Lavoro - Licenziamento -  Afrikah De Mattia - 08/05/2019

Quando gli emoticons salvano la faccia e fanno vincere la causa

Emoticon e sentenze, avete mai pensato al rapporto intercorrente fra i due?
 Se accostare questi due “mondi” possa sembrarvi azzardato e surreale, una recente sentenza del Tribunale di Parma del 27/01/2019 numero 237 vi farà cambiare idea.
I fatti: una lavoratrice veniva licenziata per giusta causa per aver rivolto al datore di lavoro, nella chat del gruppo whatsapp creato con le colleghe per gestire i turni di lavoro, commenti negativi e fortemente pesanti, intervallati dalle famose “faccine”
Ma il Tribunale di Parma, Sezione Lavoro, ha dichiarato il licenziamento irrogato illegittimo.
Quale l’argomentazione sviluppata?
In primis, le lamentele e le espressioni utilizzate dalla lavoratrice rientravano nell’esercizio del diritto di critica nei confronti del titolare ed erano rivolte ad un ristretto numero di destinatari (l’azienda in questione non contava più di 15 dipendenti); in secondo luogo gli emoticon inseriti rendevano umoristico il tono complessivo delle conversazioni, attenuando la portata offensiva dei messaggi incriminati e conferendo alle espressioni utilizzate toni decisamente più canzonatori, leggeri e divertenti .
Sui social e nei gruppi di WhatsApp, la comunicazione fa ricorso sempre più spesso a un linguaggio disinvolto e volgare, per apprezzare il tono ingiurioso e offensivo delle chat, osserva il Giudice, serve qualcosa in più di una semplice espressione infelice.
Ed ecco che le faccine servono proprio ad entrare nella testa del conversante e comprendere la finalità che questi voleva perseguire nell’esprimersi in quel determinato modo.
Secondo il Tribunale di Parma le faccine possono alterare il senso di singole parole, aspre e denigratorie, smorzando l’insulto.
Salvata la faccia, salvata la lavoratrice.