Persona, diritti personalità - Orientamento sessuale -  Redazione P&D - 04/08/2018

Pari opportunità e orientamenti sessuali in ambito Forze Armate. Qualche riflessione - Annalisa Triggiano

Il tema qui indicato è caratterizzato, almeno in Italia, e almeno in parte, da un vacuum normativo. L’approvazione, recente, anche dei decreti applicativi della c.d. Legge Cirinnà, ha dato oramai piena cittadinanza e rilevanza giuridica, nel nostro ordinamento, alle unioni tra persone dello stesso sesso.
Per quello che concerne lo specifico e delicato tema della integrazione degli omosessuali e delle lesbiche nelle Forze Armate italiane, va innanzitutto rilevato che l’orientamento sessuale non costituisce un esplicito fattore di esclusione dal reclutamento ma non vi sono, allo stato,  norme che autorizzano, nel Codice dell’Ordinamento militare, una omosessualità dichiarata. Le statistiche ufficiali circa le percentuali di omosessuali dichiarati, dunque, mancano. Qualche stima, stilata da una delle associazioni più attive nella promozione dei diritti degli omosessuali nelle Forze armate e di polizia, Polis Aperta, parla però di un 5-10% degli arruolati.
I segni di apertura a una piena e aperta integrazione degli omosessuali nelle Forze Armate non sono, di recente, mancati. Si può citare, ad esempio, una circolare emanata recentemente – all’indomani di una unione civile celebrata nell’Aeronautica Militare – dal Generale Claudio Gabellini, il quale ha, testualmente, dichiarato: «ricordo a tutti che il militare che dovesse fare “outing”  o intendesse unirsi civilmente con altra persona dello stesso sesso, ovvero conviverci, non può e non deve avere valutazioni e trattamenti diversi dall’ordinario». Inoltre «sarà considerato illegittimo ogni commento o comportamento teso a denigrare e offendere la reputazione di detto personale. Tutti i militari, a nulla rilevando le proprie scelte e orientamenti, dovranno essere valutati disciplinarmente soltanto laddove il contegno e la condotta non fossero in linea con i dettami dello specifico status».
Tra le unioni civili alle quali la stampa ha dato ampio risalto vi è anche quella –  prima nella Marina Militare –  di un ufficiale con il suo compagno e il Ministro della Difesa in persona ha celebrato, a sua volta, una unione civile tra due donne (non militari), ribadendo con forza che l’omosessualità non è ostacolo all’arruolamento.
Le Associazioni a difesa dei gay in divisa rivendicano – in definitiva – soprattutto maggiori investimenti in formazione del personale in tema di prevenzione dell’omofobia e si può certamente ipotizzare che simili competenze possano agevolmente essere acquisite dai Gender Advisors, figure attualmente impiegate nelle Forze Armate oramai da diversi anni e formate sui temi specifici della non discriminazione e della politica militare gender oriented.
Per quanto riguarda, invece, il transessualismo e le (eventuali) discriminazioni dei transessuali nelle Forze Armate, le considerazioni da fare sono differenti e le implicazioni sono assai più delicate, specie per l’ordinamento italiano, ove mancano non solo le norme, ma le ricerche specifiche.
I primissimi studi sull’apertura esplicita dell’arruolamento ai transessuali risalgono addirittura agli anni Ottanta del Secolo scorso, negli USA. Mi riferisco, per esemplificare, ad uno studio di G.R. Brown, nel quale si dimostra come, in alcuni ex combattenti delle Forze Armate americane, la decisione di cambiare sesso (specie nella forma male-to-female) era maturata proprio in un contesto (e in una fase psicologica personale) di ‘ipervirilità’, alla quale i soggetti intervistati dall’Autore, uno psichiatra dell’Air Force americana, sentivano, intraprendendo una cura nel mezzo della loro carriera, di non appartenere più (i c.dd. gender dysphoric soldiers).
Gli studi sul transessualismo, più o meno apertamente dichiarato, nelle Forze Armate erano, per ammissione stessa dell’Autore, a quel tempo ancora abbastanza carenti e pionieristici.
Attualmente, ed aggiungendo anche la recentissima, e travagliata, apertura degli Stati Uniti d’America, le Nazioni che permettono ai transessuali di arruolarsi dichiarando apertamente il loro status, dunque incondizionatamente e in qualsiasi ruolo, senza discriminazioni e radiazione, sono 18: Australia, Austria, Belgio, Bolivia, Canada, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Israele, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Spagna, Regno Unito. Non mancano, insomma, esempi anche culturalmente vicini alla nostra esperienza.
Su scala mondiale, una delle pubblicazioni più complete e autorevoli, se non forse l’unica,  sulla situazione del transessualismo nelle Forze Armate è un rapporto pubblicato nel 2014 a La Hague presso il Centro di Studi Strategici. In questo interessante ed esaustivo studio si analizza a tutto tondo l’impatto dell’ingresso dei transessuali nelle Forze Armate, facendo il punto anche sui possibili costi e sui possibili benefici in termini di readiness e di performance delle truppe stesse.
Il rapporto è interessante e merita di essere citato nella presente ricerca, anche perché completato da una vera e propria ‘classifica’, in termini di Best Practices di inclusione, dei Paesi aperti all’arruolamento dei transessuali.
 Il transessualismo – si legge – viene  classificato in molte legislazioni (ed è questa la situazione nella quale versa anche l’Italia) e regolamenti militari, al fine di escludere dalla possibilità di arruolamento dei transessuali, tra i c.dd. psychosexual disorders.
Ma lo studio dimostra che la politica dell’inclusione piena, dati alla mano, non sembra aver avuto alcun impatto negativo sulla readiness e sulla performance delle Forze Armate stesse: « the known presence of colleagues with different sexual orientations or gender
identities has no inevitable effect on a service member’s work ethic. Service members’
morale may be determined by the support they receive, the quality of leadership, the
belief that they are making an important contribution, and an affinity with the
organization’s goals». Il punto non mi sembra trascurabile: il supporto, la qualità della leadership e la percezione di offrire un contributo rilevante alla comunità per la quale si lavora costituiscono, per il gruppo, fattori molto più importanti rispetto agli orientamenti sessuali più o meno condivisibili dei membri della comunità stessa.
La politica di inclusione aperta di personale LGBT – suggeriscono gli Autori, sulla scorta di studi consultati – non sembra in alcun modo minare la ‘coesione’ dell’organizzazione militare anche perchè, correttamente, si pongono in evidenza, e si distinguono, concetti ed accezioni diversi di ‘coesione’: la coesione ‘sociale’  (Social Cohesion) è assai meno rilevante in ambito militare della coesione della missione, che molto può assimilarsi allo ‘spirito di Missione’ (Task Cohesion).
E quest’ultima, a sua volta, appare assai meno ‘sensibile’ e mutevole in relazione agli orientamenti personali e anche sessuali espressi dai membri del gruppo. In un contesto militare, infatti, professionalizzato e autenticamente professionale, «service members’ confidence in each other is crucially determined by good leadership and a commitment to mantaining a professional attitude». La scelta di un determinato orientamento sessuale diventa insomma, da un punto di vista strettamente operativo, un fattore del tutto secondario, specie nelle missioni multinazionali, ove anche la stessa promiscuità sociale è, sovente, la regola.
Inoltre, al fine di mantenere un necessario distacco affettivo tra i membri delle missioni, in caso di promiscuità, una valida soluzione suggerita nel Rapporto appare costituita da una «strict implementation of a code of conduct that regulates or prohibits fraternizazion and sexual relations». L’impatto, insomma, dell’arruolamento esplicito dei Transgender  sembrerebbe «neutral, or can be beneficial to armed forces, especially with effective management. Morale and cohesion do not appear to have suffered in any of the armed forces which have opened up to LGBT partecipation».
Del resto, la consapevolezza di poter militare in un ambiente inclusivo e meritocratico costituisce un incentivo all’arruolamento ed è in questo senso che l’apertura degli Stati Uniti è stata proclamata:
Ma quali possono essere, dunque, in sintesi, le Policies for Inclusion da suggerire?
L’LGBT Military Index enfatizza, in primo luogo – e come primo passo per intraprendere una politica di inclusione – un concetto chiave della presente ricerca, il
MAINSTREAMING:  In questo contesto, applicare il gender mainstreaming significa tener conto, nei processi di decision making, sistematicamente ANCHE delle esigenze del personale LGBT, a tutti i livelli. In tal senso, appartiene al campo del mainstreaming anche la predeterminazione dei requisiti di partecipazione dei transessuali all’arruolamento (es. decidere, eventualmente, in quale ‘stadio’ della transizione è possibile concorrere e secondo quali standards fisici: in questo senso, potrebbe essere di esempio quanto si legge sul sito internet del Ministero della Difesa britannico: «the Army welcomes transgender personnel and ensures that all who apply to join are considered for service subject to meeting the same mental and physical entry standard as any other candidate. If you have completed transition you will be treated as an individual of your acquired gender. Transgender soldiers serve throughout the Army playing their part in the country’s security»). Ma una volta fissati alcuni parametri, il fenomeno dell’integrazione piena deve avvenire secondo percorsi e regole chiari, garantendo ai transessuali gli stessi diritti degli eterosessuali: dunque questa fase comporta, a seguire, una attenta e progressiva politica di
MANAGING: un ambiente pienamente inclusivo necessita di pratiche che siano efficaci a mantenerne nel tempo le caratteristiche positive, pena la perdita della coesione del Gruppo. È necessario inoltre acquisire dati e costi di interventi e cure ormonali, che, nel corso della carriera del militare, possono condurre anche a periodi più o meno lunghi di non perfetta efficienza fisica (e possono essere temporaneamente assegnati a mansioni inferiori, come avviene, ad esempio, in Canada). In tal senso – secondo il Rapporto – occorrono:
Misure antidiscriminatorie predeterminate nel dettaglio, deterrenti e drastiche;
Reti di supporto (anche non governative, purchè dotate di un minimo di autonomia finanziaria. Sempre restando al Regno Unito, ivi esiste una rete governativa che si assicura di fornire supporto e consigli al personale transgender);
Formazione mirata in materia di pari opportunità soprattutto per le posizioni apicali di comando, nonché accurata raccolta delle informazioni medico-psicologiche sulle varie fasi della transizione sessuale;
Monitoraggio continuo delle “buone prassi” dei singoli Stati che hanno provveduto all’apertura, da parte di Enti o Organizzazioni sovranazionali. In tal senso, ad esempio, mi pare significativo sottolineare come l’OSCE abbia dedicato diversi capitoli del suo Handbook in Human Rights and Fundamental Freedoms Armed Forces. Ma il monitoraggio, sovranazionale, delle buone prassi, a livello globale, non può prescindere naturalmente (anzi in essa trova il proprio presupposto) dall’azione, rigorosamente interna, degli Stati stessi, classificata come
MEASURING: tale attività implica, come si è già anticipato, un impegno alla ‘misurazione’ continua della efficacia delle misure antidiscriminatorie o inclusive, verificando l’impatto dell’arruolamento dei transessuali sul grado di coesione e di performance dei reparti stessi.
Le implicazioni, in definitiva – non solo sociali ma, soprattutto, economiche – di una apertura delle Forze Armate italiane all’arruolamento di transessuali non sono di poco conto. E se probabilmente la strada verso l’apertura è verosimilmente ancora lunga, è altrettanto vero che i tempi sono probabilmente maturi per avviare, quantomeno a livello politico, qualche prima riflessione ed indagine conoscitiva. Augurandosi che ve ne sia una seria intenzione.

In allegato il testo integrale dell'articolo.