Danni - Generalità, varie -  Redazione P&D - 20/02/2019

Pena, disagio, ansia - Milva Maria Cappellini

I danni psichici gravi e permanenti devono essere risarciti, non c'è dubbio. Ma anche gli stati di intenso disagio, di pena, di ansia, quando sono causati da comportamenti colpevoli, da omissioni intenzionali, da intenti persecutori devono trovare sollievo e reintegrazione, e ancor prima giusto riconoscimento. Certo, dev'essere ancora più difficile in questi casi soppesare, distinguere, misurare: perché le zone grigie, i crepuscoli fra sofferenza e amarezza di per sé mal sopportano le linee nette, le demarcazioni perentorie. Eppure, nello spazio dell'inquietudine senza sbocco, dell'incredulità al cospetto all'ingiustizia, della frustrazione, della solitudine, si diventa fragili, vulnerabilissimi: ci si ammala. Le tribolazioni dei mobbizzati, per esempio: magari nella pubblica amministrazione, dove i meccanismi cigolanti della burocrazia si connettono ai congegni feroci della politica (addirittura bestiali, se di piccolo cabotaggio) e ai dispositivi allucinati delle variegate malevolenze. Le cause di lavoro durano anni, anni: nel frattempo la professionalità si consuma, la reputazione si incrina, le aspirazioni vanno in avaria, l'identità stessa è messa a rischio. Fin dall'inizio, si prende a vivere in emergenza, ogni momento è buono per una cattiva notizia, ogni evento disposto a trasformarsi in una sventura, almeno in una scalogna. Intorno, il mondo - anche quello limitrofo, circostante - dimentica velocemente, preso da sempre nuove e più grandi sciagure. E ci si nega perfino il sollievo della narrazione, perchè il racconto si inceppa e si ripete. Quasi quasi ci si scorda, e intanto il vento fa il suo giro.