Cultura, società - Cultura, società -  Patrizio Sisto - 17/08/2018

Quando il troppo non è mai abbastanza: la sindrome da accumulo compulsivo

Il DSM 5, pubblicato negli Stati Uniti nel 2013 e considerato, fin dalla sua originaria versione del 1952 come summa delle patologie psichiatriche e principalepunto di riferimento mondiale della comunità scientifica in tema di disturbi mentali, include per la prima volta una forma curiosa di disagio, inedita rispetto alla nosografia finora codificata: l’accumulo patologico.   

Mentre storicamente si presentava come semplice componente di un disturbo maggiore, quello ossessivo-compulsivo,oggi il cosiddetto “disturbo da accumulo patologico” si distingue infatti come categoria diagnostica solo apparentata a quello ma di fatto a sé stante, pur presentandouna frequente correlazione anche con sintomatologie ansiose e depressive, a marcare l’originalità e complessità che lo contraddistinguono.

Secondo la descrizione fornita dal DSM 5 la caratteristica principale del Hoarding Disorder -secondo la dizione anglosassone- consiste in una persistente difficoltà a disfarsi o separarsi dai propri possedimenti, indipendentemente dal loro reale valore, in concomitanza con un forte stress nel confrontarsi con l’idea di liberarsene. Sicché coloro che ne sono portatori accumulano un esorbitante numero di oggetti che occupano tutti gli spazi utili in casa (e talora anche in auto o in ufficio), con un annesso crescente disordine che condiziona e impedisce il loro utilizzo, oltre che interferire con la conduzione di una vita normale.

Si crea così in queste situazioni uno sbilanciamento evidente fra il materiale che “esce”, tendente allo zero, e quello che “entra” in quanto acquistato o raccolto, di qualsivoglia genere: dai volantini pubblicitari alle bustine di zucchero, ai pacchetti di sigarette, a giornali, indumenti, alimenti inutilizzati o residui di cibo, elettrodomestici in disuso e così via.

L’accumulo, va subito detto, causa in ogni caso nelle situazioni di cui si occupa il DSM 5 un disagio clinicamente significativo e una menomazione della sfera sociale, occupazionale o di altre importanti aree comportamentali, inclusa la possibilità di mantenere un ambiente sicuro per sé e per gli altri (con l’aggravante, nelle varianti che contemplano anche gli animali come oggetto di accumulo, di problemi particolarmente gravi in termini igienico-sanitari).

Come spesso accade l’attenzione accordata a un fenomeno da parte della comunità scientifica va di pari passo con la sua crescente diffusione o visibilità nell’ambito della quotidianità: è evidente infatti la recente salita alla ribalta di questo disturbo sia in programmi televisivi statunitensi importati anche in Italia come “Buried alive” (“Sepolti vivi”), e “Hoarders”(“Accumulatori compulsivi”), sia nella frequente comparsa di casi di cronaca emergenti qua e là, che in modo impressionistico segnalano la ricorrenza di un problema più diffuso di quanto si creda. Le stime recenti in USA -verosimilmente appropriate anche per la situazione italiana- parlano infatti di una incidenza fra il 2 e il 6% della popolazione. 

Per descrivere il disagio di coloro che compulsivamente fanno collezione di oggetti di ogni tipo con il solo apparente scopo di accaparrarsene e riempire all’inverosimile la propria abitazione si oscilla in realtà fra differenti definizioni, che includono sul versante clinico il termine  Disposofobia” (composto dell’inglese“disposal”, cioè“sbarazzarsi di” e del greco“fobia”, cioè “paura”) e  su quello più popolare l’espressione “Sindrome di Collyer”, dal nome dei due fratelli Collyer vissuti nella New York degli anni 30 del secolo scorso, che balzarono agli onori della cronaca per avere saturato negli anni la loro abitazione di tre piani in termini di Guinness dei primati, con oltre 120 tonnellate di oggetti di ogni genere e di spazzatura. Tanto che capita ancora oggi che le madri americane nello sgridare i figli disordinati dicano loro di essere peggio dei fratelli Collyer, mentre i pompieri statunitensi spesso definiscono una casa “alla Collyer” quando si trovano di fronte ad un luogo strapieno di ingombro e cianfrusaglie.

Alla domanda sui motivi per cui il disturbo da accumulo appaia così diffuso oggi si può probabilmente formulare una prima risposta generale ricollocandolo -come è opportuno fare per tutte le forme di disagio psichico- nel contesto più ampio dei modi di vita che caratterizzano la società attuale.

Sicuramente un fattore predisponente a monte riguarda in generale il consumismo dilagante, con la pletora di stimoli e oggetti e di materiali -a dispetto della smaterializzazione di tanti manufatti- che quotidianamente ci inondano, che favoriscono un’entrata maggiore delle cose acquistate nelle nostre case rispetto alla loro uscita. E viene naturale anche pensare per contrappunto alla scarsità di beni a disposizione in realtà sociali del terzo e quarto mondo, dove la penuria piuttosto che la sovrabbondanza rappresenta il drammatico segno distintivo della quotidianità: come se l’accumulo in Occidente funzionasse talora come una sorta di rovescio della medaglia, in un’estremizzazione degli opposti, rispetto alla mancanza endemica che impera in altre aree del globo.

Più nello specifico, se consideriamo coloro che ne soffrono, emerge come tratto centrale del disturbo da accumulo compulsivo lo sganciamento degli oggetti accumulati dal loro valore intrinseco e di mercato: ciò di cui la persona affetta da questa sindrome non può fare a meno e di cui fatica a sbarazzarsi è infatti l’oggetto in quanto investito di un valore emozionale del tutto personale, che ne trasfigura e oltrepassa le caratteristiche d’uso, funzionali e in parte anche quelle simboliche condivise (non ha a che fare con la connotazione di status symbol, per intenderci).

Torna utile allora, per comprendere la natura più profonda del fenomeno, ricorrere alle chiavi di lettura fornite dalla letteratura psicologica classica. Innanzitutto appare prezioso per fare un po’ più di luce il famoso concetto psicologico di “oggetto transizionale”, coniato dallo psicoanalista infantile Winnicott, a indicare quella funzione, svolta da tanti oggetti comuni, di  tramite fra il bambino e il mondo, come ponti con l’ambiente esterno che al contempo non sono interamente né semplicemente esterni a se stessi, né parte esclusiva della propria identità (funzione ben esemplificata dalla celeberrima copertina di Linus dei Peanuts). Un concetto, quello di “oggetto transizionale”, appunto utilizzato per descrivere il cammino evolutivo percorso dal bambino, che però nel caso dell’accumulo compulsivo diventa una sorta di stampella, fissazione permanente che non può mai saturare un bisogno che si rilancia e autoamplifica, con esiti disfunzionali, oggettivamente portatori di problemi per il soggetto che ne è protagonista e in misura spesso drammatica soprattutto per i suoi familiari e conviventi.

Un ulteriore concetto tratto dalla tradizione della psicologia gestaltica ci aiuta a comprendere meglio le dinamiche insite nel fenomeno dell’accumulo a oltranza di oggetti di cui non ci si riesce a disfare: occorre ricordare a tal proposito che il sé e il nostro senso di identità personale si strutturano non tanto nell’area ristretta dell’individualità dei singoli, in un astratto e impalpabile psichismo interiore, ma piuttosto in un campo di forze, interazioni e relazioni con l’ambiente che circonda il soggetto. Persona e ambiente vanno considerati infatti come un insieme interconnesso che va a formare lo spazio vitale di ognuno. Sicché è giusto dire che il nostro essere come persona travalica i confini del singolo individuo -del tutto teorici- per strutturarsi e configurarsi attraverso le reti di relazioni che continuamente intessiamo con le altre persone con cui siamo a contatto, con gli oggetti che appartengono alla nostra quotidianità, così come con le forme di pensiero e l’immaginario collettivo in cui siamo immersi.  

Per comprendere ogni comportamento in questo senso occorre considerare la personalità e il suo ambiente -con gli oggetti che lo riempiono e lo animano- come un'unica costellazione interconnessa da legami biunivoci e ricorrenti.

Sullo sfondo di tali considerazioni il disturbo da accumulo comincia a configurarsi come un fenomeno dai lineamenti più chiari, seppur suscettibile di diverse chiavi di lettura, fra loro spesso complementari. Emerge allora per un verso un bisogno insopprimibile di controllo, così come di trovare modalità immaginarie di supporto affettivo e di conforto in oggetti che riempiono i “vuoti” esteriori e interiori sempre in agguato rispetto all’identità e alla storia biografica individuale, alla ricerca di una sorta di conferma visibile della propria identità e continuità nel tempo.

L’ancorarsi a segni tangibili della propria esperienza passata, a prescindere dal loro essere prosaici e banali, può divenire in questo senso un tentativo continuamente reiterato e mai saturabile per il soggetto che tende all’accumulo compulsivo di confermarsi che sì, nonostante tutto si è qui, si esiste, e ci si può comunque specchiare in qualche cosa di solido e concreto, che rappresenta il nostro mondo, quello a cui siamo affezionati per abitudine, ricavandone così un senso di protezione e conferma personale pur attraverso gli inevitabili cambiamenti dell’esistenza.

In questo senso la tendenza all’accumulo può anche rappresentare un tentativo disfunzionale e sempre frustrato di esprimersi e di manifestare la propria presenza a sé e agli altri, ancorandosi all’equivalenza immaginaria fra proprio valore soggettivo e quantità di oggetti raccolti, conquistati o acquistati. Ma può costituire anche il sintomo di una più o meno inconscia paura di mancare del necessario, di non avere abbastanza per sopravvivere e fronteggiare l’imprevisto, simbolicamente prima ancora che sul piano propriamente materiale (fenomeno più che comprensibile in un’era liquida come quella che stiamo attraversando, per dirla alla Bauman).   

Per altro verso, se adottiamo uno sguardo altro, occorre tenere presente che nelle culture orientali troviamo sagge considerazioni sul valore incomparabile insito nel creare e mantenere negli ambienti in cui viviamo spazi vuoti, ariosi, in cui le energie possano liberamente circolare: per esempio una prospettiva come quella promossa dall’arte cinese del Feng Shui(letteralmente “Vento e Acqua”), tipicamente instaura corrispondenze fra spazio esterno fisico e spazio interiore mentale nell’indicare le regole secondo cui comporre armonicamente gli spazi dell’abitare e l’arredamento che ne è parte integrante. Intuizioni che riecheggiano in qualche modo il concetto poetico di “correlativo oggettivo” proposto dal grande scrittore inglese T.S. Eliot, che intravede una sorta di stretta interrelazione e rispecchiamento fra ciò che è descrivibile nel suo accadimento là fuori nella realtà esterna e ciò che assume valore nell’interiorità del poeta. 

Il disturbo da accumulo diventa in questo senso, sia in termini psicodinamici e psicosociali, sia nel riferimento al pensiero orientale e poetico, un crocevia di fattori che si intersecano, e che hanno a che fare forse al fondo con il dimorare stesso dell’essere umano nel mondo, con il tentativo di ricercare -sia pur in modo illusorio e perciò destinato al fallimento- una continua forma di equilibrio protettivo e rassicurante fra sé e l’ambiente circostante. Un fenomeno insomma emblematico, che allarga le proprie valenze e connotazioni a partire dalla sfera psichica e della convivenza per assurgere a significati più ampi ed esistenziali.

Ma l’orizzonte che così si dischiude non esime dall’urgenza di una ridiscesa sul terreno concreto delle manifestazioni del disturbo da accumulo e delle sue spesso pesanti implicazioni, attraverso una riflessione sui rimedi praticabili, cioè sul che fare di fronte a un disagio che per gli esiti che comporta interessa spesso in modo frustrante e persino drammatico una molteplicità di singoli e nuclei familiari.

Gli interventi terapeutici proposti dall’esperienza clinica costruitasi a tutt’oggi sul disturbo da accumulo prevedono, è bene precisare subito, interventi articolati e di lungo periodo, che devono necessariamente rispettare la complessità del disagio, le sue sfaccettature e i contesti relazionali di convivenza in cui ha luogo in termini di cause ed effetti, ricadute materiali ed emozionali.   

In questo senso vanno tenuti presenti diversi fattori cruciali, nessuno dei quali andrebbe tralasciato o sottovalutato, per dare risposte adeguate a coloro che soffrono del disturbo da accumulo e a chi sta loro accanto.

In primo luogo va riconosciuta la necessità di interventi di equipe, attraverso l’azione congiunta di psicoterapeuti, assistenti sociali, familiari e amici e talora – nei casi più drammatici- anche con l’intervento di figure istituzionali per poter fronteggiare situazioni altrimenti ingestibili.

Va poi considerato inevitabile instaurare un setting che non sia limitato allo studio professionale, ma che al contrario si allarghi e includa il domicilio degli interessati, in un’ottica ecologica che si confronti con le dinamiche effettive e contestuali attraverso cui il disturbo si manifesta in loco. 

Per quanto riguarda le modalità specifiche dell’azione psicoterapeutica, queste dovrebbero partire comunque sempre da un processo di validazione e riconoscimento dell’importanza che il comportamento di accumulo riveste per il soggetto e di comprensione delle idee e convinzioni sottese ai comportamenti disfunzionali, come prodromo di un percorso soggettivo di rielaborazione della propria esperienza e dei comportamenti connessi, per poi favorire l’acquisizione e l’incremento nel paziente di quelle abilità di cui si mostra carente: in primis quelle decisionali, organizzative e di discriminazione  circa il valore degli oggetti rispetto a sé, ma anche le abilità di controllo degli impulsi.

Importanti inoltre, nell’ottica di un approccio che deve essere integrato e mirato a una pratica comportamentale da sperimentare sul campo, si dimostrano varie modalità di intervento di tipo psicoeducativo, come l’abituare progressivamente i pazienti all’accesso alla loro casa da parte di visitatori esterni, prima tenuti lontano per vergogna, timore o diffidenza.

Gli obiettivi perseguibili nella terapia del disturbo da accumulo attraverso questa serie di interventi specifici integrati fra loro sono da un lato la riduzione dei sintomi nelle grandi aree dei comportamenti di acquisto o raccolta compulsiva, di quelli confusi e disorganizzati e di quelli di difficoltà a liberarsi e separarsene, dall’altro una graduale rieducazione del soggetto alla messa in atto di comportamenti più equilibrati e funzionali, dall’altro ancora l’interiorizzazione di atteggiamenti più equilibrati nella percezione e nell’investimento affettivo sugli oggetti, con una parallela accettazione del confronto con il vuoto e del proprio senso di autonomia personale.   

Si tratta insomma di una complessiva rielaborazione di una struttura comportamentale spesso consolidatasi negli anni, e di una correlativa percezione di sé e del mondo, che vanno gradualmente trasformate in modi accettabili e più consapevoli, perché il soggetto portatore del disturbo da accumulo compulsivo possa riconquistare un nuovo equilibrio fra sé, gli oggetti e il suo ambiente di vita.

In una società, quella in cui viviamo in questo momento storico, sempre più sovraffollata di persone, oggetti, stimoli e al contempo -in modo inversamente proporzionale- sempre più carente di emozionalità e relazioni autentiche in grado di favorire il riconoscimento della nostra presenza nel contesto sociale e relazionale in cui ci collochiamo.

In questo senso, si può aggiungere, la sindrome da accumulo compulsivo funziona come cartina al tornasole che estremizzando tratti appartenenti anche alla “normalità”, illumina, come peraltro accade per ogni forma di disagio psichico, la natura e la qualità delle nostre vite e del nostro essere nel mondo.