Giustizia civile - Giustizia civile -  Remo Trezza - 14/03/2019

Notificazione della sentenza e termine breve di impugnazione: esclusione del principio della scissione soggettiva degli effetti della notificazione e divieto di applicazione analogica dell’art. 2704, co. 1, ult. per., c.c.

Notificazione della sentenza e termine breve di impugnazione: esclusione del principio della scissione soggettiva degli effetti della notificazione e divieto di applicazione analogica dell’art. 2704, co. 1, ult. per., c.c.  (Cass. civ., SS. UU., 4 marzo 2019, sentenza n. 6278)

(commento a cura del dott. Remo Trezza – dottorando di ricerca in Scienze giuridiche presso l’Università degli Studi di Salerno –)

 

Le Sezioni Unite sono state chiamate a risolvere la seguente questione di diritto: se, in tema di notificazione della sentenza ai sensi dell’art. 326 c.p.c., il termine di impugnazione di cui al precedente art. 325 decorra, per il notificante, dalla data di consegna della sentenza all’ufficiale giudiziario ovvero dalla data di perfezionamento della notifica nei confronti del destinatario.

Ai fini della soluzione di tale questione appare opportuno svolgere alcune essenziali premesse volte a illustrare l’attuale configurazione codicistica del termine “breve” per impugnare, sotto i profili ontologico e funzionale.

Il codificatore processuale del 1940, accanto a talune fattispecie particolari in cui ha stabilito termini di impugnazione “mobili”, la cui decorrenza è ancorata a un momento non prestabilito[1] oppure alla data di comunicazione della sentenza[2], ha previsto poi in via generale, per tutte le altre impugnazioni, due termini per impugnare: un termine c.d. “breve”[3], che costituisce eredità del codice previgente, la cui decorrenza è rimessa alla iniziativa delle parti; ed uno c.d. “lungo”[4], la cui decorrenza è invece indipendente dalla iniziativa dei contendenti.

La previsione di un termine di impugnazione indipendente dalla iniziativa delle parti costituisce espressione della visione pubblicistica del fenomeno processuale che ha ispirato il vigente codice; essa manifesta l’interesse dello Stato a non lasciare indefinitivamente pendenti le cause e ad assicurare - piuttosto - la sollecita formazione del giudicato e, con esso, la certezza dei rapporti giuridici.

Il termine lungo di impugnazione, previsto dall’art. 327 c.p.c., decorre dalla venuta ad esistenza giuridica della sentenza, che si ha con la sua pubblicazione mediante il deposito nella cancelleria[5], giacché tale adempimento rende la sentenza conoscibile dalle parti, che ne hanno dunque conoscenza legale, essendo loro onere informarsi tempestivamente della decisione che le riguarda, mediante l’uso della ordinaria diligenza, dovuta in rebus suis.

Il termine lungo in questione[6] decorre dalla pubblicazione della sentenza indipendentemente dal rispetto, da parte della cancelleria, degli obblighi di comunicazione alle parti[7] e vale anche nei confronti delle parti contumaci, qualora non ricorrano le condizioni ostative di cui all’art. 327, co. 2, c.p.c.[8]. Esso opera, peraltro, anche per le impugnazioni in cui il dies a quo venga fatto normalmente decorrere dalla comunicazione del provvedimento ove questa sia mancata[9].

L’esigenza pubblicistica di accelerazione della formazione del giudicato, posta a fondamento della previsione codicistica di un termine lungo di impugnazione automaticamente decorrente - nei confronti di tutte le parti - per il mero fatto della pubblicazione della sentenza, trova ora nuovo fondamento nel principio costituzionale della “ragionevole durata” del processo di cui all’art. 111 Cost.[10].

Questa, da un lato, ha modificato l’art. 327 c.p.c., dimidiando l’originario termine lungo annuale di impugnazione, e, dall’altro, ha previsto, in seno al “procedimento sommario di cognizione”, la decorrenza “officiosa” del termine breve per proporre appello[11] dalla comunicazione a cura della cancelleria dell’ordinanza decisoria[12], che, ove non appellata entro detto termine, passa in giudicato.

Con l’introduzione dell’art. 348-ter[13] è stata poi prevista anche la decorrenza officiosa del termine breve[14] per proporre ricorso per cassazione, dipendente - analogamente a quanto previsto dall’art. 702-quater - dalla comunicazione, a cura della cancelleria, dell’ordinanza che dichiara l’inammissibilità dell’appello ai sensi del precedente art. 348- bis c.p.c.

E tuttavia, accanto alla previsione di un termine lungo di impugnazione o, in talune ipotesi, di termini brevi decorrenti officiosamente, permane - nel sistema processuale - il tradizionale istituto, di natura privatistica, della notificazione della sentenza a cura della parte interessata, ai fini della decorrenza di un termine “breve”[15]. Si tratta di un istituto che attribuisce alla parte un vero e proprio “diritto potestativo” di natura processuale, cui corrisponde una soggezione dell’altra parte. Attraverso la notificazione della sentenza, infatti, la parte ha il potere di operare un mutamento della situazione giuridica dell’altra parte[16], assoggettandola - secondo una sua scelta di convenienza - ad un termine di impugnazione più breve di quello altrimenti previsto. In particolare, la parte ha il potere, mediante la notificazione della sentenza eseguita nelle forme prescritte dagli artt. 170 e 285 c.p.c., di circoscrivere, in funzione sollecitatoria e acceleratoria, l’esercizio del potere di impugnazione dell’altra parte[17] entro il termine breve previsto dall’art. 325 c.p.c. Tale accelerazione del termine per impugnare è condizionata al fatto che la notificazione della sentenza sia effettuata al “procuratore costituito” della controparte[18]; ovverosia ad un soggetto professionalmente qualificato in grado di assumere, nel minor tempo concesso dall’art. 325 c.p.c., le più opportune decisioni in ordine all’eventuale esercizio del potere impugnazione. E ciò spiega perché la giurisprudenza della Suprema Corte abbia assimilato, alla notifica della sentenza al procuratore costituito, la notifica della sentenza alla parte presso il procuratore costituito, ma non - invece - la notifica della sentenza eseguita alla parte personalmente, ritenendo tale ultima notifica inidonea a far decorrere il termine breve di impugnazione[19].

Vale la pena osservare come la decorrenza del termine breve non sia correlata alla conoscenza legale della sentenza, già esistente per il mero fatto della sua pubblicazione, né alla conoscenza effettiva della stessa, quale può essere derivata dalla comunicazione della sentenza da parte della cancelleria o dalla richiesta di copia effettuata dalla parte o dalla notificazione della sentenza ai fini esecutivi nei modi stabiliti dall’art. 479 c.p.c[20]. La decorrenza del termine breve, invece, è ricondotta dalla legge al sollecito indirizzato da una parte all’altra per una decisione rapida - cioè entro il termine breve previsto dalla legge - in ordine all’eventuale esercizio del potere di impugnare; sollecito, come si è ricordato, veicolabile solo mediante il paradigma procedimentale tipico previsto dalla legge, quale unico modulo in grado di garantire il diritto di difesa ai fini impugnatori: la notificazione della sentenza al “procuratore costituito”, ai sensi degli artt. 285, 326, 170 c.p.c.[21].

Secondo la dottrina e la giurisprudenza, concordi sul punto, la notificazione della sentenza eseguita ai sensi dell’art. 285 c.p.c. ha “efficacia bilaterale”, nel senso che il termine breve di cui all’art. 325 c.p.c. decorre non solo nei confronti del destinatario della notificazione, ma anche nei confronti del notificante[22], il quale pertanto subisce gli effetti dell’attività sollecitatoria che ha imposto all’altra parte[23].

Svolte le superiori premesse sui profili ontologico e funzionale che, nell’attuale diritto positivo, connotano il termine “breve” per impugnare, può passarsi all’esame della questione di diritto, in relazione alla quale è stato invocato un intervento nomofilattico risolutivo da parte delle Sezioni Unite.

In sostanza, è stato chiesto al Consesso Supremo di stabilire se il principio della scissione soggettiva degli effetti della notificazione - enucleato dalla giurisprudenza costituzionale e recepito dal legislatore - operi anche con riferimento alla notificazione della sentenza ai fini del decorso del termine breve di impugnazione; e se, quindi, la notifica della sentenza eseguita ex art. 285 c.p.c. abbia efficacia bilaterale “sincronica”, nel senso che il termine di impugnazione decorra da un unico momento sia per il notificante che per il destinatario della notifica, ovvero “diacronica”, nel senso che il termine di impugnazione decorra da momenti diversi. Le Sezioni Unite hanno ritenuto che, nella soggetta materia, non possa trovare applicazione il principio della scissione soggettiva degli effetti della notificazione e che vada di contro affermata l’efficacia bilaterale “sincronica” della notifica della sentenza e la “unicità” (o “comunanza”) del termine per impugnare, nel senso che quest’ultimo decorre per entrambe le parti dalla medesima data. Diversi argomenti, secondo le Sezioni Unite, inducono a tale conclusione.

In primo luogo, il tenore letterale della principale norma di riferimento.

Infatti, l’art. 326, co. 1, c.p.c. collega la decorrenza del termine breve di impugnazione alla notificazione della sentenza, ossia all’evento della notificazione considerato oggettivamente, senza distinguere tra la posizione del notificante e quella del destinatario della notifica. In particolare, ai fini della decorrenza del termine breve per impugnare, la citata disposizione normativa richiede che il procedimento notificatorio si sia perfezionato nel suo complesso[24].

E poiché il momento perfezionativo del procedimento in questione va individuato nella consegna dell’atto notificando al destinatario o a chi sia abilitato a riceverlo[25], prima del compimento di tale attività non si ha notificazione e, dunque, non può decorrere il termine per impugnare, neppure per il notificante.

La decorrenza unica del termine di impugnazione - tanto per la parte che effettua la notifica della sentenza, quanto per quella che la riceve - trova poi ulteriore fondamento nella impossibilità di applicare, in questo particolare ambito della materia notificatoria, il principio della scissione soggettiva degli effetti della notificazione enucleato dalla Corte costituzionale[26].

Il giudice delle leggi ha infatti ritenuto palesemente irragionevole, oltre che lesiva del diritto di difesa, l’esposizione del notificante incolpevole al rischio di decadenze per gli eventuali ritardi dell’ufficiale giudiziario o per i possibili disservizi postali; conseguentemente, ha escluso che un effetto di decadenza possa discendere per il notificante dal ritardo nel compimento di un’attività riferibile a soggetti da lui diversi[27] e, quindi, del tutto estranea alla sua sfera di disponibilità. Ha affermato, perciò, che gli effetti della notificazione a mezzo posta devono essere ricollegati, per quanto riguarda il notificante, al compimento delle sole attività a lui direttamente imposte dalla legge, ossia alla consegna dell’atto da notificare all’ufficiale giudiziario; restando fermo, per il destinatario, il principio del perfezionamento della notificazione solo alla data di ricezione dell’atto, attestata dall’avviso di ricevimento, con conseguente decorrenza solo da quella data di qualsiasi termine imposto al destinatario medesimo. Sebbene la pronuncia della Consulta fosse riferita espressamente soltanto alle notificazioni eseguite a mezzo posta ai sensi dell’art. 149 c.p.c.[28], successivi interventi del giudice delle leggi hanno affermato la portata generale del suddetto principio e la sua applicazione ad ogni fattispecie di notificazione[29].

Orbene, l’introduzione, nel sistema processuale, del principio della scissione soggettiva degli effetti della notificazione ha trovato la sua ratio nella esigenza di tutelare il soggetto notificante e di sottrarlo al rischio di decadenze da facoltà processuali, a lui non imputabili. Il principio in parola, perciò, presuppone logicamente la previsione di un termine perentorio a carico del notificante per l’esercizio di poteri processuali e la necessità di evitare che egli possa incorrere in decadenza qualora, entro il detto termine, abbia posto in essere tutte le attività che gli competono[30].

Questa ratio non può evidentemente operare con riferimento alla notificazione della sentenza su iniziativa della parte. Infatti, nel momento in cui provvede alla notificazione della sentenza, allo scopo di far decorrere il termine breve di impugnazione, la parte non è soggetta al termine breve di impugnazione; vi sarà soggetta solo dopo che il procedimento di notificazione potrà dirsi perfezionato.

Il perfezionamento della notifica rileva, quindi, non già per verificare il rispetto di un termine perentorio pendente, ma per far decorrere un termine dapprima inesistente. In altre parole, la notificazione della sentenza serve al notificante non per evitare decadenze processuali, ma per abbreviare il tempo della formazione del giudicato. E allora, se si facesse operare il principio della scissione soggettiva degli effetti della notificazione ai fini della decorrenza del termine breve per impugnare, la parte notificante non solo non ne trarrebbe un effetto favorevole[31], ma - addirittura - ne subirebbe un pregiudizio, perché per essa il termine breve decorrerebbe e, di riflesso, maturerebbe prima rispetto a quanto in proposito previsto per il destinatario della notifica. Evidente sarebbe il sovvertimento del principio della scissione soggettiva degli effetti della notificazione.

Concepito a tutela e a favore del notificante, in quanto finalizzato a salvaguardarlo da decadenze incolpevoli, il principio in parola si trasformerebbe, per una sorta di bizzarra eterogenesi dei fini, in un congegno a svantaggio e a carico del notificante medesimo e inteso a creare nuove decadenze al di fuori dei casi previsti dalla legge. È per tale ragione, d’altra parte, che la Suprema Corte ha più volte affermato come debba escludersi che il principio della scissione soggettiva degli effetti della notificazione possa comportare, per il notificante, l’anticipazione del dies a quo del termine di costituzione dell’attore, trattandosi di effetto a lui pregiudizievole[32].

Utili argomenti non possono poi trarsi da un’altra pronuncia della Suprema Corte[33], secondo cui il dies a quo del termine breve per impugnare decorrerebbe per il notificante dalla data in cui egli consegna l’atto[34] all’ufficiale giudiziario, in quanto tale consegna costituirebbe - in applicazione analogica dell’art. 2704, co. 1, ult. per., c.c. - un fatto che stabilisce in modo certo la conoscenza della sentenza.

Innanzitutto, come dinanzi detto, la decorrenza del termine breve di impugnazione trova la sua ragion d’essere non nell’acquisizione della conoscenza della sentenza, essendo quest’ultima già legalmente nota alle parti per il semplice fatto della sua pubblicazione, ma nel sollecito indirizzato da una parte all’altra per una più rapida decisione in ordine all’eventuale esercizio del potere di impugnare.

Non può quindi farsi discendere dalla consegna dell’atto all’ufficiale giudiziario la conoscenza della sentenza, già legalmente nota alle parti. Non sussistono, d’altra parte, i presupposti per procedere all’applicazione analogica dell’art. 2704, co. 1, ult. per., c.c. Manca, in primo luogo, la lacuna normativa che legittima il ricorso all’analogia, perché la materia dei termini di impugnazione è compiutamente disciplinata dalle disposizioni codicistiche ed ogni possibile fattispecie trova in esse regolamentazione, anche grazie alla interpretazione logico-sistematica e a quella estensiva. Difetta poi la eadem ratio legis necessaria a legittimare il ricorso alla analogia: l’art. 2704 c.c. opera, infatti, nel campo dei rapporti giuridici sostanziali e regola la materia della opponibilità ai terzi della data della scrittura privata non autenticata; mentre il decorso del termine per impugnare attiene al rapporto processuale e non riguarda i soggetti terzi, ma le parti del giudizio.

Peraltro, ove si aderisse alla tesi affermata dal citato arresto giurisprudenziale, si introdurrebbe una decadenza da un diritto processuale ricavata in via analogica, come tale di per sé incompatibile con il principio di tassatività che informa la disciplina dei termini perentori.

L’applicazione analogica dell’art. 2704, co. 1, ult. per., c.c. non è quindi consentita in questa materia e non può costituire un argomento valido a sostegno della tesi secondo cui il termine breve di impugnazione decorrerebbe, per il notificante, dalla consegna della notificanda sentenza all’ufficiale giudiziario.

Infine, va osservato come una diversificazione della decorrenza del termine breve per impugnare, tra notificante e destinatario della notificazione della sentenza, condurrebbe ad un assetto irrazionale del sistema delle impugnazioni.

L’unicità del decorso del termine di impugnazione tutela l’equilibrio e la parità processuale fra le parti; e garantisce, inoltre, la certezza dei rapporti giuridici, in quanto il giudicato si forma contemporaneamente nei confronti di tutte le parti.

Al contrario, la diversità del decorso del termine di impugnazione determinerebbe una sorta di disparità di trattamento nei confronti del notificante. Infatti, il notificante - ove parzialmente soccombente - vedrebbe decorrere il proprio termine breve per impugnare prima della decorrenza del medesimo termine per il destinatario della notifica e prima ancora di avere la possibilità di verificare se tale notifica si sia perfezionata.

Ne deriverebbe una grave disarmonia sistematica, priva di ragioni ordinamentali giustificative[35].

In definitiva, per le ragioni di cui sopra, la Suprema Corte ha ritenuto di dover enunciare, ai sensi dell’art. 384, co. 1, c.p.c., il seguente principio di diritto: “In tema di notificazione della sentenza ai sensi dell’art. 326 c.p.c., il termine breve di impugnazione di cui al precedente art. 325, decorre, anche per il notificante, dalla data in cui la notifica viene eseguita nei confronti del destinatario, in quanto gli effetti del procedimento notificatorio, quale la decorrenza del termine predetto, vanno unitariamente ricollegati al suo perfezionamento e, proprio perché interni al rapporto processuale, sono necessariamente comuni ai soggetti che ne sono parti”.

[1] Vedi la disciplina in tema di revocazione straordinaria ai sensi dell’art. 395, nn. 1, 2, 3 e 6, e dell’art. 397 c.p.c.; nonché la disciplina dell’opposizione di terzo revocatoria di cui all’art. 404, co. 2, c.p.c.

[2] Vedi la disciplina del regolamento di competenza ai sensi dell’art. 47, co. 2 c.p.c.; e per l’impugnazione del pubblico ministero ai sensi dell’art. 72 c.p.c.

[3] Cfr. artt. 325 e 326 c.p.c.

[4] Cfr. art. 327 c.p.c.

[5] A tal riguardo, cfr. art. 133 c.p.c.

[6] Il termine in questione aveva durata annuale, secondo l’originario testo dell’art. 327 c.p.c.

[7] Vedi da ultimo, Cass. civ, sez. V, 8 marzo 2017, sentenza n. 5946; vedi anche Corte cost., sentenza n. 297 del 2008, che ha dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 327, co. 1, c.p.c. in riferimento all’art. 24 Cost.; nonché Corte cost., sentenza n. 584 del 1990.

[8] Cfr. Cass. civ., SS. UU., 5 febbraio 1999, sentenza n. 26.

[9] Ciò accade nei casi di regolamento di competenza, di appello ex art. 702 quater avverso l’ordinanza decisoria che ha definito il procedimento sommario o di ricorso per cassazione per saltum nel caso di cui all’art. 348 ter c.p.c.

[10] L’art. 111 Cost. è stato così modificato dalla legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2. Essa è stata una delle ragioni ispiratrici della riforma del rito civile introdotta dalla legge 18 giugno 2009 n. 69.

[11] Si ricorda il termine di trenta giorni.

[12] Ai sensi dell’art. 702 quater c.p.c.

[13] L’articolo citato è stato introdotto ad opera dell’art. 54, d.l. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con L. 7 agosto 2012, n. 134.

[14] Si ricorda la decorrenza del termine breve di sessanta giorni.

[15] Vedi nota 3.

[16] In tal modo, la parte diviene soggetto passivo dell’attività processuale altrui.

[17] Si intende la parte destinataria della notifica.

[18] Vedi la previsione degli artt. 285 e 170 c.p.c.

[19] Cfr., in tale direzione, Cass. civ., 13 agosto 2015, sentenza n. 16804; Cass. civ., 1° giungo 2010, sentenza n. 13428; Cass. civ., sez. lavoro, 27 aprile 2010, sentenza n. 10026; Cass. civ, sez. lavoro, 27 gennaio 2001, sentenza n. 1152.

[20] Cfr. Cass. civ., SS. UU., 09 giugno 2006, sentenza n. 13431.

[21] Cass. civ., SS. UU., 13 giugno 2011, sentenza n. 12898.

[22] Ovviamente nel caso in cui sia soccombente su un capo della sentenza.

[23] Cass. civ, SS. UU., 19 novembre 2007, sentenza n. 23829; Cass. civ. sez. II, 12 giugno 2007, sentenza n.. 13732; da ultimo, Cass. civ., sez. III, 6 marzo 2018, sentenza n. 5177.

[24] Cfr. Cass. civ., sez. III, 17 dicembre 2004, sentenza n. 23501.

[25] Cfr. Cass. civ., SS. UU., 19 aprile 2013, sentenza n. 9535; Cass. civ., SS. UU. 06 novembre 2014, sentenza n. 23675.

[26] Com’è noto, con la sentenza n. 477 del 2002, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., del combinato disposto degli artt. 149 c.p.c. e dell’art. 4, co. 3 della legge 20 novembre 1982, n. 890, “nella parte in cui prevede che la notificazione si perfeziona, per il notificante, alla data di ricezione dell’atto da parte del destinatario anziché a quella, antecedente, di consegna dell’atto all’ufficiale giudiziario”.

[27] Si prenda il caso dell’ufficiale giudiziario o dell’agente postale.

[28] Su questa disposizione è intervenuto il legislatore con la legge 28 dicembre 2015, n. 263, aggiungendovi un comma che ha recepito il dettato della richiamata pronuncia.

[29] Cfr. Corte cost., sentenza n. 28 del 2004, che ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale degli art. 139 e 148 c.p.c.; ordinanza n. 97 del 2004, che ha dichiarato la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 140 c.p.c.

[30] Cfr. Cass. civ., SS. UU., 13 gennaio 2005, sentenza n. 458; più recentemente, Cass. civ., SS. UU., 19 aprile 2013, sentenza n. 9535; Cass. civ., SS. UU., 6 novembre 2014,  sentenza n. 23675.

[31] Nel senso che la parte notificante non eviterebbe alcuna decadenza.

[32] Cfr., ex multis, Cass. civ., sez. III, 29 gennaio 2016, sentenza n. 1662; Cass. civ., sez. I, 21 maggio 2007, sentenza n. 11783.

[33] Cfr. Cass. civ., sez. III, 17 gennaio 2014, sentenza n. 883.

[34] La sentenza o l’equipollente atto di impugnazione.

[35] Cfr. Cass. civ., SS. UU., 13 giugno 2011, sentenza n. 12898.




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