Diritto, procedura, esecuzione penale - Procedura penale -  Carol Comand - 05/10/2019

Obbligo di estradizione e convenzione di Dublino

Alcune delle innovazioni apportate dalla normativa di recente entrata in vigore

La legge n. 66 del 19 luglio 2019 autorizza la ratifica della Convenzione di Dublino relativa all’estradizione tra gli stati membri dell’Unione che, pertanto, entra in vigore anche per gli stati ad essa aderenti di fatto abrogando le disposizioni degli arti. 61, 62 par. 1 e 2, 63 e 65 della convenzione di applicazione dell’accordo di Shengen del 14 giugno 1985.

Lo strumento di natura complementare integra e costituisce perfezionamento della convenzione europea del 1957 (Convenzione del Consiglio d’Europa sottoscritta a Parigi nel 1957 e ratificata dall’Italia con legge n. 300 del 30 gennaio 1963) e le altre convenzioni vigenti in materia.

Rispetto alla convenzione del Consiglio d’Europa l’atteggiamento maggiormente aperto degli stati parte risulta condivisibile siccome volto al perseguimento di un interesse comune all’interno dello spazio giudiziario.
In questa prospettiva l’accordo di origine comportava certamente una scansione meno armonica dei tempi nel regolare la specialità oltre a conservare un atteggiamento neutro nei confronti del reato politico e dell’estradizione del cittadino.

Le principali novità

Si rileva innanzitutto l’abbassamento della soglia del massimo di pena (o misura di sicurezza) irrogabile da parte dello stato richiesto (sei mesi anziché un anno) che consente la richiesta di  estradizione per i fatti incriminati in entrambi gli stati.
Si tratta di una novità destinata ad incidere, peraltro, sulla riserva che l’Italia aveva formulato nel 1957 e che le permetteva di non concedere l’estradizione per l’esecuzione di misure di sicurezza se non a determinate condizioni.

Salvi diversi motivi di rifiuto, si precisano i comportamenti relativi a fatti di cospirazione o associazione per delinquere per i quali l’istituto non è derogabile.
L’Italia non ha espresso riserve e, pertanto, divengono rilevanti anche se non soggetti a doppia incriminazione (fermo il limite nel massimo di pena irrogabile nel paese richiedente non inferiore ad un anno) la cospirazione o l’associazione che ha per fine per la commissione di reati di cui agli art. 1 e 2 della convenzione europea per la repressione del terrorismo (convenzione del Consiglio d’Europa del 27 gennaio 1977) e qualsiasi altro reato concernente il traffico di stupefacenti, forme di criminalità organizzata, atti contro la vita, l’integrità fisica, la libertà di una persona o che comporti un pericolo collettivo per le persone.

Non sarà di norma possibile invocare l’eccezione di reato politico per rifiutare l’estradizione e ciò, si esplicita nella relazione esplicativa dell’accordo, in considerazione della somiglianza tra le concezioni politiche dei vari stati e della fiducia del funzionamento dei rispettivi sistemi giudiziari in materia penale. Rimane fermo, d’altra parte, l’operatività di quanto disposto dall’art. 3 par. 2 della Convenzione di Parigi e 5 della convenzione europea del 1977 (l’estradizione potrà non essere accordata qualora vi siano seri motivi di ritenere che la richiesta sia stata in realtà presentata al fine di perseguire o punire un individuo per ragioni di razza, religione, nazionalità o opinione politica), dell’obbligo di asilo costituzionale e delle norme relative alla Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato.

La convenzione di Dublino, stante l’omessa dichiarazione, non consente il rifiuto dell’estradizione per il motivo che l’interessato è cittadino dello stato.

La prescrizione maturata nello stato richiesto, inoltre, non costituirà un ostacolo per il soddisfacimento della richiesta salvo che lo stato cui quest’ultima perviene sia competente a perseguire ed emettere sentenze relativamente al fatto; ipotesi nella quale il doveroso invio diviene facoltà.
Per quanto qui rileva pare opportuno fare breve cenno alla recente autorizzazione alla ratifica da parte dell’Italia del quarto protocollo della convenzione di Parigi che modifica l’articolo di quest’ultima, proprio in tema di prescrizione (legge n. 88 del 24 luglio 2019).
Vale la regola secondo la quale la convenzione di Dublino può apportare solo modifiche in melius rispetto alla precedente convenzione ed ai suoi protocolli e, dunque, quanto anticipato relativamente alla prescrizione nei confronti degli stati membri dell’Unione che hanno aderito alla convenzione di Dublino non subisce variazioni nonostante la dichiarazione italiana relativa al neo articolo 10 della convenzione di Parigi.

L’eliminazione della necessità di ottenere il consenso dello stato richiesto, conformemente alla regola di specialità, qualora l’interessato esprima il suo personale consenso ad essere consegnato per un preciso fatto qualsiasi ed anteriore rispetto a quello per il quale è stato estradato costituisce una novità in riferimento all’art. 14 della convenzione parigina (a sua volta interessato dalla ratifica   con relativa dichiarazione, del terzo protocollo della convezione europea, attraverso la legge n.88 del 24 luglio 2019).
Le modalità di espressione di tale consenso ricalcano le disposizioni della procedura semplificata di estradizione tra gli stati membri dell’Unione risalente al 1995 e mai sottoscritta dall’Italia (un procedimento di consegna semplificato è stato d’altra parte adottato con la ratifica del terzo protocollo).

Come nella disciplina del mandato di arresto europeo risulta apprezzabile l’eliminazione della  necessità del consenso dello stato richiesto nelle ipotesi per le quali non vi sia il rischio di limitare la libertà personale, con l’unica eccezione che ciò avvenga a seguito di sostituzione di misura pecuniaria con misura restrittiva.

L’operatività dell’accordo

Già menzionata dalla decisione quadro relativa al mandato d’arresto europeo, che a sua volta può essere considerato come una procedura estradizionale semplificata, la convenzione di cui si tratta è destinata ad operare, in linea di massima, per le situazioni ivi non contemplate.

Dal primo gennaio del 2004, infatti, il regime di consegna del MAE ha sostituito con qualche eccezione sia la convenzione di Parigi (1957) che quella di Dublino (1996) e, sin da prima dell’entrata in vigore di quest’ultima, si ritiene non sia possibile considerare gli accordi preesistenti come sostituiti dalla decisione quadro se non nella misura in cui quest’ultima trova effettiva applicazione nei considerati stati membri (conclusioni dell’avv. generale Kokotte, C-296/08).

Entrambe le normative sono applicabili alle domande concernenti fatti accaduti anteriormente alla data della loro attuazione in accordo con quanto disposto dall’art. 32 delle decisione quadro 2002/584/GAI e, in Italia, le richieste relative a fatti accaduti prima del 2002 sono di norma soggette alle disposizioni della convenzione.