siccome infondate (pur rilevando come la Corte di appello avesse impropriamente fatto riferimento alla distanza tra i fabbricati, mentre l'attrice aveva reclamato il rispetto della distanza dal confine), la Suprema Corte nota come, per poter reclamare il rispetto della distanza dal confine, i due fondi interessati debbano essere "finitimi" ed, al riguardo, ad avviso del Collegio, la distinzione terminologica che approda al significato di "finitimi" come meramente "vicini" è impropria.

Osserva, infatti, nella pronuncia in esame la Suprema Corte come, a suo parere, per fondi finitimi (o confinanti o limitrofi), ai fini delle distanze, debbano intendersi quelli che hanno in comune, in tutto o in parte, la linea di confine, cioè quelli che sono caratterizzati da contiguità fisica e materiale, per contatto reciproco, lungo una comune linea di demarcazione (la quale può essere meramente ideale, ovvero esteriorizzata mediante muri, siepi, recinzioni o altre segni visibili).

Nel novero dei fondi confinanti, perciò, afferma la Suprema Corte, non rientrano quelli che abbiano in comune uno spigolo (id est: un solo punto, ideale o meno, anziché almeno un segmento) o i cui spigoli si fronteggino pur rimanendo distanti.

Se, dunque, conclude il Supremo Consesso, i due fondi (quello ove sorge la costruzione e quello dell'attrice) non hanno in comune - neppure parzialmente - la linea di confine, l'attrice non poteva reclamare il rispetto della distanza.

Prosegue la Suprema Corte che, ad inficiare eventualmente la propria ricostruzione, non possono aver rilievo quegli arresti giurisprudenziali (uno dei quali richiamato dalla ricorrente: Cass. 2^, n. 7525/2007) che ritengono applicabili le norme sulle distanze quando tra i due i due fondi che si fronteggiano esista una striscia di terreno inedificata di proprietà di un terzo o di comune proprietà dei "confinanti": infatti, in tal caso, a parere del Supremo Consesso soccorre l'identità della ratio e, a tal fine, “occorrerà sempre verificare se, facendo avanzare i due fondi, superando lo (o prescindendo dallo) spazio interposto, questi finiscano per avere in comune, in tutto o in parte, la linea di confine ovvero se, facendo avanzare idealmente le costruzioni, i muri di esse che si fronteggiano finiscano per incontrarsi in tutto o in parte”.