Ambiente, Beni culturali - Animali -  Redazione P&D - 12/05/2018

Perchè le petizioni sono una occulta raccolta di dati personali - A.G.

 Un'abominevole uccisione di animale, quella ipotizzata a carico di un uomo romano che avrebbe lanciato dalla finestra del suo appartamento al settimo piano un cagnolino, davanti al figlio della compagna, adolescente.
Le notizie di stampa sono contrastanti e superficiali. Qualcuno afferma che l'uomo non ha confessato, altri che un testimone oculare avrebbe rilasciato dichiarazioni.
Si dice, inoltre, che nessuno lo ha denunciato per questo reato (ma solo per reati contro i pubblici ufficiali).
Ignorando le carte processuali non possiamo certo dire cosa sia vero e cioè se effettivamente esiste un testimone che ha rilasciato dichiarazioni, se è stata sporta denuncia, se l'uomo resterà impunito per il reato di uccisione di animali.
Una cosa, però, è certa: il reato di uccisione di animali è reato procedibile d'ufficio, non a querela di parte. Ciò significa che non è affatto necessario un atto di impulso da parte di chi è vittima del reato. Ciò significa, inoltre, che l'autorità giudiziaria inquirente prende cognizione diretta del fatto, anche sulla sola base di un'indicazione contenuta in altri atti, come, ad esempio, il verbale di sommarie informazioni testimoniali in cui un soggetto (ad esempio, il vicino di casa), sentito per altre circostanze a lui note, aggiunge anche il "particolare" del lancio del cane dalla finestra.
Insomma, l'autorità giudiziaria prende direttamente cognizione di tutto ciò che configura - almeno in astratto - un reato e dunque apre un fascicolo.
Diverso è il caso dei reati procedibili (solo) a querela, come il furto semplice, ad esempio, dove è il soggetto danneggiato che deve attivare l'autorità giudiziaria e chiedere che il soggetto autore del reato sia punito. In tal caso (ma le ipotesi di reati procedibili a querela sono tassative e non vi rientra l'uccisione di animali), se manca la querela, manca una condizione di procedibilità.
Si è creato un falso problema, non sappiamo se consapevole, inconsapevole o deliberato. L'effetto di tale disinformazione è corrosivo: una delle rivoluzioni copernicane operate dalla legge 189/2004 che ha introdotto i reati di maltrattamento e di uccisione di animali (e modificato il reato di abbandono e detenzione incompatibile) è stata proprio l'aver elevato tali condotte a delitto procedibile d'ufficio.
L'onestà (intellettuale) prima di tutto.
Eppure, sfruttando tale incommentabile condotta delittuosa, si è lanciata una petizione on line dove, sulla (falsa) allarmante premessa che l'autore del reato potrebbe passarla liscia perchè manca questa (inutile) querela, si chiede a tutti coloro che trovano ripugnante una simile conclusione, di sottoscriverla.
Ma a chi è indirizzata? E a cosa serve?
Intanto partiamo dai numeri. Al 12 maggio 2018 (i fatti sono del 18 aprile 2018) sono state raccolte (recte: la petizione ha ricevuto) 142.026 firme. Ma il lapsus rivela molto di più perchè sono stati raccolti 142.026 nominativi di persone.
La petizione è diretta a Michela Vittoria Brambilla, Virginia Raggi (in qualità di Sindaco di Roma, dove sono avvenuti i fatti) e Andrea Orlando (Ministro della Giustizia p.t.). Destinatari i quali mi chiedo quale utilità possano avere o quale stimolo possano ricevere da questa "petizione": Raggi, laureata in giurisprudenza, certamente potrà interrogarsi su quanto l'insegnamento universitario sia soppiantato dalle cattive informazioni tecniche circolanti sul web, Andrea Orlando potrebbe invece chiedersi se per caso il codice penale e quello di procedura penale non siano cambiati più di quanto sia a lui riconducibile con le riforme degli ultimi anni. E Michela Brambilla, invece, potrebbe fare la conta di quanti sono i possibili elettori nel bacino "animalista" (anche se non sembra ne abbia bisogno, viste le costanti rielezioni).
E allora a cosa serve questa petizione?
Non possiamo dirlo con certezza. Sullo sfondo di questo commento c'è una presunzione di buona fede. Ingenuità, forse, da parte di chi ritiene che raccogliere firme sia la panacea democratica di tutte le ingiustizie (o presunte tali).
Quello che è certo è a cosa non serve questa petizione.
Il grossolano errore di base è sfruttare un fatto di cronaca non per stimolare il legislatore a modificare una disciplina o per promuovere un'iniziativa dove ci sia un deserto normativo o un sistema inadeguato bensì per chiedere al potere giudiziario di applicare la legge. Tra l'altro, però, la petizione non è rivolta alla magistratura. E giustamente. I giudici sono soggetti solo alla legge. E il pubblico ministero detiene il monopolio dell'azione penale che è obbligatoria. Sarebbe bastato comunicare quanto rimbalzato sulle cronache per allertare la Procura della Repubblica.
Invece si è scelto di calamitare l' attenzione di quasi 150 mila individui e indurli a lasciare le proprie generalità, come se sottoscrivere un'inutile (e atecnicae) petizione costituisse l' ultima frontiera del giustizialismo, dell' indignazione collettiva, l' ultimo baluardo dell' esercizio della democrazia.
A voler presumere la buona fede, rimane l'amaro della manipolazione delle delle informazioni, delle emozioni e delle reazioni.
A pensar male, invece, una logica ci sarebbe ed è quella della conta di possibili elettori, della visibilità ad ogni costo è della raccolta di nominativi.
Ma voglio pensare bene e credere nella leggerezza. Ma non firmerò.