Danni - Danni non patrimoniali, disciplina -  Patrizia Ziviz - 11/06/2018

Perdita del rapporto parentale: la convivenza non è requisito necessario per il risarcimento – Cass. 10321/2018

Nel giudizio relativo al risarcimento del danno non patrimoniale patito dai congiunti per la morte del proprio familiare a causa di un sinistro stradale, il giudice di merito si trova a dover applicare la legge serba - ex art. 62, comma 1, della l. 218/95 - e a valutare l’eventuale contrasto con l’ordine pubblico della disposizione secondo cui, per la concessione ai fratelli superstiti del danno morale da morte del congiunto, appare necessario il requisito della durevole pregressa convivenza, mentre viene esclusa la rilevanza ai fini risarcitori della relazione tra nonno e nipoti. La S.C. è chiamata a giudicare quanto al ricorso contro il riconoscimento della compatibilità di tale normativa con l’ordine pubblico, sancita dal giudice di merito sulla base del richiamo a quell’orientamento giurisprudenziale dei giudici di legittimità in virtù del quale, fuori dal nucleo familiare più ristretto, appare necessaria la convivenza al fine di sancire la rilevanza giuridica, ai fini risarcitori, del rapporto parentale (Cass. 4253/2012, relativa alla rilevanza del rapporto tra nipoti e nonni).
La sentenza in commento accoglie il ricorso constatando, in prima battuta, che l’indirizzo giurisprudenziale richiamato appare superato da numerose pronunce della Suprema Corte, secondo cui la convivenza rappresenta un elemento da considerarsi esclusivamente ai fini probatori quanto all’esistenza del danno: il quale può ben configurarsi anche in mancanza di tale requisito. Tra le pronunce richiamate, la più recente (Cass. 29332/2017) riconosce che il rapporto nonno-nipote appare giuridicamente qualificato a prescindere dalla situazione di convivenza. Ad essere abbandonata è la prospettiva favorevole a limitare la società naturale cui fa riferimento l’art. 29 Cost. all’ambito della famiglia nucleare e a riconoscere che per i soggetti estranei a tale cerchia ristretta la convivenza incarnerebbe il connotato minimo attraverso il quale verrebbe a esteriorizzarsi l’esistenza di una relazione fondata su reciproci legami affettivi, pratica della solidarietà e sostegno economico. La S.C. è oramai orientata a sostenere che - ai fini dell’accertamento della rilevanza del legame familiare -   la convivenza rappresenta un elemento estrinseco, transitorio e del tutto casuale, ben potendo ipotizzarsi convivenze non fondate su vincoli affettivi, bensì esclusivamente su necessità economiche, e situazioni di non convivenza, determinate da esigenze di studio o di lavoro, connotate da intensi rapporti affettivi e relazioni di reciproca solidarietà.    Sulla base del nuovo orientamento, la convivenza va assunta esclusivamente quale elemento probatorio utile, unitamente ad altri, a dimostrare che – a fronte del vincolo familiare – sussiste un concreto legame affettivo; l’assenza di coabitazione non rappresenta, di per sé, condizione preclusiva ai fini della tutela risarcitoria del congiunto.
Una volta accertato il mancato rilievo della convivenza – ai fini del ristoro del danno da perdita del rapporto parentale -  in seno alla giurisprudenza di diritto interno, la S.C. è chiamata a valutare se l’applicazione della legge serba configuri una violazione dell’ordine pubblico di cui all’art. 16 della legge di diritto internazionale privato. I giudici di legittimità sottolineano, richiamando vari precedenti, che il concetto di ordine pubblico dev’essere inteso come complesso dei principi fondamentali della nostra Costituzione o comunque individuati entro quelle altre norme che rispondono all’esigenza di carattere universale di tutelare i diritti fondamentali dell’uomo. La S.C. rileva che “la relazione parentale fra le persone si connota come vincolo che rileva, secondo una valutazione che corrisponde a percezione comune, a prescindere dalla persistenza della convivenza, essendo la relazionalità parentale certamente correlata alla convivenza fino a quando il congiunto resti, conforme al naturale sviluppo della persona, nel nucleo familiare di origine, ma concretandosi, successivamente, quando la persona da quel nucleo si distacca, sempre come una relatio presente e potenzialmente effettiva sull’esistenza delle persone e ciò a prescindere dal venir meno della convivenza”. Viene, quindi, a rilevare un modo di essere della persona che non dipende dalla convivenza: tanto più nei tempi odierni, nei quali l’allontanamento dal nucleo familiare appare normale, ma non nuoce – considerata l’ampiezza e la facilità dell’uso di mezzi di comunicazione a distanza – al mantenimento di una naturale intensità della relazione parentale. Posto che la legge serba, per determinati rapporti, restringe la platea dei congiunti legittimati al ristoro del danno morale ai familiari conviventi, la negazione a priori della rilevanza della relazione parentale in assenza di convivenza “si risolve in una aprioristica esclusione di un modo di atteggiarsi di ciascuna persona umana che naturalmente e potenzialmente appare collegato alla parentela in sé senza essere condizionato dalla convivenza”. Di qui l’affermazione del principio di diritto secondo cui una legge straniera che restringa la risarcibilità del danno non patrimoniale da perdita del congiunto esclusivamente al caso in cui costui fosse convivente è da ritenere contraria all’ordine pubblico italiano – ai sensi dell’art. 16, comma 1, della l.218/95 -  e deve essere disapplicata dal giudice italiano “dovendosi nell’ordinamento italiano dare alla convivenza solo il valore di elemento eventualmente rilevante in concreto sul piano probatorio”.