Danni - Danni non patrimoniali, disciplina -  Andrea Castiglioni - 05/11/2018

Provare il demansionamento è una cosa. Provare il danno è un'altra - Cass. sez. lav. 17978/2018

In giudizio viene accertato un demansionamento sul posto di lavoro, deciso in modo illegittimo e quindi censurabile.

I fatti sono allegati e vengono ritenuti dimostrati.

Tuttavia, non viene riconosciuto risarcimento del danno non patrimoniale – inteso come patema d’animo derivante dalle vicende lavorative subite – ed esistenziale – in riferimento alle ripercussioni che il trauma del demansionamento ha provocato sulla vita familiare del danneggiato.

Il motivo è essenzialmente probatorio – era stata esperita una CTU per accertare i risvolti psicologici delle vicende sul posto di lavoro, ma invano perchè detta analisi non produceva la prova sperata.

La Corte di Cassazione ribadisce e conferma l’orientamento secondo il quale il danno non patrimoniale (nel caso di specie; ma il principio vale anche per il danno patrimoniale), per essere risarcito, deve essere necessariamente allegato.

Anche un demansionamento illegittimo subìto sul posto di lavoro, anche se accertato in sede giudiziale e quindi da ritenersi inequivocabile, comunque non basta per ottenere il risarcimento.

Il fatto è inquadrabile come fatto lesivo (c.d. danno-evento), ma ciò che è risarcibile sono le conseguenze dannose che quell’evento lesivo ha procurato al danneggiato (c.d. danno-conseguenza).

In mancanza di allegazione delle conseguenze dannose, non può aversi risarcimento. Rectius, non può aversi “danno”.

Trova conferma l’orientamento ormai consolidato. Inaugurato idealmente dalla nota sentenza che ha definito la dicotomia danno-evento/danno-conseguenza (risalente a Corte Cost. 184/1986) come “mera sovrastruttura teorica” (Cass. SSUU 2515/2002).

Tra i precedenti più prossimi e più noti, si può menzionare Cass. SSUU 15350/2015 (che supera Cass., sez. III, 1361/2014, c.d. “sentenza Scarano”, nota per aver riconosciuto il risarcimento iure successionis del danno da “perdita della vita”, c.d. danno tanatologico, pronuncia che ha visto un sussulto di ritorno del risarcimento del solo danno-evento; a riprova dell’abbandono dell’orientamento si cita Cass., sez. III, 18555/2018, ove è la medesima Sez. III a smentire il proprio orientamento di quattro anni precedente).