Famiglia, relazioni affettive - Famiglia, relazioni affettive -  Alessio Anceschi - 30/01/2019

Ordini di allontanamento: Conflitti giurisdizionali tra provvedimenti emessi in sede civile e penale: Trib. Modena 7 settembre 2018

Come noto, la legge 4 aprile 2001 n. 154 contro gli abusi familiari ha introdotto l'istituto dell'allontanamento del familiare dalla casa familiare sia in ambito civile (artt. 342 bis e 342 ter c.c.) che in ambito penale (art. 282 bis c.p.p.).

La natura dei due provvedimenti è sostanzialmente coincidente, consistendo entrambi in un ordine esecutivo di allontanamento del familiare convivente che tenga un comportamento violento o comunque gravemente pregiudizievole verso i propri familiari conviventi, dalla casa familiare.

Ciò che distingue i due istituti è per l'appunto il diverso contesto giurisdizionale nell'ambito del quale sono adottati e quindi i diversi presupposti processuali e sostanziali ai fini dell'emissione del relativo provvedimento.

Il provvedimento civile può essere emesso a seguito di un autonomo procedimento civile (art. 736 bis c.p.c.)  oppure nell'ambito di un diverso procedimento relativo alla crisi familiare (art. 8, l. 154/2001).

Per la sua emanazione è sufficiente la sussistenza dei presupposti di cui all'art. 342 bis c.c. ovvero un "grave pregiudizio all'integrità psicofisica" od alla "libertà" del familiare.

Il provvedimento penale rientra invece tra le misure cautelari personali di carattere coercitivo.

Per la sua applicazione devono pertanto sussistere le esigenze cautelari generiche (artt. 273 c.p.p. e ss.) o quelle specifiche, relative a particolari categorie di reati (art. 282 bis co. 6° c.p.p.).

L'adozione della misura cautelare penale presuppone, per certi versi, la sussistenza del presupposto generale previsto dall'art. 342 bis c.c. che si ricava implicitamente sia dalla natura della specifica misura cautelare che dalla natura dei reati per i quali risulta applicabile.

Il carattere "cautelare" e "personale" è comunque comune ai due istituti.

Oltrechè dall'iter procedimentale, i due istituti sono distinti anche in rapporto agli effetti temporali del provvedimento, comunque "temporaneo".

La misura temporale del provvedimento adottato in sede civile è decisa dal Giudice civile al momento della sua emissione, benchè debbano comunque essere rispettati determinati limiti temporali.

La durata del provvedimento civile non può infatti essere superiore ad 1 anno, benchè il provvedimento possa essere prorogato (art. 342 ter co. 3° c.c.). deve comunque ritenersi che non possa essere prorogato molto a lungo data la sua natura sostanzialmente temporanea e cautelare.

La durata del provvedimento penale è invece indeterminata. I suoi limiti temporali sono comunque prefissati per legge (art. 303 c.p.p.).

Entrambi i procedimenti sono revocabili e modificabili in qualsiasi momento, benchè secondo un diverso iter procedurale.

Avendo durata indeterminata, il provvedimento adottato in sede penale può quindi avere durata più breve o più lunga di quello adottato in sede penale.  

 

La vicenda sottoposta al nostro esame, riguardava un ordine di allontanamento richiesto in sede civile da un'anziana donna nei confronti del figlio adulto convivente, tossicodipendente e violento.

L'introduzione del procedimento civile viene accompagnato dalla presentazione di una querela penale.

Senonchè, in conseguenza di qualche ritardo verificatosi in sede civile (vari rinvii d'udienza), il provvedimento viene autonomamente emesso prima in sede penale che in quella civile.

Al momento della decisione in sede civile, il figlio violento risulta essere già stato allontanato in esecuzione della misura cautelare disposta in sede penale.

La ricorrente insiste comunque per l'emissione del provvedimento "anche" in sede civile rappresentando da un lato l'autonomia giurisdizionale (e la precedenza della formulazione dell'istanza in sede civile) e dall'altro i diversi effetti temporali del provvedimento essendo quello richiesto in sede civile di durata certa (ancorchè revocabile o prorogabile) e quello penale di durata incerta.

Il Giudice civile valuta le due opzioni ovvero se emettere ugualmente il provvedimento richiesto in sede civile oppure dichiarare cessata la materia del contendere.

Al termine di questo "dibattito interno", riportato anche in motivazione, propende per la seconda soluzione e dichiara il ricorso improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse ad agire.

La soluzione adottata non appare condivisibile sia alla luce della menzionata autonomia giurisdizionale che avrebbe imposto di pronunciarsi in sede civile, su richiesta dell'interessata a prescindere dalle decisioni assunte in sede penale (ancorchè all'epoca "concomitanti"), sia alla luce del fatto che, sotto il profilo squisitamente tecnico, non era affatto venuto a mancare l'interesse ad agire, avendo l'interessata non soltanto interesse all'emissione del provvedimento di allontanamento, bensì anche l'interesse a vederselo riconoscere per un tempo determinato, con eventuale possibilità di chiederne poi la proroga.

Peraltro, benchè gli effetti del provvedimento richiesto in sede civile avrebbero sostanzialmente ricalcato quelli del provvedimento già emesso in sede penale non si sarebbe verificata alcuna violazione del principio del  "ne bis in idem" stante la natura sostanzialmente diversa dei due provvedimenti.

Infatti, come puntualmente accade, ciò che era prevedibile diventa preveduto.

A distanza di appena quattro mesi dall'esecuzione del provvedimento di allontanamento disposto in sede penale (e del successivo rigetto di quello richiesto in sede civile) la misura cautelare viene revocata a seguito della definizione del procedimento penale con rito alternativo (senza quindi che l'interessata abbia potuto partecipare alla decisione come parte) ed il figlio violento è potuto tornare a casa con buona pace dell'anziana madre.    

Che sia tornato l'interesse ad agire ?

Forse l'interesse a questo punto diventa trovare altre soluzioni extragiuridiche, del tipo "lasciare la propria casa al figlio ed andarsene di casa", con buona pace delle finalità dell'istituto in esame.

Questo caso evidenzia altresì quanto la valutazione del c.d. "interesse ad agire" debba essere sempre valutato in concreto secondo una valutazione prospettica di più ampio respiro.