Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Francesca Sassano - 25/03/2019

Quando lo scritto… non giova

Ho sempre pensato che lo scritto fosse superiore alla parola, per la sua concreta attitudine di memoria certa e per quel privilegio sottile di condivisione, che pure nella opposizione di credo e di pensiero si annida nel ricordo di ciò che si è letto e rimane lì, come infisso nella mente.

Sono cresciuta con il desiderio che il mio dire diventasse sempre più uno scrivere, mortificando anche nella professione una retorica che pure nasce e si cuce nella toga.  Mi rimproveravo sempre per la mia innata inclinazione al dire, per quelle parole che mi uscivano facili  e rafforzavano  le loro sorelle mute che sollecitate prendevano coraggio e venivano dietro una ad una. Così ambivo ad uno scritto che fosse come i miei dialoghi, ampio e pieno di odori e di suoni, di temporali improvvisi e di cieli aperti di luce nuova. Con il tempo mi sono resa conto che il mio desiderio non  giovava al mio lavoro concreto di avvocato, semmai mostrava appena il desiderio di uno futuro: quello di scrittore. Ad un certo punto della mia vita ho compreso, invece e per me stessa che il troppo scritto … non giova, soprattutto se è per sentenziare. Ecco, questo è il vero argomento del mio “dire”. Non sono fuori traccia, sebbene nei pensieri me lo riconosca spesso. Questa mia riflessione me la porto “dentro”, da alcuni giorni, nei quali le voci di tutti, più o meno qualificate, hanno sventagliato opinioni diverse, forse anche giuste, per  il troppo scritto … in alcune sentenze. Sì, perché il vero problema, almeno per quello che mi sono sempre detta, è ciò che si scrive nella motivazione della sentenza, in relazione a quello che si deve fare che invece è tutto nel dispositivo. C’è una sostanziale differenza tra una narrazione e una motivazione, se la seconda si trasforma nella prima, anche se la pena è adeguata, socialmente non appare più tale. Mi spiego, nella motivazione tutto ciò che è colore e/o narrazione può essere … un troppo scritto. Quando la storia sul fatto ci prende la mano, allora il Giudice cede il posto allo Scrittore. E non è cosa da poco, sia che il fatto, trasformato in storia , avvantaggi o svantaggi l’imputato: dove la penna …anzi il tasto scivola verso la narrazione… si crea un personaggio e il suo antagonista. Questo per dire … esattamente che il troppo scritto, proprio non giova a nessuno! La verità è che da troppo tempo leggo, anche senza clamori di cronaca, nella luce della mia stanza di lavoro, molte sentenze “ offensive”.

Il giudice appare, quindi, libero nella scelta delle tecniche argomentative e in tale tema s’inscrive lo stile della motivazione, quale forma della comunicazione scritta e composizione delle diverse parti del discorso giustificativo.

L’attenzione dell’ordinamento è, sino a oggi, indirizzato solo a una corretta redazione della motivazione che eviti la patologia della stessa e, quindi, ad allertare l’attenzione dell’estensore su questo stretto ambito .

Ancora oggi la motivazione è il banco di prova ed il fiore all’occhiello della magistratura giudicante. L’impegno nella stesura dei motivi assorbe una notevole parte dei tempi di lavoro del giudice ! L’enfasi che la tradizione italiana induce ad attribuire al discorso giustificativo della decisione finisce per caricare l’istituto di significati e di attese che frenano i tempi del lavoro giudiziario. La conseguenza è che, nel nostro sistema:

  1. a) si investe poco nella motivazione da parte del magistrato; b) si pretende troppo dalla motivazione da parte di difensori, pubblici ministeri e stampa. Sul piano comparativo si può ben dire che la dimensione esorbitante che ha assunto la motivazione della sentenza non trova riscontro in altri Paesi.

La motivazione tuttavia non può essere meramente formale. Infatti, non è sufficiente se si limita alla mera riproduzione delle norme giuridiche applicate, senza alcuna valutazione dei fatti, comprendente l’effettivo esame dei motivi del ricorso, degli elementi essenziali dedotti e delle prove. La motivazione deve essere intrinsecamente coerente e il dispositivo costituirne una logica conseguenza, altrimenti le parti rimarrebbero incerte. Oggi, qualcosa di più di una serena incertezza… Può accadere che la parte motiva della sentenza contenga affermazioni più o meno ampie e di considerazione negativa, nei confronti della parte imputata, realizzando una forma impropria di diffamazione con la denigrazione di un soggetto attraverso la redazione di una sentenza, di una ordinanza, oppure possa contenere per interi stralci, i dialoghi di una attività di captazione e, quindi, riferire frasi e giudizi di terzi, a danno di alcuna parte processuale.

Queste frasi vengono, però, consacrate in un documento ufficiale, pubblico e con carattere storico, la cui conservazione non è oggi affidata solo alla carta!

La sentenza non è un documento avulso dal processo, vivente di vita propria, e nel quale, quindi, tutto deve essere raccontato e analizzato, anche indipendentemente dalle reali necessità argomentative della motivazione.

Essa soprattutto non deve essere una “difesa”, sorretta da tutti i motivi possibili, della decisione presa, ma un rendiconto asettico e provato, di ciò che si è pensato per giungere a tale decisione. La sentenza, non è più il prodotto solitario e silenzioso di giudici di grado diverso, sino all’epilogo “indiscutibile” della Corte di Cassazione, ma è diventata, soprattutto dopo i processi di Tangentopoli, un “evento sociale sul quale tutti ritengono di poter liberamente dire qualcosa”.

La conseguenza è che il trattamento delle informazioni processuali, che fondano il risultato decisorio, sta diventando sempre di più un fatto aperto allo sguardo, non sempre discreto, del pubblico e degli strumenti mediatici.

È necessario, per questo, incidere alla radice del fenomeno e ipotizzare uno schema legislativo che evidenzi e codifichi una “patologia” della motivazione penale e ne stabilisca una sanzione di nullità, dove peraltro la nullità della sentenza scatta solo (ex art. 546, co. 3, c.p.p.) in relazione ad inadempienze che riguardano il dispositivo e la firma mentre i limiti della motivazione ricadono o nella procedura di correzione degli errori materiali (art. 547 c.p.p.) o nelle regole delle impugnazioni. La motivazione di una sentenza penale deve contenere nulla di più e nulla di meno rispetto a quanto necessario per adempiere alla sua funzione di ragione del dispositivo.

E quindi, ancora di più vale il mio pensiero : … quando lo scritto non giova, bisognerebbe avere un rimedio!!