Persona, diritti personalità - Autodeterminazione -  Luigi Trisolino - 16/02/2019

Oltre la xenofobia e oltre la sofferenza: intervista ad una francescana, prima donna e poi religiosa

Si parla spesso dell’importanza dei sani esempi che possano incarnare concretamente una testimonianza vivente degli sconvolgenti valori insiti nel messaggio d’amore verso il prossimo, in società. Talvolta occorre soltanto guardarsi intorno con un pizzico di sensibilità, canalizzandosi su quelle frequenze che vadano oltre la banalità e la mera mercificazione del proprio tempo. In un tessuto sociale disorientato, cavalcato dal triste legno tarlato dei populismi di matrice xenofobica e irrazionalistica, così, l’andare “a caccia” di esempi di pratica saggezza diviene un atto almeno illuminante, se non proprio autorivoluzionario.
Voglio quindi condividere una delle mie chiacchierate con un’amica, Flora Nahi, che acconsente alla pubblicazione del relativo contenuto riassunto in questa intervista. Si tratta di una donna, di una dottoressa in scienze dei servizi sociali e in scienze religiose; si tratta di una 73enne suora francescana stimmatina originaria di Melendugno in provincia di Lecce, da sempre attenta agli aspetti pedagogici e solidaristici nella cura verso il prossimo, a partire da quello più disagiato ed emarginato.
Con coraggio suor Flora dal convento “S. Pasquale” di Francavilla Fontana (BR), dove vive con le sue pochissime consorelle, afferma subito di essere dalla parte del Vangelo, dalla parte di Gesù, quel Gesù che dice d’esser stato inviato dal Padre, quel Gesù che dice che lo Spirito santo è su di lui, e che ungendolo lo ha mandato a portare ai poveri il lieto annunzio, la liberazione ai prigionieri, agli schiavi, e la buona novella a tutto il popolo di Dio. Tutto ciò può apparire quasi ‘scontato’ se detto da una religiosa, ma in Flora troviamo qualcosa di peculiare, nel suo vivido pensiero e nella sua azione propositiva.
Flora, qual è il cuore di quella buona novella ch’è il Vangelo?
“L’accoglienza verso il prossimo è il cuore della buona novella, che è il Vangelo. Il perdono, la solidarietà, la condivisione, l’amore”.
Nella tua esperienza personale come hai vissuto l’impegno quotidiano all’insegna della coordinata valoriale dell’accoglienza?
“Ho fatto la scelta di farmi carico e prendere in cura le stimmate concrete della società, e ciò fa sì che la mia vita venga sempre spesa in favore degli ultimi, degli emarginati, e in questo momento non possiamo non avere un’attenzione particolare verso i migranti, verso coloro che lasciano la propria terra”.
Il tema dei migranti è scottante. Non possiamo voltare la faccia dall’altra parte davanti alle situazioni dei lager libici, anche se già gli stessi fondali del nostro mar Mediterraneo stanno diventando i nuovi lager…
“Non c’è quel desiderio empatico di aiutare le persone in difficoltà per alcuni, per altri invece sì. Qualora uno non volesse intervenire a livello evangelico, incarnando in questa situazione il Vangelo che ci dice che ogni uomo è tuo fratello, qualora non volessimo farlo per questo, essendo uomini e avendo un cuore dovremmo farlo per umanità o, come si dice in alcuni contesti, per filantropia. Ci sono dei non credenti che lo fanno per filantropia. Bisogna far sì che queste persone migranti trovino accoglienza, amore, empatia”.
Parlaci di cosa hai fatto e continui a fare senza sosta.
“Da trentadue anni senza sosta lavoro per gli ultimi e senza scopi di lucro. In questo momento oltre ai tossicodipendenti e alle famiglie povere, un bel po’ della mia vita viene spesa anche per i minori non accompagnati che vengono accolti nella fondazione intitolata al beato Bartolo Longo di Latiano, in provincia di Brindisi”.
Qual è la tua giornata-tipo?
“Mi sveglio alle cinque del mattino, per sentire il notiziario, per sapere cosa si è verificato nel mondo durante la notte, dato che la mia preghiera deve essere concreta, non deve essere una preghiera a vuoto ma devo pregare tenendo conto della realtà sociale”.
Quindi la consapevolezza viene prima del momento di meditazione e dialogo con Dio per te?
“Il dialogo comincia appena mi sveglio: ringrazio per il nuovo giorno che spenderò per il bene delle persone. Attorno alle ore sei mi alzo, prendo il caffè e lavoro preparando le attività dei laboratori, pregando nella liturgia delle ore, preghiera che va poi tradotta in vita. Come? La traduco in vita rendendomi disponibile ai bisogni degli altri, ai disagi. Vado a Latiano presso la sede operativa della fondazione Bartolo Longo, dove incontro minori e pazienti psichiatrici”.
Vedo spesso delle tue foto dove sono raffigurati i cartelloni che realizzano i ragazzi che segui. In quei cartelloni scorgo vari messaggi sociali di pace e di solidarietà fraterna.
“Sì, curo dei laboratori di educazione alla fede e alla vita, dove interpretiamo delle pagine del messaggio evangelico calandole nella vita di ogni giorno. Mi approccio con famiglie, minori inviati dal tribunale per i minori, con minori che hanno bisogno di una proposta educativa, per educarsi appunto alla vita”.
Tra queste persone che incontri e con cui ti relazioni ce ne sono sicuramente molte di diverse religioni. Come ti approcci dal punto di vista pedagogico?
“Mi approccio tenendo conto che ci sono persone musulmane, ed anzi la maggior parte dei ragazzi con cui svolgo i progetti è di origine e fede musulmane. Io curo i progetti di educazione alla interreligiosità  e alla interculturalità, per cui ci confrontiamo insieme per valori e stili di preghiera, loro rivolgendosi ad Allah ed io a Cristo, e non è difficile vivere uniti all’insegna della solidarietà, della condivisione e anche del confronto reciproco. La vita va vissuta con dei punti di riferimento. Una volta mi hanno chiesto cosa faccio quando sono in situazioni di difficoltà. Io ho risposto meditando su di un passo biblico nel quale si parla di un viandante che incontra una sentinella; il viandante era angosciato, pieno di ansia, pauroso, e chiedeva alla sentinella quanto restasse della notte; la sentinella gli ha risposto di non guardare quanto mancasse della notte, e lo ha invitato a guardare verso l’alba, così sicuramente sarebbe stata meno pesante e meno dura la notte”.
Flora, quanto resta di questa notte socioculturale?
“Noi dobbiamo lottare e farci presenti là dove possiamo intervenire, senza aver paura e senza mollare mai, e nel momento in cui non dovessimo avere più una motivazione per andare avanti troviamone una per non mollare”.
Sei mia amica, abbiamo spesso parlato insieme e ci siamo trovati a condividere dei momenti formativi insieme. Ho sempre notato con piacere che nelle tue parole e nelle tue azioni non manca mai un approccio scientifico sulle varie questioni del vivere. Sei laureata in scienze dei servizi sociali e in scienze religiose: da quale dei due percorsi di studio attingi maggiormente?
“Io attingo sempre da entrambi i percorsi, la persona umana è composta da più dimensioni e non possiamo tener conto soltanto della dimensione spirituale, ma dobbiamo tener conto anche di quella psicologica e pedagogica”.
Tant’è che leggi alcune riviste di psicologia, che porti sempre con te quando aspetti alla fermata degli autobus…
“Sì, anche quando vado negli studi medici, mi piace rimanere aggiornata. Spero sempre di trovare delle novità e poi mi ritrovo a leggere cose che ho studiato tanti anni fa, riscoprendo così princìpi da applicare nell’approccio con gli ultimi”.
Che peso ha la sostanza davanti alla forma nella Chiesa cattolica? Tu non indossi vestiti da suora, hai soltanto un crocifisso di legno appeso al collo.
“Non è stata una mia semplice scelta ma una possibilità che ci ha dato l’istituto dopo il Concilio Vaticano II; tutte le suore del mio istituto che operavano nel sociale aspettavano una risposta al bisogno di vestire con un abbigliamento più pratico per poter approcciare al meglio con le persone, senza quella distanza che talvolta creano gli abiti da religiosa. Sono stata fiera e contenta per questa possibilità. Io vesto spendendo pochissimo.  Non è un atto di disobbedienza il mio ma un esercizio di una facoltà, anche se disobbedire in quei casi non sarebbe stata una contro-testimonianza o uno scandalo, perché a volte la disobbedienza di una – diceva un grande psicologo – può salvare la vita di tanta gente che si sente oppressa a causa di regole che appunto opprimono e non promuovono  l’essere umano. Umberto Galimberti, noto psicoanalista e sociologo accademico, sostiene che a volte la trasgressione è segno di promozione anche dell’altro, oltre che della stessa persona che trasgredisce. Ciò perché trasgredire, trans-gredire, significa avere  il desiderio di andare oltre il punto in cui ci si trova, per migliorare. Non sono scandali certe cose, tuttavia io chiedo ai miei superiori quando ho il desiderio di andare oltre e se me lo consentono va bene. Io chiesi di andare sulle strade e nelle scuole a lavorare e loro me lo consentirono. Altrimenti si può cambiare istituto”.
Sulla questione dello ius soli, invece, cosa mi dici? Come dovrebbero agire i cattolici ed in generale i cristiani al riguardo?
“I cattolici ed in generale i cristiani devono tener conto dei princìpi della nostra Costituzione, che nella sostanza prescrive sia che bisogna osservare la legge, sia che bisogna tutelare i diritti della persona umana. Se noi andiamo a confrontare il Vangelo troviamo che Gesù mette al centro la persona e non il peccato, Gesù libera la persona dal male”.
Questo, tra le varie questioni, ricorda la funzione rieducativa della pena di cui al comma terzo dell’articolo 27 della Costituzione italiana. Ritornando alla domanda di prima, da cittadina sei d’accordo all’istituzione dello ius soli nell’ordinamento giuridico italiano?
“Sì, certo. Questi sono i diritti da tutelare, noi non possiamo emarginare né escludere. L’amore, l’empatia, l’accoglienza sono i valori da portare avanti. L’inclusione dell’amore evangelico deve essere concretizzato in tutti i contesti e in tutte le situazioni”.
La realtà ci mette davanti la durezza e l’ingiustizia delle tante morti nel mar Mediterraneo, da un lato, e dall’altro la irragionevole e triste indifferenza, quando non proprio l’irriverenza verso gli obblighi umanitari ed umanisti. Quale ruolo cooperativo ed educativo possono assumere le parrocchie della Chiesa cattolica davanti agli abomini di questa umanità confusa tra i fumi degli xenopopulismi? Quali omelie vorresti ascoltare?
“Anche le iniziative quotidiane, le omelie devono far riferimento a queste situazioni. Se viviamo distaccati e con indifferenza non facciamo altro che rafforzare questi fenomeni. I problemi hanno dei fattori scatenanti, e io non mi sottrarrei dal fare riferimenti a queste problematiche sociali concrete, altrimenti la teologia rimane staccata da tali fenomeni. La gente altrimenti andrebbe a leggere su di un libro di teologia la semplice esegesi di un testo”.
L’ascolto è importante: l’ascolto della concretizzazione sociale durante le omelie, in connessione con i problemi del mondo, sarebbe un elemento sociologico spiccato e propositivamente incidente in una fetta di popolazione italiana ed europea.
“Il fedele che ascolta l’omelia durante una celebrazione del culto deve sentirsi stimolato, spinto ad agire, a concretizzare quella parola teologica che viene trasmessa dal celebrante. Se questa spinta e se questo desiderio non ci sono, la teologia resta staccata dalla vita, e avremmo la teologia da un lato e la vita dall’altro”.
Flora, ti senti realizzata come donna?
“Sì, mi sento realizzata pienamente, come donna e come religiosa, perché prima si è donne e poi religiose”.
Come mai questa piacevole sottolineatura?
“Se una non è donna, cioè se una non ha raggiunto la maturità, l’autonomia, quella capacità di fare discernimenti, quella capacità di gestirsi e vivere la vita con maturità all’insegna di tutti quei valori che la fan sentire donna e persona umana, non può vivere da religiosa, perché si porterebbe dietro quei vuoti che non la farebbero sentire realizzata”.
Scusami se passo così rapidamente alla sfera privata ma in qualche esistenza, come la tua, le dimensioni pubbliche e private si compenetrano attraverso la testimonianza della vita che si fa dono al prossimo. Andiamo oltre gli schemi coi quali spesso vengono guardate dall’esterno le suore, e toglimi una curiosità: che approccio hai con i ragazzi nel parlare di sessualità?
“Questo tema lo tratto poco perché non rientra nel mio compito, ma se dovessero chiedermi qualcosa al riguardo direi che sarebbe meglio che ne parlassero con lo psicologo, perché non voglio entrare nel merito di questioni che rientrano nelle competenze di altri professionisti. Non considero questo tema come un tabù, Dio ci ha fatti così e dico grazie a Dio che ci ha dato questo dono, il mondo si evolve, la vita ogni giorno cresce, nasce e cambia. La sessualità fa parte della vita, fa parte dell’essere umano e non bisogna  strumentalizzarla”.
Non ti arrendi mai, non ti fermi mai, nemmeno davanti alla malattia. Come vivi questa forma di pàthos?
“Ho vissuto questo periodo di malattia in cui ci sono stati momenti come di festa, per la solidarietà e la disponibilità di amici, amiche, e di persone a cui non ho mai fatto niente, che si sono offerte di prendermi e portarmi in ospedale offrendomi il pranzo, e che non mi hanno fatto stare sola. E ciò mi ha fatto capire che neanche la malattia ti può fermare o chiudere nel tuo guscio, o lasciarti vivere nell’egoismo, perché ci sono le persone che sanno offrire la loro vita, il loro tempo e le loro risorse. Se non avessi vissuto questa malattia non avrei scoperto la profonda disponibilità da parte degli altri. Un senso di paura mi è venuto, ho avuto il tumore al seno due volte, e queste sono le patologie che mi hanno dato più preoccupazioni rispetto alle altre. Ho pregato Dio e ho detto che è necessario che mi dia la forza, la luce. Gli ho detto che se vuole che io abbia la forza per continuare a vivere e dare il mio tempo per gli altri, va bene e continuo. In questo periodo in cui sono stata impegnata con la radioterapia tornavo dall’ospedale e con la pioggia o il ghiaccio andavo ad aspettare il pullman  per recarmi a Latiano, a svolgere il mio compito. Un ragazzo che seguo mi ha detto che i suoi genitori si abbattono per niente e che io malgrado la radioterapia e i tanti problemi sono sempre sveglia, sorridente, vivace, e dopo la radioterapia vado lì da loro. Mi ha detto che lui e gli altri ragazzi sanno chi mi dà questa forza”.
Ovviamente riferendosi a Dio. E i non credenti possono trovare la forza nel valore della propria persona, o nel mondo, al di là del credere?
“Dei punti di riferimento sono necessari, e chi li cerca li trova. Chi li cerca li trova. Abbiamo bisogno di punti di riferimento, quindi anche coloro che non credono in Dio cercano sicuramente dei punti da cui attingere e a cui appoggiarsi”.
Anche Emma Bonino ha detto che lei non è la sua malattia, e che avrebbe continuato con la sua attività politica per i diritti di tutti e per la democrazia nello Stato di diritto, e così ha fatto con coraggio, senza lasciarsi sconfiggere dalla malattia. Tu hai fatto così, e hai continuato a spenderti per gli altri facendo il tuo lavoro, proseguendo nella tua missione scelta e quotidianamente confermata, consapevolmente. Tu, Emma e altre persone siete un esempio propositivo per chi addirittura per una piccola sciocchezza si demoralizza e perde il senso del proprio percorso. Grazie, suor Flora!
“Io ho vissuto testimoniando che la mia malattia è una cosa e io sono un’altra”.