Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 12/02/2018

Paolo Cendon, L’orco in canonica, Marsilio, 2016 - Milva Maria Cappellini

La storia di Anna, protagonista del romanzo L’orco in canonica di Paolo Cendon, è riepilogata in un paragrafo – tratto dal compendio di una sentenza giudiziaria - nella quinta parte del libro, intitolata La giustizia:
A otto anni e mezzo, poco dopo la prima comunione, era iniziato col cappellano del Rosario un “percorso”, di natura religiosa; in realtà ben presto trasformata, a opera di don Fulvio, in una trama di abusi sessuali, crescenti nel tempo, protratti sino alla terza media. Era sopravvenuta nella vittima, al ginnasio-liceo, una fase di amnesia: accompagnata dall’insorgenza di svariati malesseri, fisici come psichici. Infine il ricorso a uno specialista, il lento recupero della memoria, la denuncia ufficiale alla Procura della Repubblica.
La vittima, in questo caso e in questo romanzo, porta – si è detto - il nome di Anna; ma in certe circostanze - quando si arriva a percepire pressoché ogni singola cosa dell’esistenza come un danno - si può essere tentati di identificare la vittima tout court con il mortale, di attribuirle un profilo universale e archetipico: ogni essere vivente è vittima, patisce prima o poi, subisce un’angheria. Accade nella vita come nella letteratura, è ovvio. Ma nella vita il discorso è pericoloso, può indurre ad ambiguità (o, all’opposto, a manicheismi) nel tracciare la linea di demarcazione fra aggressore e aggredito. E pure nella letteratura già in tempi antichi c’è stato chi ha sconsigliato di rappresentare le tribolazioni di uomini troppo buoni trapassati “di felicità in miseria” (e a maggior ragione, si deduce, quelle di donne o bambine umiliate e offese, neanche considerate nel precetto di Aristotele). Di fatto, scarseggiano nella tragedia greca le fanciulle davvero innocenti e davvero perseguitate; abbondano in compenso – e pour cause – nella letteratura cristiana, con vesti insanguinate di vergini e martiri catalogate nei secoli assai variamente: nella Legenda aurea di Jacopo da Varagine, per esempio, nella Fabiola del cardinale Wieseman. Le stigmate della vessazione si ritroveranno poi, com’è noto, nella Griselda del Decameron consacrata dalla traduzione latina di Petrarca, e via via nei cuori e nei corpi delle sventurate del melodramma (che sempre contiene una vittima innocente perseguitata da un tradimento tanto nero quanto ipocrita - l’emblema odioso del persecutore è infatti la dissimulazione) e oltre.
E’ fin troppo evidente la radice tutta reale e concreta e storica di tale motivo folklorico e letterario, come la storia universale e la cronaca nera confermano. Ed è altrettanto lampante la connessione tra ambito cristiano e persecuzione degli innocenti: non solo per il carattere mitico e fondativo, in questo senso, del crocifisso, ma – all’opposto - per la lacerante contraddizione degli abusi del clero sui bambini, autentica perversione di quel prototipo cruento ma salvifico.  
La vittima sta dunque proprio al crocevia tra esperienza concreta e racconto letterario; quello stesso crocevia - antico e fertile nella storia della letteratura – al quale si pone il romanzo di Cendon, che è prima di tutto un romanzo della vittima. Un’opera in cui non sorprende rintracciare l’autorevolezza dell’accademico padre della categoria giuridica di danno esistenziale; in cui colpisce, invece, la netta distanza della struttura e dello stile dalla neutralità (per usare un termine benevolo) strutturale e stilistica di tanta docufiction narrativa.
Sono, al contrario, proprio l’imperiosità della scrittura e l’impegno della costruzione - se non fosse una banalità imperdonabile si potrebbe dire: il nodo stretto tra significante e significato - a portare il romanzo, fin dalla prima pagina, nei territori della letteratura, senza che ne risulti per niente sminuito il peso della verità attuale dei fatti. Anzi, proprio dalla verità e dalla sua sostanza complessa prende origine la complessità linguistica e costruttiva: una inedita struttura a gradini, con l’alternarsi e intersecarsi di piani cronologici (gli eventi dell’infanzia ripensati a diverse età; la terapia analitica; il lavoro alla tesi e la stesura del memoriale; le vicende processuali) che corrispondono non solo a differenti punti di vista ma anche a differenti opzioni di linguaggio. La stella che guida e disciplina l’operazione letteraria di Cendon, una volta ancora, brilla all’incrocio fra antropologia e letteratura: è l’idea che l’espressione e la costruzione necessariamente accompagnino – seguendo e al contempo guidando - il viaggio della ricerca, la quête (quale altro motivo è più originario, nella storia letteraria?), l’indagine del mondo e di sé. Una quête al tempo stesso terapeutica e processuale, ma prima ancora esistenziale e morale, spirituale. In questo senso, L’orco in canonica è appunto un romanzo della ricerca. A dar conto degli esiti letterari di tale operazione, basterà un solo esempio quasi scolastico, agevole da verificare sulla pagina: l’uso peculiare della punteggiatura (e dunque la sintassi) crea una rete di frammenti minuziosi come quelli che si mettono insieme in una psicoterapia o in un’istruttoria, e mima il continuo lavorìo di precisazione, ripresa e focalizzazione, la polifonia di confutazioni, anticipazioni e conferme, l’apparente girare a vuoto – tra interrogazione, smascheramento e puntualizzazione - di chi cerca di approssimarsi alla verità e sa che non potrà farlo senza trovare il giusto ritmo di respirazione, di forme e di sostanze:
don Fulvio minacciava che l’avrebbero chiusa, se si azzardava a rivelare qualcosa, in un sacco nero per la spazzatura; buttandola in mezzo al bosco poi, lasciandola mangiare di notte dai lupi: a sua madre avrebbero detto che era scappata lontano, perché non le voleva più bene. La turbavano quelle frasi, non era la morte a spaventarla; il timore di angherie a sua madre piuttosto, di false notizie.
L’uso del discorso indiretto libero si dilata – pure alternandosi con gli altri modi di discorso - fino a comprendere l’intera esperienza introspettiva, essenziale percorso di svelamento della verità. Un percorso tormentato e lungo: “Si alterava ogni tanto la percezione della realtà, dentro Anna: collegamenti sbagliati, priorità a rovescio. Soltanto con la  terapia, dieci anni dopo, se ne sarebbe resa conto”. Anche di queste alterazioni - le ellissi difensive, il riemergere di schegge e spine rimosse - il linguaggio dà testimonianza:
“Ripresi i fastidi, l’oppressione. Smarrite le chiavi biografiche però; non sappiamo come fare per difenderci”. “Il fatto è che gli sfregi prolungati “aveva ripreso Brandi, “hanno intaccato la corteccia: pian piano, come lo zinco nell’acquaforte”. Con l’acido che scavava il metallo, deformandolo per sempre. Anche la vittima non era più, dopo tempeste simili, la medesima; poteva curarsi, tentare un po’ coi farmaci, non scomparivano però i graffi dall’anima: “Soprattutto non restano inerti, benigni, dentro di noi”.
Dolori e terrori soffocati nell’amnesia riaffiorano smozzicati e traslati, in forma quasi araldica, come nella scena del gabbiano predatore e del passerotto catturato il cui occhio intercetta per un attimo lo sguardo di Anna: “Era lei quel passerotto, si era detta, tra le fauci ormai di qualcuno, sfuggire al quale era difficile”.
Lacerata da mali psicosomatici, preda di ossessioni, compulsioni, fobie, Anna vacilla tra urgenza di chiarimento e seduzione di occultamento: “Più il cammino proseguiva, più si sentiva rimescolare; velami spessi che si agitavano, dentro di lei, cassetti scostati di pochi millimetri: non era sicura di volerli spalancare, era utile farlo?”.
L’abuso, la consuetudine con l’orco, “nell’antro del male”, indebolisce la vittima trascinandola verso zone grigie: “Peggio, per certi versi, quando niente di torbido succedeva, come in quel caso; temeva per i compagni, più che per se stessa, si accusava di aver scatenato lei il lupo cattivo, senza accorgersene: scorgeva artigli ovunque, vedeva le scene pericolose in anticipo”. Sono i trucchi e gli inganni del maligno, ai quali bisogna opporre la verità e i suoi indispensabili presupposti: il coraggio della ricerca e la chiarezza del racconto.
La “vocazione affabulatoria” di Anna, utilizzata strumentalmente in tribunale dai difensori dell’orco, funziona di fatto come motore dell’itinerario di liberazione e al tempo stesso come potente impulso di narrazione, come dichiara anche una nitida metalessi d’autore: “Mi segno le cose via via che succedono, le trasferirò poi nel memoriale; è il momento di riprenderlo forse, dipende anche da quello che Anna ha da raccontare” (per inciso: l’intervento autoriale, sebbene sporadico, costituisce uno dei gradini strutturali del testo). Dall’auto-narrazione terapeutica, Anna arriverà alla narrazione processuale e pubblica, senza tuttavia illusioni di ripristino perfetto: “Ancora non sapeva chi l’avrebbe risarcita – vedeva che di mali, però, non ce n’erano di un solo genere: la realtà di una vittima era complicata”. Complicata sempre, anche quando colpa e innocenza sono inequivocabili: complicata perché il danno lavora nel profondo e lascia segni difficili da decifrare e impossibili da cancellare, tanto che chi è vittima una volta sembra rimanere vittima per sempre, a dispetto di ogni possibile indennizzo:
Contenta della sentenza, certo, vedersi dare ragione ufficialmente… Mi accorgo però che i soldi contano poco; meno del previsto, dentro di me alcune zone di buio rimangono... Echi a distanza, che si fanno sentire, come un maglio che batte… Tutto è come rimescolato, in carne viva.
Eppure, la consapevolezza della complessità non sfocia mai, durante il cammino di Anna, nel relativismo, in un pensiero debole – analitico e giuridico - che finirebbe per alleggerire la responsabilità dell’orco: “Con le brutture si può chiudere, vanno avanti i processi, a un certo punto finiscono, la decisione arriva: se ci sono riusciti i magistrati, posso farcela anch’io, con le mie ombre”.
Un risarcimento pieno non esiste, ma la ricerca non è inutile, poiché la verità esiste e può essere narrata - nello studio di uno psicoterapeuta, nell’aula di un tribunale e nelle pagine di un romanzo, tenendo conto delle diverse strategie e dei diversi linguaggi, dei diversi modi di racconto. E dunque, il romanzo di Cendon è anche un romanzo della verità, della verità raccontabile. Appare così assai densa di significato la scelta – da parte di un narratore-giurista – di chiamare in causa, nel descrivere le tattiche analitiche propedeutiche all’azione legale, i personaggi delle fiabe:
“La strada per stanare il grande mostro allora”: meglio non aggredirlo frontalmente; costringerlo a uscire dal covo, semmai! Parlavano chiaro certe piaghe del momento; chiamavano in lei la verità dei fatti. “Come i personaggi delle fiabe dei Grimm: seguire le tracce all’incontrario, l’antro avvicinato passo passo”. Interrogarsi sulle coincidenze del bosco, sollevare le zolle una per una. “Aggirare la vigilanza dell’io” con lievi tocchi di contorno. I sassi di Pollicino, le astuzie di Gianni il porcaro (…)”
Nella classificazione dei personaggi narrativi formulata da Vladimir Propp a partire dai racconti fiabeschi, uno dei due tipi fondamentali di eroe è proprio la vittima: la sua connotazione è la sventura e il racconto che gli pertiene è la cronaca delle sue disgrazie. Ma l’altra categoria di eroe, nella tipologia proppiana, è il cercatore: il suo tratto distintivo è il cammino e il suo racconto è la storia delle sue peripezie. Gli intrecci tra i due profili generano ricerche faticose ma necessarie: la vittima allora si trasforma cercatore, magari dopo aver attraversato le zone insidiose della rimozione, della dimenticanza. Quando l’eroe è un’eroina, poi, il motivo - come insegna Aleksandr N. Veselovskj - affonda ancora di più le radici nel rito e nella sua implacabile iteratività: è tanto lunga, si è detto prima, la piagata teoria di fanciulle perseguitate, da Susanna a Biancaneve a Santa Uliva a Justine, da Emilia Galotti e Ermengarda e Lucia fino alla martoriata Leila (Sole bruciato di Elvira Dones, 2001).
La millenaria replica cerimoniale dell’offesa si lega allo statuto eterno e irrevocabile della vittima, e quindi alla irrisarcibilità del danno: forse la coppia di Propp implica che l’unica vera plausibile riparazione presuppone appunto la forza di diventare, da vittime, cercatori. Nel tragitto di ricerca, l’eroina/cercatrice sperimenta tutta l’irrimediabile complessità del mondo: resa vittima dalla barbarie dell’antagonista/orco, soccorsa però da aiutanti/angeli custodi”  (“quante perle felici, a ogni angolo!”, prova a consolarla il narratore-confidente nell’epilogo del romanzo), Anna raggiunge alla fine la verità e, perfino, accetta insieme a una nuova sorprendente condizione esistenziale anche la possibilità di un “armistizio”, il sollievo del “mostrarsi grandi, generosi!”:
“la pace dentro, finalmente, per tutti gli esseri un premio, il bene tanto atteso… Magari non subito, una tregua in progressione (…). Quel grembo ferito da piccola… oggi la vita. Dio che vuol farsi perdonare, che man mano ci riesce”.
    Nello spazio dell’umano, tuttavia, l’armistizio è per lo più provvisorio: ogni  risarcimento è infatti parziale, ogni ricerca di verità è travagliata, ogni sforzo di giustizia è insidiato, mentre al centro della corrente, dove “l’acqua è più torbida fra i piloni, scura e limacciosa”, si formano gorghi e “ogni cosa è trascinata verso il fondo”; e ciò nondimeno, il treno comincia lentamente a muoversi, e il racconto ricomincia.